Interviste con laziali notevoli/8. Federico Malerba

Ecco la prima intervista del 2019 (ci siamo scritti, però, nel 2018). Federico è un perfetto archetipo di laziale pessimista e fierissimo antiromanista, di quelli che considerano la rivalità con i giallorossi come qualcosa che ha un forte impatto anche al di fuori del campo.  Si descrive così, e io, che lo stimo molto, non ho altro da aggiungere, anche se mi torna in mente, mentre scrivo, una volta che ci incontrammo a Formello, prima del memorial Raciti, se non sbaglio. Confermo che sembra più giovane dell’età che ha…

Federico, descriviti.
Ho 44 anni (quando sono nato la Lazio di Chinaglia era campione d’Italia da tre mesi) ma dicono che ne dimostro meno. Al di là dell’estetica, sui cui purtroppo si può discutere, credo che chi lo dice colga un’altra parte di verità: alcuni pezzi della mia vita è come se non li avessi vissuti, per un paio di periodi abbastanza lunghi mi sono sottratto al mondo. Ma su questo prima o poi scriverò un libro. Scrivere è stato il mio mestiere per diversi anni in cui ho lavorato per agenzie e quotidiani, da poco sono passato alla televisione. Mi piace dire che faccio il giornalista e non che sono un giornalista: non mi identifico con la mia professione, credo di essere soprattutto molte altre cose e una di queste è laziale. La Lazio è una parte non trascurabile della mia identità.

Come sei diventato della Lazio?
Sono diventato della Lazio molto tardi, avevo già 17 anni. Prima devo dire che a 8 anni diventai non-romanista. Io ho una famiglia juventina da parte di padre (sono pugliesi) e romanista da parte di madre (sono mezzi reatini e mezzi umbri), mio nonno materno era abbonato a Campo Testaccio morì nel 1981 senza riuscire a vedere il secondo scudetto. Quindi quell’8 maggio 1983 a casa di nonna erano tristi per lui ma anche felici. Mia zia voleva portarmi in strada a festeggiare e chiese il permesso a mio padre.
Lui è un grandissimo anti-romanista, per darti un’idea in quegli anni proibiva a mia madre di comprare la pasta Barilla. Se ne stava torvo in un angolo, rispose guardando solo me: «Se vuoi, vai – mi disse – ma sappi che la prossima volta sarà tra altri 41 anni».
Purtroppo sbagliò il pronostico ma riuscì comunque a terrorizzarmi, quindi non scesi a festeggiare e non diventai della Roma.

Cosa ricordi della prima volta allo stadio?
Ero uno juventino all’acqua di rose quando il 3 novembre del 1991 andai alla partita che mi ha cambiato un pezzo di vita. Ero già stato ad altri Lazio-Juventus, la mia prima volta allo stadio fu un 3-3 di fine stagione 84-85: Lazio aritmeticamente retrocessa, Juve che dieci giorni dopo avrebbe giocato la finale dell’Heysel.
Cosa mi ricordo? Ovviamente il verde del prato, poi i seggiolini di legno numerati della Monte Mario, le reti nere e la punizione di Platini che all’epoca era il mio idolo.
Ma ricordo soprattutto un’altra frase di mio padre. Non voleva grane e mi disse «se ti chiedono di che squadra sei, tu di’ che sei della Lazio»: né io né lui sapevamo che presto sarebbe stato vero.

E la prima da laziale?
Nel ’91 fu tutta un’altra storia. Andai col mio compagno di banco, Paolo, che è sempre stato laziale e mi portò in curva nord. Io tifavo Juve e a fine primo tempo quando segnò Angelo Alessio esultai interiormente. Nel secondo però successe qualcosa.
La Lazio rischiò di prendere il secondo, poi restò in dieci ma da lì in avanti reagì di rabbia e la curva iniziò a trascinarla.
Quando Riedle fece l’1-1 mi trovai a urlare e a saltare con tutti gli altri, la scintilla è scoccata lì.
Il resto l’hanno fatto Gascoigne e dieci anni consecutivi di abbonamenti, dal 91-92 fino allo scudetto: dal punto di vista del tifo anni meravigliosi, anni in cui io e la Lazio siamo letteralmente diventati grandi insieme.

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Karl-Heinz Riedle

Posso farmi una domanda da solo? Mi sono appena reso conto che sto parlando quasi solo di me, quindi vorrei spiegare il motivo. Vorrei spiegare cosa è per me la Lazio e il tifo in generale, partendo dal fatto che a me il calcio in fondo neanche piace troppo.
Ho iniziato a giocarci tardi perché ero scarso e mi scocciava farlo vedere, non ho mai sognato di diventare un campione e non l’ho mai utilizzato per socializzare.
Il tifo per me è soprattutto emozione e sentimento, da vivere interiormente, e la Lazio è stata allo stesso tempo un mezzo per accedere a questo mondo parallelo e per schierarmi come individuo.
Nella mia famiglia sono un soggetto deviante, non mi sono mai sentito parte del mio ambiente. Immagina una nonna materna che dice tre Rosari al giorno, un nonno paterno col bassorilievo del Duce in soggiorno, due genitori di destra, un quartiere (il Fleming) alto-borghese e conformista in cui io andavo al liceo dalle suore.
Allora scegliere la Lazio per fottere il mio dna romanista e juventino era come scegliere il laicismo e le idee progressiste, o il sottrarsi alla responsabilità di diventare qualcuno per ottenere rispetto e approvazione attraverso un ruolo sociale.

Questo per cominciare. E adesso?
Trent’anni dopo, ovviamente, non è più la stessa cosa. Oggi nell’essere laziale includo un modo diverso di essere romano, lontano dallo stereotipo che esportiamo fuori dal Raccordo. Se i romanisti credono di fare il tifo per una grande d’Europa e di vivere ancora nella capitale dell’Impero la mia è una romanità più disincantata, più critica e spero meno “caciarona”.
Ai non romani mi presento subito come laziale e facendolo mi pare di prendere le distanze dalla decadenza culturale della nostra città: «sono diverso dalla maggioranza dei miei concittadini», è il sottotesto che cerco di comunicare.
Non sempre funziona subito, spesso mi tocca dare ripetizioni di storia del calcio a chi appena sente «Lazio» ti etichetta come razzista e burino, ma avendo vissuto qualche anno al nord ce l’ho messa tutta per spiegare a più persone possibili da dove veniamo noi e da dove vengono loro.
Comunque tornando a Roma e alla sua decadenza, il fatto di ammetterla non impedisce l’affetto: se non la amassi non soffrirei vedendo com’è ridotta. Cerco di amarla oltre i difetti ed è quello che negli ultimi 15 anni ho imparato a fare con la Lazio, dopo essere cresciuto nell’Eldorado cragnottiano.
Io non sono sposato e a questo punto il mio “legame” più lungo è proprio quello con la Nostra, che vivo un po’ come una moglie. Nel senso: non è più la strafica dei miei 25 anni, il suo andazzo attuale nel complesso mi annoia (perché per me il tifo è emozione e ad appassionarmi alla lotta per il quarto posto faccio fatica), ma abbiamo passato più di mezza vita insieme e ogni tanto sa accendermi ancora, sa ricordarmi perché l’ho scelta e non l’ho più mollata.

Tu e la Lazio, quindi. Ma non c’è posto per nessun altro?
A parte il mio ex compagno di banco che per tanti anni (finché non si è fatto una famiglia) è stato anche mio compagno di stadio, per molti anni non ho avuto amici laziali. Ne ho avuti di romanisti e il calcio è stato fonte di litigi anche importanti.
Da un certo punto in poi hanno preso piede due realtà virtuali: internet e le radio.

Sui forum eri un nickname tra i più apprezzati. Capita agli antiromanisti più accesi…
Su forum come Lazio.net e Biancocelesti.org ci ho passato buoni 15 anni e lì sono nate amicizie che col tempo sono diventate anche reali.
Quel mezzo però è invecchiato, a livello di velocità non tiene il passo dei social network e coi più stretti della cerchia abbiamo finito per sostituirlo con una chat di Whatsapp.
A dare la prima mazzata ai forum però fu la guerra civile laziale, quella che si è combattuta aspramente tra gli antilotitiani e quelli che per semplicità – ma in modo non sempre azzeccato – potremmo definire lotitiani.
Io quattro anni fa scelsi di uscire dai forum, dove qualcuno mi avrà letto col nickname di Mark Lenders, perché erano diventati sempre più divisivi, il primo nemico non era più il romanista ma il laziale che la pensava diversamente da te. Una dinamica che ricorda molto quella della sinistra italiana e che ha portato al governo la parte peggiore del Paese: non volevo più esserne complice e nemmeno vittima.

Segui le radio romane, quelle che parlano solo di calcio?
Confesso di essere totalmente dipendente da quelle romaniste. Le nostre sono tristi, noiose, in qualche caso lugubri. Le loro sono sguaiate, coatte, straccione, mitomani, assolutamente imperdibili quando le cose gli vanno male.
Mi hanno molto semplificato la vita, perché io amo nutrirmi della loro sofferenza ma quando chi soffre è anche un tuo amico c’è un conflitto.
Alla radio invece rosicano degli estranei e quindi il godimento è senza controindicazioni. Lo so, non è carino da dire, ma io davvero sto bene quando loro stanno male.
C’è una magnifica parola tedesca per dirlo, che è “schadenfreude”  e significa “piacere provocato dalla sfortuna altrui”.
Per questione di opportunità non farò cognomi, ma quando la Roma perde pur di ascoltare i commenti di alcuni opinionisti sfrutto anche le repliche notturne.

Chi ti conosce sa che l’antiromanismo è un tuo tratto distintivo. Ma tu ti senti più laziale o più antiromanista?
Il fatto che sia diventato prima non-romanista e solo dopo laziale incide, ai laziali della mia generazione – anche se loro non vogliono più sentirne parlare – invidio soprattutto la Serie B. In quegli anni disperati hanno maturato un livello di attaccamento che probabilmente io non raggiungo e una capacità di apprezzare di più e meglio l’aurea mediocritas che viviamo oggi.
La risposta più onesta che posso darti è: dipende dalla forza delle due squadre. Perché per me i rispettivi andamenti sono inscindibili. Se arriviamo terzi ma loro vincono lo scudetto per me trattasi di stagione drammatica, se arriviamo quinti e loro settimi è largamente positiva.
Tra il 1998 e il 2000 alla Roma pensavo pochissimo, te lo garantisco. Negli ultimi anni, invece, il solo fatto che loro fossero teoricamente iscritti alla lotta per lo scudetto e noi no mi ha portato a trascorrere lunghi campionati in cui il loro risultato mi importava più del nostro. Perché alla fine sempre lì torniamo, all’emozione. E per me l’emozione non è solo la speranza o la gioia di vincere, ma anche la paura o il dolore per la vittoria degli altri.
Partite come il Roma-Sampdoria di Pazzini mi hanno emozionato non meno delle nostre grandi vittorie. Ovviamente i sentimenti sono diversi, ma io ho elaborato il seguente teorema: se non posso vincere io è meglio che lo faccia chi ne ricava il minor godimento, perché meno vedo godere gli altri e meno rimpianti ho per non essere al posto loro. Quindi il godimento dei dirimpettai è il primo da evitare, ma tifo anche contro il Napoli e (nelle competizioni a cui partecipa la Lazio) in generale contro le squadre che vincono poco. Mi va benissimo che a vincere i campionati siano gli juventini che ormai godono il minimo sindacale, e mi va benissimo che continuino a versare lacrime in Champions League. Sono una brutta persona, lo so, ma me ne vergogno talmente poco che non ho problemi a farlo sapere a tutti.

Cosa chiedi alla Lazio attuale e cosa speri per i prossimi trent’anni?
Alla Lazio attuale, e mi riferisco alla dirigenza, chiedo un po’ più di audacia.
Oggi le gerarchie tecniche sono la conseguenza del fatturato e se non arriva un emiro a comprarci l’unico modo di mischiare un po’ le carte è scommettere sul trading.
Cragnotti ci era arrivato vent’anni fa, quando ripenso al fatto che anch’io ero a via Novaro per impedire la cessione di Signori mi do dell’idiota.
Era bello il calcio delle bandiere, ma i grandi giocatori costano e la Lazio di Lotito non ha i mezzi per trattenerli quando arrivano a valere più di questo palcoscenico.
Per me quell’epoca si è chiusa il 31 agosto 2002, nella mia vita di tifoso c’è un prima di Nesta e un dopo Nesta. Mi capita ancora di affezionarmi a un giocatore ma sono pronto a sacrificare chiunque se dalla sua cessione può uscire una Lazio più forte.
Quest’estate ero tra i pochissimi che avrebbero venduto Milinkovic perché pensavo due cose: 1) se resta, lo farà controvoglia; e infatti non è bastato neanche un rinnovo di contratto a rimotivarlo; 2) se ci mettiamo in saccoccia 80-90 milioni possiamo alzare il livello medio e ringiovanire la squadra, e quando vedo gli encomiabili ma anzianotti Radu, Parolo e Lulic costretti a essere ancora titolarissimi mi do ragione da solo.
Il Napoli ha fatto un salto di qualità quando ha stravenduto Cavani, la stessa Roma di Sabatini è cresciuta vendendo benissimo e ricomprando, mentre Lotito si fa ancora vanto di trattenere i migliori. Certo se alzi la posta delle scommesse puoi fare un salto in avanti ma anche uno indietro, dopodiché con tre sole retrocessioni considero improbabile che una campagna acquisti poco felice potrebbe farci rischiare qualcosa.
Di quinti e sesti posti ne ho visti a sufficienza, accetterei volentieri anche un dodicesimo se l’obiettivo fosse quello di tornare a lottare per lo scudetto.
Me ne basta solo un altro prima di morire, ma quando dovesse succedere vorrei essere ancora in grado di andare allo stadio con le mie gambe. Mi piacerebbe anche vincere quella che un tempo si chiamava Coppa Uefa, oggi si chiama Europa League e domani chissà come la chiameranno: non mi importa il nome, voglio quel trofeo perché nel 1998 ero a Parigi, Pagliuca lo alzò a venti metri dalla mia faccia e la ferita non si è ancora rimarginata. Vorrei che la Roma non vincesse mai più nulla o meglio ancora vorrei vederla fallita o retrocessa, potrei spirare serenamente l’indomani.
E poi vorrei che non ci fosse mai più una finale Roma-Lazio perché già nel 2013 non avevo più il fisico per reggere uno stress del genere.

A proposito del 26 maggio, che hai fatto quel giorno?
Ti deluderò: dopo la premiazione sono uscito e me ne sono tornato a casa dove ho dormito quasi 12 ore. Quella partita era iniziata 39 giorni prima, ci sono arrivato distrutto.
L’attesa mi ha consumato: mi svegliavo di notte e pensavo che se avessimo perso non avrei avuto più voglia di seguire il calcio e che quindi una parte importante di me sarebbe morta.
Ancora adesso me ne frega relativamente di aver vinto, perché la vera essenza di quella vittoria sta nel fatto di non aver perso.
Ero talmente terrorizzato che andai allo stadio imbottito di Lexotan e con la valigia in macchina: se avessimo perso sarei scappato in montagna.
Ci ho messo giorni prima di espellere tutta la tensione accumulata e riuscire a godermi quello che era successo.
La felicità pura è arrivata solo una settimana dopo, a Ponte Milvio quando abbiamo fatto il funerale della Roma…

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