Interviste con laziali notevoli/7. Francesca Fiorentino

JUVENTUS V LAZIOI laziali notevoli non sono tutti maschi, sia chiaro. Anzi, nella mia mappa ho disegnato molte tappe da percorrere al fianco di donne biancocelesti. Francesca Fiorentino è la prima: una brillante voce radiofonica che non conoscevo, non essendo un ascoltatore delle radio romane. In realtà ero un aficionado di Radio Incontro, che ascoltavo durante i lunghi trasferimenti serali nel traffico di Roma, seguendo una trasmissione condotta da Francesca Turco. Guarda caso, proprio la radio dove lavorava la nostra laziale notevole, che oggi è una giornalista professionista, cura un blog (questo è l’indirizzo) e si occupa di sport e di cinema. Si descrive così: Sono professionista da quasi vent’anni, ho lavorato prevalentemente in radio come giornalista sportiva e culturale. L’altra mia grande passione è il cinema e l’ho “esercitata” su movieplayer.it e attualmente su hotcorn.it (blog di Chili Tv). Ho anche aperto un blog che si occupa di tematiche femminili. Infatti ho scritto spesso di calcio…

Come sei diventata della Lazio? E quali sono i tuoi primi ricordi da laziale?
La Lazio è parte della mia vita, un amore che non conosce ragione e non conosce fine. Sono diventata della Lazio grazie a mio padre e mio fratello. Lo ammetto pubblicamente senza alcun timore: ho rischiato di diventare romanista durante gli anni dello secondo scudetto giallorosso. Ero sulla cattiva strada, ma papà e Giuseppe mi hanno lasciata libera di sbagliare, sapendo che avrei comunque fatto la scelta giusta.
Gli bastò portarmi allo stadio una sola volta per spezzare l’incantesimo. Se non sbaglio si trattava di un Lazio-Campobasso, finito 0 a 0. Niente di esaltante, eppure non so descrivere l’emozione di quella giornata, la gioia purissima che provai quando salii i gradoni e vidi il verde del campo. Da quel momento capii che non avrei potuto tifare per un’altra squadra e fui orgogliosa di far parte di un gruppo di quattro bambini laziali in una classe quasi totalmente romanista.
Con l’adolescenza e la maturità mi ammalai sempre di più. Scrissi a Calleri per non mandar via Fascetti, piansi quando Gascoigne si fece male, preparai in una notte l’esame di letteratura inglese solo perché la Lazio vinse a San Siro contro l’Inter e mi esaltai come una pazza quando arrivò la notizia dell’arrivo di Vieri (per il quale avevo una solenne cotta). Fino a decidere un giorno di  voler diventare giornalista sportiva per poter sempre seguire la Lazio. Cosa che avvenne nel 1999.
Chiamai in una nota radio locale di Roma e feci un intervento di svariati minuti per esaltare la prodezza di Pancaro nella gara di campionato contro l’Inter, pareggiata al novantesimo. Mi presero all’istante. Debuttai in diretta il 9 gennaio 2000 e il 14 maggio raccontai quella meravigliosa giornata che tutti sappiamo. Era scritto nelle stelle che dovesse succedere.

La lettera a Calleri va assolutamente approfondita! Che gli scrivesti? Ti ricordi?
La lettera a Calleri fu molto drammatica e teatrale. Ricordo che usai un pezzo di carta semi stracciato e scrissi che senza Fascetti la Lazio avrebbe fatto la fine di quel foglio. La spedii con una certa foga, ma ovviamente non ebbi risposta. Il bello è che alla fine Materazzi mi era pure diventato simpatico, quindi mi sono sentita un po’ in colpa verso di lui.

Mi dici di più sulla presenza della Lazio nella tua famiglia?
Mio papà era calabrese si trasferì a Roma intorno ai 29 anni diventando subito laziale. Ti parlo degli anni ’50, in piena epoca Poveri ma belli. Una volta gli chiesero un’ideale classifica delle cose importanti della sua vita e mise la Lazio al primo posto.
Era un barbiere amatissimo nel quartiere (Piramide), questo vuole dire che il martedì prendeva in giro i suoi clienti romanisti in caso di sconfitta della Roma e al contrario accettava con classe gli sfottò.
Uno dei riti più belli della mia vita era l’acquisto del Corriere dello Sport con papà. Mio padre frequentava lo stadio con suo fratello Saro, altro personaggio chiave per la mia lazialità, soprattutto prima di sposarsi. Poi le sue uscite domenicali si sono diradate.
Di tanto in tanto però ci portava tutti anche all’adorato Maestrelli, dove un giorno si spaccò la frizione della nostra 127 gialla. Fu epocale la presenza di papà all’Olimpico nel derby col gol di Di Canio. Tornò a casa con il gonfiabile della banana Chiquita che agitò durante tutta la partita e la foto finì sul Corriere. Quel giorno non seguii tanto la gara, perché i derby mi facevano stare male, il gol di Di Canio mi fu annunciato da mio fratello che si era chiuso in bagno a fare riti con la radiolina.
A vederlo oggi mio fratello sembra una persona saggia e morigerata (lo è in realtà), ma da ragazzo era un tifoso scatenato, innamorato soprattutto di Bruno Giordano.
È stato lui a farmi conoscere le trasmissioni radio televisive dedicate alla Lazio, anche le più improbabili e brutte. Sono cresciuta però ammirando due miti veri, Gianni Elsner e Michele Plastino. Naturalmente per vedere Goal di notte dovevamo usare degli espedienti perché non ci era permesso fare tardi prima di andare a scuola. Quindi fingevamo di chiudere la televisione, aspettavamo che tutti andassero a dormire e poi ci rimettevamo a vederla.
Sono esperienze segnanti per la vita di una bambina, credimi. Mio fratello poi era quello che per farmi addormentare non raccontava favole ma inventava radiocronache di ipotetiche finali di Coppa dei Campioni, tipo Lazio-Real Madrid.

Raccontami di te che segui la Lazio come giornalista…
La Lazio nella mia vita da giornalista è stata un tormento. Ero così distaccata in diretta da essere molto amata e rispettata dagli ascoltatori della Roma, ma a microfoni spenti ero davvero una scalmanata.
Ricordo il 14 maggio del 2000, quella mattina cominciata prestissimo con una strana sensazione allo stomaco. Per andare in radio presi il 23 (numero quanto mai significativo) che però si ruppe a poche fermate dal capolinea, dove sarei dovuta scendere. Ne arrivò subito un altro. Lo interpretai come un segno del destino, assieme al Bacio Perugina che avevo comprato la sera prima.
Iniziai la trasmissione alle 10 e finii alle 20, sommersa dalle telefonate di romanisti che erano felici per me. Ricordo poi il derby vinto nella giornata di campionato dopo il terremoto in Abruzzo. Lavoravo in un’importante agenzia di stampa radiofonica e quel sabato ero la responsabile del turno, ovvero avrei scritto tutte le edizioni del radio giornale. Ebbi un aplomb disgustoso, soprattutto col mio collega romanista. Fui molto fiera di me.

La cotta per Vieri è l’apertura di uno spiraglio sull’occhio femminile che segue il calcio…
Vieri è stato lungamente il mio amore calcistico, primo e unico giocatore della Lazio ad aver “amato”. Perché per me i giocatori a Lazio erano sacri e non mi sarei mai permessa di disturbarli, persino col pensiero. A parte Vieri e Julio Velasco, che giocatore non era ma che veneravo senza ritegno. E a cui scrissi un’altra lettera poco dopo il suo insediamento a Formello…

Ecco, adesso mi devi dire che cosa scrivesti a Velasco!
Gli scrissi che lo stimavo e che ero felice che fosse arrivato alla Lazio e che doveva guardarsi da certa stampa. Ammetto di essere stata un filo polemica, ma sentivo che avrei dovuto farlo. Velasco non sapeva nulla di Roma città e dell’ambiente calcistico.

Per quanto tempo ti sei occupata della Lazio in radio?
In radio mi sono occupata di Lazio e basta dal 2000 al 2002, i miei anni a radio Incontro, insomma. Poi ho lavorato allo sport a 360°…

Hai avuto problemi occupandoti quotidianamente della Lazio? Nel senso, ti sei sentita libera di esprimere critiche, oppure hai sentito il condizionamento che deriva dal fatto di essere riconoscibile, e quindi esposta?
Sì, in tempi di social ho avuto problemi soprattutto con alcuni romanisti particolarmente rosiconi, ma nulla di preoccupante. Mi sono spesso battuta invece con colleghi molto prestigiosi per il fastidioso automatismo con cui accostavano tutti i tifosi laziali al fascismo. Ho sempre patito questa cosa e non mi sono mai tirata indietro nelle discussioni.

Oggi segui la Lazio allo stadio?
Non vado allo stadio quanto vorrei. Credo di essere rimasta l’unica persona al mondo ad ascoltare le partite alla radio. L’unico mezzo che mi rilassa davvero e che sento mio.

Come vivi questa fase di Lazio medio-alta, che non aspira ai massimi traguardi ma si toglie qualche soddisfazione non di poco conto?
Vivo questa fase con grande disincanto e ironia. Non amo Lotito, ma non amo neanche gli anti lotitiani. Vorrei che si fosse tutti più uniti. Noi laziali però non saremo mai compatti, non in senso tradizionale, ed è anche il nostro bello.
Come diceva un bravissimo collega, nonché straordinario cantore biancoceleste, non esistono due laziali uguali.
Io vorrei vincere una bella Europa League e mi piacerebbe poter partecipare alla Champions League senza il terrore di uscire al primo turno. Vorrei sognare, insomma. Temo non sia questo il tempo.

Quali sono i tuoi giocatori-idolo? A parte Vieri, di cui eri cotta…
I miei giocatori idolo sono stati Bruno Giordano, Alessandro Nesta e Roberto Mancini. E poi un allenatore, Zdenek Zeman, che ho stimato infinitamente. Ad eccezione della sua parentesi alla Roma. Zemaniana sì, ma a tutto c’è un limite.
Mancio per me è stato davvero un colpo di fulmine. Quando arrivò non ero tra gli entusiasti, ma aveva una dote per me rarissima alla Lazio: la tracotanza del campione. Era davvero unico, incredibile.
Zeman rappresentava per me la possibilità di vincere in maniera bella. Di vincere cioè e farsi amare da tutti. Mi ha sempre affascinato il suo gioco fatto di partiture precise. Ricordo che durante la preparazione dell’esame di storia teatrale vidi dei punti di contatto tra il 4-3-3 e il metodo delle azioni fisiche di Stanislavskj. Ci avrei fatto anche la tesi, se Zeman non fosse andato alla Roma. Sapere che oggi lui porti nel cuore soprattutto la Lazio però mi ha resa felice.
Sandro non è stato un grande capitano, ma è stato il più grande talento della Lazio moderna. Ricordo lo Juve-Lazio in cui rientrò dopo l’infortunio al ginocchio. Ancora ho i brividi. Bruno invece era bellissimo e fortissimo. Non aggiungo altro.

 Si è sempre ironizzato sulle donne e il calcio, e “Il calcio spiegato alle donne” è un titolo talmente abusato che lo usano le donne per autoironia, il che, come al solito, è sintomo di intelligenza. E’ ora di superarlo, questo steccato che si potrebbe chiamare ideologico? Le donne che seguono il calcio sono ancora una minoranza? E secondo te ci sono differenze nel modo di accostarsi a questo sport?
Le donne amano il calcio, siamo in tante e ne parliamo con competenza. Ci sono colleghe che stimo, per parlare in ambito locale cito Francesca Turco, che mi ha amorevolmente formata. No, non credo il nostro sia un approccio differente al calcio. Ma le donne che amano il calcio lo “sentono”, siamo streghe.
Sapevo i risultati esatti di certe partite già dal mattino…

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