Quando eravamo

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Sarà la vecchiaia, perché sono passati 45 anni dal golpe che costò la vita a Salvador Allende e precipitò il Cile nelle grinfie di una dittatura sanguinaria, ma Santiago, Italia, il documentario di Nanni Moretti, è una roba commovente, per chi è sensibile all’argomento.

Non solo rievoca i giorni terribili del golpe, le torture, il terrore della popolazione, tutte cose che già sappiamo: racconta una faccia del nostro Paese che abbiamo dimenticato. L’Italia ha accolto a Santiago un notevole numero di perseguitati politici, che si rifugiavano nell’ambasciata scavalcandone il muro di cinta, sfuggendo, in molti casi, a una sorte terribile.

Dall’ambasciata i rifugiati si sono poi trasferiti nel nostro Paese, dove sono stati accolti, sostenuti, integrati, inseriti in contesti lavorativi, adottati. Di questo restano grati, loro. Noi assistiamo, registriamo e ricordiamo come eravamo: i pochi fotogrammi di un concerto degli Inti Illimani mi precipitano indietro nella palestra della scuola ed è dura trattenere le lacrime.

Non si piange, no, di nostalgia. Si piange, un po’, perché il tempo passato ci ha straziato, come persone, come Paese. Non riesco a non pensare/credere che noi lo si sia fatto, tutti insieme, governi e opposizioni, perché l’antifascismo era il cemento che teneva insieme le istituzioni e perché le ferite della dittatura ci bruciavano ancora la pelle, a 28 anni dalla fine della guerra.

Qualcuno dice, nel film, che in Emilia o altrove si lavorava fianco a fianco con persone di 50 anni, che avevano fatto la Resistenza. Forse era questo. E sorprende vedere che i rifugiati politici di allora venivano accolti, in tanti, nell’hinterland milanese, dove nasce e si afferma la bestia immonda che vuole estirpare da questo Paese la capacità di accogliere e di provare empatia, solo per un sudicio calcolo elettorale.

Da vedere, per chi ha cuore, e per chi desidera un’Italia più umana.

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