Interviste con laziali notevoli/5. Romolo Giacani

Una delle manie di molti, nel raccontare le storie romane legate al tifo, è attribuire a romanisti e laziali alcune caratteristiche storiche, sempre accollando al “vincente” la parte del romanista, che in effetti, poi, non vince mai niente, sul campo. Per questo a prima vista sembra quasi strano che uno che si chiama Romolo sia tifoso della Lazio, che alcuni associano a Remo, al quale viene affibbiata l’immagine di perdente. Senza entrare nel merito del mito, possiamo tranquillamente rivendicare il nome di Romolo alla Lazio, che è la più antica squadra di Roma, fondata a Piazza della Libertà, come dicono i documenti storici. Certezze inesistenti di là dal Tevere. Romolo Giacani è un innamorato della penna: ha scritto 4 romanzi, e tiene da anni un blog molto seguito, Viaggi ermeneutici, in cui si diletta a scrivere gustosi post minchioni, come li definisce lui. Uomo dalla penna delicata che cerca di sondare l’animo umano, mentre gioca, sempre col sorriso sulle labbra, abituato anche per lavoro a occuparsi di comunicazione.
Ma visto che si chiama Romolo avrei timore della sua possibile, per quanto rara, ira funesta…

 Come sei diventato della Lazio e cosa ti ricordi della prima volta in cui sei andato allo stadio?
Mi innamorai della Lazio perché non avrei potuto fare altrimenti. E’ un amore viscerale, immotivato ed immotivabile, malsano (non mi fa mica stare bene! Mi incazzo e sto depresso quando perde molto di più di quanto sia felice quando vince) e incurabile.
Non me ne frega nulla dei calciatori, dei presidenti, dei tifosi, di quello che dicono le radio, di quello che scrive il Corriere dello sport, dei lotitiani e non, degli irriducibili e non. Mi interessa solo la Lazio. Perché? Perché non ne posso fare a meno. Ho scritto anche un romanzo, tentando di spiegare questa cosa (4 storie cromaticamente biancocelesti), ma non so mica se ci sono riuscito. So solo che finché camperò sarà così, non c’è possibilità di scelta.
Mi piacerebbe poter raccontare qualche bel motivo ideale sulla mia fede biancoceleste, ma molto più prosaicamente sono della Lazio per lo stesso motivo per cui i ragazzini di oggi, seguendo Ronaldo, diventano della Juve. La famiglia di mia madre arrivò a Roma dalle Marche nella metà degli anni trenta, i due fratelli maschi dovendo scegliere per qualche squadra parteggiare furono spinti verso i nostri colori dal centravanti più forte di tutti i tempi. Se Piola avesse giocato nella Roma – ho un brivido solo a pensarlo – probabilmente ora, insieme al resto della famiglia (siamo 26 cugini, tutti lazialissimi) sarei dell’altro reparto.
Proprio questi cugini più grandi mi portavano con loro allo stadio, quasi come una mascotte: la prima partita di cui ho un vaghissimo ricordo fu a maggio del 71, non avevo ancora 5 anni, un Lazio Vicenza, in cui perdemmo 0 a 1 con goal di un certo Cinesinho. Il primo abbonamento, Tribuna Tevere non numerata, cancello H, fu nella stagione 74/75 e da lì fino all’87 sempre abbonato, fino ad un altro Lazio Vicenza, fortunatamente con tutt’altro esito.

16mag71Mazzola

Quel Lazio-Vicenza (16/5/71). Quel giorno la Lazio retrocesse. Foto Laziowiki

Hai nominato una partita che è stato un crocevia della storia della Lazio. C’è chi dice che se non avessimo vinto quel giorno la nostra storia sarebbe finita, o si sarebbe ridotta a dimensioni infime. Che cosa ricordi di quella giornata? E perché la classifichiamo tra i ricordi più belli, anche se in fondo si tratta del giorno in cui evitammo per un soffio la retrocessione in serie C?

Cosa ricordo di Lazio Vicenza? Tutto. Uno stadio stracolmo come mai più l’ho visto, una sensazione di angoscia ed ineluttabilità che mi chiudeva lo stomaco. Tra il mio primo Lazio Vicenza e quello lì, c’era stato un altro incrocio con i biancorossi, nel 1981 e non era andato per niente bene perché sbagliando un rigore a pochi minuti dalla fine, perdemmo la possibilità di tornare in serie A. Rimasero anche in dieci, ma il goal non voleva arrivare: fino al momento in cui Podavini buttò in mezzo un cross casuale e Fiorini spinse in rete quella palla sotto la nord. Urlai talmente forte che mi uscì sangue dal naso (cit.). Gli spareggi che vennero dopo, pur con tutto il carico di ansie e gioie successive, furono solo un appendice, perché dopo quel Lazio Vicenza non potevamo non salvarci. Per cinque anni, pur continuando a gioire ed incazzarmi non entrai più allo stadio. La scintilla la riaccesero un inglese pazzo e un presidente paperone, ma per me il calcio avrebbe potuto benissimo finire lì.

21giu1987b

L’altro Lazio-Vicenza. Esito, per fortuna, diverso. Laziowiki.

E invece la scintilla non si spegne mai. Gazza è stato una magnifica incompiuta, no? E poi, Cragnotti. Come hai vissuto i nostri anni gloriosi? E che impatto avevano sul tuo quotidiano?
La scintilla non si spegne mai infatti. E poi in realtà la stella che illuminava le nostre domeniche in quegli anni, più che l’inglese folle, fu quel biondino dalla parlata bergamasca, con un piede solo. Ma che piede! Su Cragnotti, come su tutti i presidenti passati e futuri, ho un giudizio direttamente collegato alle sorti della squadra: niente di personale, nel bene e nel male. Certo, le soddisfazioni che ci siamo tolte in quegli anni sono imparagonabili a tutto. Ma quello che soprattutto mi mandava in estasi era il calciomercato. Perché lì avevi finalmente la sensazione di poter raggiungere qualsiasi traguardo: quando si fece male Gazza, ecco Winter, dalla sera alla mattina. E poi, chi è il giocatore più forte in circolazione? Boksic? Me lo compro. Chi è il centravanti migliore? Vieri? Eccolo qua. Chi il giovane più promettente seguito dai difettosi? Stankovic? Lo compro. Mamma che goduria! Forse quasi più quello dei successi veri e propri, che probabilmente avrebbero potuti essere molti di più.

Hai scritto un libro dove si racconta il quotidiano in biancoceleste…
Il libro racconta in modo ovviamente romanzato la mia passione per la Lazio, ma in particolare quei due anni sulle montagne russe che furono il 1999 ed il 2000. Dalla certezza di vincere che finisce nella grande delusione di Lazio Parma, fino alla certezza di perdere che invece termina con l’inaspettato trionfo di Lazio Regina. La nostra Lazio, un po’ come la vita, riesce sempre a sorprenderti. Certo se Treossi fischia quel fallo di Mirri su Salas…ma come dice Pennac, l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come l’avevamo programmato. E infatti l’anno dopo quella stessa squadra che aveva vinto il campionato, con l’aggiunta del miglior portiere in circolazione e uno dei centravanti più forti, non riuscì a rivincere lo scudetto. Nacque il mio secondo figlio e decisi che sarei tornato allo stadio quando lui me l’avrebbe chiesto. E così è stato, ed ora siamo di nuovo abbonati tutti e due.

Hai introdotto un tema potente, che definisce i laziali come portatori di una tradizione che è impossibile spegnere, perché si tramanda di padre in figlio.
Cosa hai fatto per trasmettere la tua passione e cosa hai provato quando hai visto che il passaggio si stava compiendo?

Ho due figli laziali e una moglie juventina. La mia dolce metà con la primogenita ha provato a portarla dalla sua parte (a 3 anni le aveva insegnato l’inno juventino…), ma “core de papà” appena è stata in grado di comprendere ha preso la decisione giusta.
Con il giovin virgulto invece non c’è stato neanche bisogno di insistere più di tanto. Ma debbo dire che, in realtà, mai come in questo caso vale il detto del Che “la parola insegna, l’esempio guida”, perché non ricordo di aver dovuto dire o fare chissà cosa: semplicemente ho continuato a fare quello che aveva sempre fatto e loro, come due paperelle di Lorenz, mi hanno seguito. Ognuno interpretando la cosa – giustamente – come meglio si sposava con il loro carattere: passionale e un po’ puzzona lei, placido e olimpico lui. Infatti la donzella, pur non seguendo le partite o i risultati e non venendo allo stadio, è sicuramente più tifosa di lui. Che invece, a differenza anche mia, riesce sempre a essere equilibrato e direi anche più sportivo, riconoscendo meriti dell’avversario o accettando la sconfitta con una calma serafica che proprio non mi appartiene. Ad ogni modo il calcio e – la Lazio in particolare – è una delle cose che ci unisce e sulla quale riusciamo ad avere un confronto. E ti assicuro, non è poco! Perché esattamente come accadeva a noi, il dialogo padre figlio quando quest’ultimo è un adolescente, non è proprio fra le cose più semplici di questo mondo. Un altro grazie che debbo dire alla mia amata Lazio!

Dimmi quali sono i tuoi 5 laziali preferiti e perché. Lo so, è una domanda cattiva, tipo meglio mamma o papà…
Il mio primo vero e direi unico innamoramento per un singolo giocatore risale a Bruno Giordano. Ovviamente ero molto legato agli eroi dello scudetto del 74, a Giorgione, al capitano, a Oddi che nelle figurine Panini aveva una faccia simpatica (e poi l’avevo incontrato a Montesacro), a Martini (il terzino fluidificante è stato da sempre uno dei miei ruoli preferiti), a Re Cecconi, però il poster in camera, il primo e unico, fu di Bruno. Poi ci fu quel Pescara Lazio: avevo 14 anni, quel pomeriggio posso prenderlo come data della fine dell’infanzia. Rimasi talmente male che mi ripromisi di non attaccarmi più a nessun giocatore. E posso dire che tranne forse per un paio di eccezioni non ho più derogato a questo principio. Legatissimo a tutti, da Spinozzi a Thomas Doll (ti ricorda qualcuno?), da Podavini a Ledesma, da Monelli a Signori e poi Hernanes, Favalli, Marchegiani, Almeyda, Fiore, Giannichedda, fino a Patric. Tutti.
Chi indossa quella maglia avrà sempre il mio appoggio incondizionato, ma l’attaccamento che ho sentito per Giordano è stato irripetibile.
Detto questo però non voglio svicolare dalla domanda e poi come dicevo, oltre a Bruno, almeno un altro paio di eccezioni ci sono state. Giocatori che mi è davvero dispiaciuto quando sono andati via e a cui sono e resterò legato per sempre. Uno è Alessandro Nesta, che secondo me, per eleganza in campo e per comportamento fuori, incarna alla perfezione la lazialità o almeno quello che io penso dovrebbe essere: semplicemente l’antitesi della romanistità (si dirà così? Mah!). E l’altro è Veron, perché fra tutti ritengo sia stato il giocatore più forte che abbia visto con la nostra maglia. Giudizio molto soggettivo, mi rendo conto, ma per me è così. Per completare la cinquina richiesta ci metto Giuliano Fiorini, non c’è bisogno di spiegare il perché, e poi Riccardo Budoni. Chi era costui? Era il portiere della primavera, schierato per terminare quello sciagurato campionato 79/80. Budoni capitò a scuola nostra proprio in quel periodo e tra strette di mano, autografi e pacche sulle spalle (certo non c’erano i selfie con i cellulari!), ci promise che ce l’avrebbe messa a tutta e la Lazio si sarebbe salvata. E in effetti sul campo ci salvammo (mi ricordo un drammatico Lazio Catanzaro, con un autogoal decisivo grazie alla pressione di Garlaschelli sul terzino avversario), ma poi fummo retrocessi a tavolino. Ecco Budoni con quelle poche presenze (fu ceduto l’anno dopo) può ben rappresentare tutti coloro che hanno vestito la nostra maglia, anche per poche partite, che mi hanno fatto emozionare, mi hanno fatto dimenticare i guai e i problemi veri e mi hanno fatto incazzare e gioire, almeno per 90 minuti.

Annunci

Un Commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...