Interviste con laziali notevoli/4. Fabio Masci

Ho conosciuto Fabio Masci all’indomani del giorno peggiore per un laziale: quello dell’ultimo scudetto della Roma. Fabio scrisse al Magazine di Lazio.net un Decalogo di resistenza umana (lo intitolò Endurance) che ci consolò, in un momento in cui, come sempre nella storia laziale, l’evento infausto ci faceva unire in un abbraccio. Come undici fiati tutti quanti a respirà. Da allora è nata un’amicizia che si esprime per iscritto: lunghe mail, racconti di vita, abbracci virtuali che non sono mai cessati. Miracoli del web, che virtualizza ma sa anche premiare chi scava alla ricerca di umanità.

Cominciamo dall’inizio: mi racconti come sei diventato laziale e che ricordo hai della prima volta allo stadio? 

Come sono diventato laziale? E come potevo esser altro, essendo il fratello consanguineo di Virginio Lorenzi? Virginio, Gino per tutti, era orfano di guerra, suo padre era morto, senza conoscerlo, nel 1943 in Russia  nella ritirata dell’Armir. Nostra madre volle chiamarlo con un nome sacrale a testimonianza della purezza che lo aveva concepito e dell’amore profondo  – e molto contrastato da tutti – che la legava a Vittorio Lorenzi.
Mio padre si prese di cura mia mamma e lei acconsentì a sposarlo; nascemmo mia sorella ed io per donarle un breve squarcio di felicità in mezzo a tanta sofferenza familiare . Qualche anno ed il cancro se la portò via (1966) aprendo un’altra epoca di guerra per tutti. Gino ingoiava sofferenza da sempre, la ruminava e la restituiva al mondo in forma di bellezza estetica, grandi capacità empatiche e, ovviamente, originalità di modi e pensiero.
Non si prendeva con mio padre, cui pure lo legava un debito di riconoscenza per essersi occupato di lui, ma sulla Lazio trovavano l’unica nota armonica della famiglia.
Essere della Lazio era naturale, perché Gino era estremamente naturale e trascinante.  Suppongo divenne della Lazio per anticonformismo, ma poi ne fece una sorta di estetica metafisica. Allo stadio era istrionico, insuperabile, un mito.
Appena mio padre diede il permesso mi schiaffò sulla sua 600 e mi portò al Flaminio: 11 aprile 1964, Lazio Penarol 1-0, strana amichevole, gol di Rozzoni. Ricordo solo le luci e il verde smeraldo del prato. Il vero esordio fu la prima di campionato 20 settembre 1964. Lazio – Catania 2-2, doppiette di Facchin per il Catania e di Christensen per noi.

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Quel Lazio-Catania 2-2, 20/9/64. Foto da Laziowiki, uno dei gol di Facchin.

Mi trovai catapultato nel mezzo di una bolgia. Fu una partita turbolenta, gol annullati, invasioni di campo, cuore in gola per un doppio svantaggio e quel pennello di svedese biondo e lento che ad un certo punto si sciolse e segnò due gol, uno dei quali alla fine. Avevamo pareggiato ma, mentre tornavamo festanti in macchina con la 600 strombazzante divenni laziale nel senso pieno; avvertii l’imprinting, quello strano connubio fra cielo settembrino, sole malinconico, paure interiori: il melting pot della storia biancoceleste che per me era il volto sorridente di Gino.
Gino è morto nel 2012, dietro l’Aquila io vedo sempre il suo sorriso triste e pieno d’amore.

Hai continuato a frequentare lo stadio con Gino per molto? Vuoi raccontare qualcosa sui Lorenzi nella vita?
Con Gino lo Stadio era diventato un tempo sospeso. Dopo la morte di mia madre,, i suoi rapporti con mio padre  – un uomo integro ma travolto dai suoi fantasmi… – si guastarono. Nel 1969 si sposò e se ne andò  – per me e mia sorella, un dolore intenso quasi quanto la morte di nostra madre.
Mio padre invece si risposò qualche mese dopo e fu altra ginnastica esistenziale per costruire il rapporto con la  nuova madre, già adulta e atterrita dal rapporto con due ragazzini ostici…
Mio fratello ebbe subito una figlia… la vita si srotolava a caso sul piano inclinato… non ci vedevamo quasi mai… Ogni tanto però di domenica spuntava e ogni momento del tragitto e della partita erano aria finissima… Poi le cose si diradarono, dovevo crescere e crescevo in fretta. Avevo tredici anni e sticazzi, allo stadio ci andavo  da solo.  Eravamo in B, era il 9 gennaio 1972 (LazioWiki solo per la data) stavo correndo verso i botteghini della Sud.
Dietro di me sento una voce «capo c’hai d’accende?»… Gino stava accendendosi una sigaretta; quando mi vide aprì il suo sorriso triste. Seduti sulle panche di legno, mi fece crescere di un paio d’anni in novanta minuti, raccontandomi di Federica –  mia nipote –  e della  mancanza di soldi.
E al gol di Chinaglia in extremis, l’agrodolce ci avvolse stemperando il freddo, ma solo per un attimo… Continuò così a intermittenza… come la vita… fino a Maestrelli…  fu un’ apoteosi… ogni domenica un’apoteosi… non dico altro solo che io feci tre anni di abbonamento consecutivo come lui e difficilmente bucammo … con tutto che lui ormai aveva due figli … e io due nipoti…
Già due nipoti e avevo quindici anni. La famiglia era molto a geometria variabile, per noi ed i legami parentali seguivano traiettorie sghembe come i cross di Petrelli (il killer dai piedi a mandorla… secondo Gino).
Vittorio Lorenzi era figlio di un’agiata famiglia di albergatori di Bordighera. Quando Marcella, mia madre, prestò servizio in uno degli hotel di famiglia lui se ne innamorò perdutamente – era bella eh, davvero bella…  Era il 1940, Marcella aveva 19 anni e Vittorio anche… La famiglia Lorenzi cacciò Marcella dal lavoro e Vittorio la seguì a Roma.  Marcella aveva un fratello, Felice, che trovò l’ennesimo lavoro a entrambi e  l’Italia entrò in guerra…
Vittorio partì come alpino della Julia e risulta disperso dal 9 settembre del 1943 nella banca dati del Ministero della Difesa… Gino nacque a fine 1941 e non conobbe mai suo padre.

Perché l’amore di tua madre era contrastato?
Mia madre fu respinta dai Lorenzi in malo modo, quel figlio era bastardo… ma non gli andò molto meglio a Fiuggi dalla sua famiglia di origine… Si disperò a Roma per alcuni anni con l’aiuto di Felice; Gino crebbe in collegi e convitti dai quali sistematicamente scappava… Nel 1949 conobbe mio padre a Venezia (dove lavoravano entrambi per la stagione estiva). Mio padre – coi suoi fantasmi già adulti – prese a cuore le sorti di Gino e di quella bella e triste donna… La convinse ad accettare il suo aiuto… ma fu solo nel 1954, quando rimase incinta di Ornella, mia sorella, che Marcella accettò di sposare Luigi…

Che rapporto hai con la Lazio, eri un abbonato o andavi allo stadio occasionalmente? Come l’hai conciliata con la vita di tutti i giorni?
Ho lasciato lo stadio (nel senso che non ci sono più andato ogni domenica) nel 1977 con l’arrivo della militanza politica – si creò un po’ di incompatibilità
Ho conciliato la Lazio in quanto fa parte della mia storia interiore, non ho bisogno di continue manifestazioni di fede o conferme. Non ho aspettative, ho vissuto l’epoca della pay tv con mio figlio piccolo  e adesso non ho tempo, altrimenti tornerei allo stadio, che considero una cosa altra dal post calcio del VAR. E ci tornerei con la solita disillusione, per partecipare ad uno spettacolo di vivi e non ad uno spettacolo di ombre televisive con marketing accluso…
Ho portato mio figlio Adriano allo stadio con Gino e questo mi basta perché la memoria condivisa fa parte della nostra storia, della nostra famiglia impossibile…Non riesco a disinteressarmi della Lazio, fa parte di me, così come, o proprio perché, non riesco più ad interessarmi di calcio, di questo calcio…a parte lo stadio, ovvio.

Quindi hai vissuto con distacco le vicende terribili degli anni ’80, cui fecero da preludio le morti di Maestrelli e Re Cecconi? Come vivesti il calcioscommesse, il fallimento del ritorno di Chinaglia e la serie B, Fascetti eccetera?

Per gradi. La morte di Maestrelli e Re Cecconi furono traumi, lacerazioni violente proprio in quel senso che dicevo sopra di – uso una parola inappropriata – consustanziazione… Il funerale di Maestrelli fu un evento tragico, assoluto, ben più che la morte violenta di Re Cecconi che fu presto avvolta di sociologia politica… Ma, potrai capire, per uno abituato a passare dal Natale in famiglia gaio e lieto alla diaspora del funerale della madre e del nuovo matrimonio del padre… queste morti, queste violente sottrazioni di una felicità impossibile  – perché così ci sentivamo tutti noi laziali – rientravano nelle regole del gioco… lo stadio insomma, tragico, comico, epico…

Diverso invece il discorso per il calcioscommesse e gli anni 80. Il primo fenomeno, vissuto nel pieno della militanza politica, mi fece apparire la disillusione come una conferma della società di classe… non c’era niente di nuovo: è il denaro che fa la guerra e non me la prendevo tanto con i singoli quanto col sistema che quindi cominciavo a ripudiare – sia pure non totalmente… Il secondo, gli anni ’80 mi sembrarono, da un lato – e per i motivi interiori detti prima – una sorta di catarsi necessaria, dall’altro  invece una definitiva, cabalistica espiazione di quegli anni formidabili di Maestrelli… Ci stavamo rimettendo in pari… Sapevo però che si sarebbe ripartiti e quindi c’era un certo sereno distacco, sì…
Chinaglia, le sue fughe e i suoi ritorni… Tanto era immanente in campo quanto lo trovavo inutile, se non dannoso, fuori dal campo (inteso dietro la scrivania). Mi trasmetteva un’immagine di showbiz che non c’entrava nulla col calcio, ancor meno con la Lazio. D’altro canto Giorgio era stato e rimarrà per sempre un miracolo estetico, l’efficienza che si fa forma: sublime.
Non c’è né ci sarà un altro calciatore in grado di rappresentare gli umori più intestini di una tifoseria… Ma il suo ritorno mi puzzava di fregatura, cosa poi conclamata… E fu sul baratro aperto dall’infausto ritorno di Giorgio che nuovamente la Lazio mi attrasse a seguirla più da vicino.
La retrocessione del 1986 incrociò il mio matrimonio, anche questo evento contrastato per diversi aspetti, e i due fenomeni si influenzarono in modo sincrono: tutte le difficoltà con cui vissi l’avvio della convivenza con Oriana si specchiavano nella pertinacia con cui seguivo ogni istante della stagione della Nostra. Gino arringò Fascetti a in ritiro e finì in prima pagina sul Messaggero. Questo fu una conferma che bisognava resistere… fino a riemergere… Il giorno di Lazio-Campobasso cadeva esattamente ad un anno dal matrimonio e adesso a ben pensarci, la Lazio e il mio matrimonio sono ostinatamente paralleli peggio delle convergenze di Aldo Moro…
Beh! Quel giorno ero sicuro che ce l’avremmo fatta, così come anche nei periodi di crisi più dura con Oriana sapevo che saremmo andati aventi e che saremmo stati insieme.

Le convergenze tra Lazio e vicende private sono hornbiane, ma hanno di bello che non sono finte…
Un piccolo passo indietro. Ritengo il legame fra vissuto personale e storia della Lazio un fatto oggettivo, non tipicamente hornbyano. Ne è testimonianza il fatto che la “fase” per me non è solo superata ma spesso anche volutamente snobbata, ben sapendo del valore oggettivo dell’entità Lazio nella mia vita diffusa, sociale. Negli ultimi tempi, come avrai capito, il calcio, rectius questo calcio, mi lascia molto perplesso. Tutte le sue componenti mi appaiono ridondanti ed autoreferenziali; il senso del gioco eccessivamente edulcorato. A malapena intravedo il gioco, lo sport, dietro il grande moloch dello spettacolo televisivo. L’unico porto quiete per la mia idea di calcio è lo stadio dove, pur depotenziato, il fatto ritrova quelle dimensioni e quella drammaturgia che lo rendono pieno. Mi fermo qui, volevo solo precisare.

E l’arringa di Gino a Neno? Racconta.
Mio fratello trascinò la famiglia a Gubbio per un fine settimana lungo, almeno così mi disse al telefono. La notizia della retrocessione disposta dalla Commissione era troppo forte per lasciarlo così inerte. Il suo confronto con Fascetti avvenne nella hall dell’albergo, dopo ripetuti tentativi al campo di gioco.
Il tenore dello scambio fu burbero, come si conviene a Neno, e spavaldo, come conveniva a Gino. Due personaggi picareschi, o forse uno cyranesco e l’altro picaresco, chissà… Gino si parò davanti a Neno appellandolo ovviamente Mister e questi gli disse ovviamente che non aveva tempo da perdere. Gino replicò che di tempo non ne serviva molto e spiattellò il suo messaggio – con questa squadra se pure restiamo in C devi venire in serie B con un girone solo…. A quel punto Fascetti si fermò e gli disse più o meno “ma lo capisci che qua se ne vanno tutti?”… Gino rispose che non se ne sarebbe andato nessuno se la società faceva il suo con gli stipendi e prometteva un rilancio e una tutela legale accorta nei passaggi successivi… Neno gli disse che gli piaceva lo spirito positivo, l’ottimismo ma che lui aveva dei dubbi. Gino gli disse che non c’era trippa per gatti…(non so se in questi termini)… Allora Neno disse che comunque sarebbe andata lui lì stava e avrebbe allenato perché era il suo mestiere. Finì con una stretta di mano. Persino in punto di morte, Gino a richiesta avrebbe risposto che Neno aveva portato alla Lazio l’energia operaia che le mancava.

Raccontami degli anni ’90 e di come, poi, hai trasmesso, da padre, la passione per la Lazio, sempre che tu lo abbia fatto.
Gli anni ’90 sono stati una curva sinusoidale di vicinanza/lontananza relative. Ero preso dalla nascita di Adriano, prima, e dalla malattia di mio padre, poi. Ma la Lazio inframezzava. Gino continuava a salutare tutti i romanisti che incontrava con un inchino e con la parola “Signori…”. Io mi divertivo a pensare che prima o poi sarei tornato allo stadio…
La trasmissione del sapere –  la Lazio è a suo modo una forma di conoscenza… – è avvenuta nel modo più spontaneo possibile. Non ho mai forzato Adriano con magliette calzoncini, bandierine e cose varie. Ho lasciato che vedesse come seguivo il calcio ora con diniego, ora con emozione, ora con distacco eccetera… Ad un certo punto gli ho chiesto se voleva venire a vedere una partita… E poi, come per tutti, è bastato salire la scala e vedere il prato verde…
Oggi Adriano vive lontano ma quando è a Roma e riusciamo ad incastrare un passaggio assieme allo stadio, sono momenti struggenti di sospensione del tempo. Sia io che lui adoriamo Miro Klose. Ma ci identifichiamo negli sconclusionati: Behrami e Lulic su tutti – certo i gol al derby corroborano la cosa… – il calcio per noi stile ma è soprattutto vitalità, essere vivi.

Il calcio è essere vivi, dici, e hai ragione, ma è ancora calcio quello che ci propina la televisione? Che senso ha giocare decine di volte Barcellona-Real Madrid? A che pro guardare quella che sembra sempre più una messa in scena, una parodia, una specie di circo, tipo Harlem Globetrotters, dove le stelle sono pagate con cifre folli e le eresie, e le squadre/rivelazione, le sorprese non sono tollerate?
Dopo Lazio-Torino dello scorso campionato, ho provato a verificare quanto fosse condiviso, fra amici e relativi figli, il senso di repulsione in me provocato dal VAR, dalla sua bislacca applicazione e dalla mutagenesi del calcio che conseguentemente, a mio giudizio, si affermava evidente.
Mi aspettavo molta comprensione dei padri e noncurante estraneità dei figli.
Ebbene – la cosa sarebbe interessante da estendere a tutto il campo del sociale, se non del politico tout court… – notavo invece una sorta di cinismo rassegnato nei miei amici, proprio loro, quelli con cui dividevo nei primi ’60 le sfide polverose di Villa Gordiani in dodici contro dodici finché non arrivavano i “casettari” del borghetto Prenestino, a fregarsi il pallone e decretare la fine dell’incontro, oppure l’inizio di serrate sassaiole di resistenza… [La potremmo chiamare un’integrazione empirico pratica… ]
Così come per il lavoro gratuito ad Expo 2015 … sic! mi rispondevano che così va il mondo. Allora mi sono incaponito ed ho provato a dare il senso dell’inaudito attraverso un flash back sui tempi ritardati che mi è tornato proustianamente alla memoria attraverso i sensi più che la ragione…
Guarda caso i più attratti e sconcertati erano invece i nostri figli che seguendo il ragionamento si chiedevano: allora lo stadio sarebbe l’unica dimensione possibile? Proprio loro, cresciuti essenzialmente a Sky e slow motion…
Mentre i miei amici al contrario schernivano le mie elucubrazioni mentali… un po’ come Renzi quando gli si faceva notare che il jobs act le tutele crescenti le prevede solo nominalmente…
A quel punto ho tirato le conclusioni avvertendo i miei amici che quello di cui parlavano loro era uno spettacolo televisivo impropriamente chiamato calcio e quello di cui parlavo io era uno sport popolare nato da un sostrato arcaico ed evoluto dal rito antico della tragedia di cui – unico per certi versi – conservava l’unità aristotelica di luogo di tempo e di azione.
Ebbene il VAR era una cesura epistemologica, un definitivo cambio di senso, la famosa rottura del paradigma che determina un horror vacui la cui rimozione è possibile soltanto attraverso un’overdose di eventi spettacolarizzati parossisticamente (il Clasico ripetuto ossessivamente, le giocate di Messi sovraesposte come un nano in Freaks di Griffith, i muscoli di Ronaldo sagomati dalla computer grafica dei videogame).
Pur odiando letteralmente i complottismi, Grillo, le scie chimiche ecc… rimango serenamente convinto che lo scorso anno la Lazio è stata artatamente buttata fuori dalla zona dorata, quella dove i soldi si spartiscono a livello di sistema e si creano le basi per un’ulteriore evoluzione del baraccone.

Perché Lotito non riesce a entrarci, in questa zona dorata?
La miopia di Lotito è stata quella di procedere con mentalità da padroncino esperto che reclama sempre un pezzo più grosso di torta e non prova mai a discutere sulla grandezza e la giustezza delle fette altrui. Altrimenti non avrebbe tollerato da Calciopoli in su, ma appunto a lui interessava comunque la sua fetta e il suo andamento di gestione. Ed è altro discorso.

Gino allo stadio ci andrebbe, oggi?
Gino allo stadio ci andrebbe come no? perché come me crederebbe che ormai l’unico posto dove vedere calcio è quello. Però, come me, ci andrebbe con un senso di mestizia, e guarderebbe gli spalti vuoti e il malmostoso agitarsi degli ultras come qualcosa che fa da sponda all’evento televisivo. Sulla nostalgia dei tempi in cui si condivideva, e contendeva, la Nord ai tifosi della Roma durante i derby in trasferta, prevarrebbe però il piacere estetico di una storia patria che continua, di una umanità rallentata nell’incedere verso lo stadio, delle chiacchiere gratuite che sospendono il tempo, del momento fatale del tram di Stefano Mauri in Lazio Torino di Coppa Italia del 2009 che fa ballare negli occhi i fantasmi della grande Honved di Puskas.
Perché quindi, il senso e la storia siamo noi a doverla narrare e, in ciò stesso, fare.
Ecco al calcio manca uno storytelling come Centocelle.

Ecco il testo di Endurance:

Endurance 2001
* …ovvero: decalogo di sopravvivenza per il sostenitore laziale
di Fabio Masci

Orgogliosa Aquila,Aquila bella,
tu mi hai aiutato nella danza.
Tu fai vedere a me la bellezza
quando io guardo gli alberi, gli uccelli, i laghi.
Ti ringrazio, orgogliosa Aquila,
per ciò che hai dato a me e al mio popolo,
io diventerò come te, per onorarti.
(antica danza sioux)

1. Fare propria e diffondere la frase: “non cambieremo mai le nostre sconfitte con le
vostre vittorie”; fa morale e fa sentire superiori… nel frattempo….
2. Chiedere asilo politico in Francia ed eleggere domicilio a Parigi, adottare lo pseudonimo di Shackleton… può aiutare.
3. Telefonare immediatamente al meno fazioso dei propri amici romanisti e fare le
congratulazioni; serve a tacitare i complessi di colpa in merito alla propria sportività.
4. Organizzare casualmente una cena di amici laziali in cui razionalizzare la paura
dell’impatto con l’evento (in realtà tentare un impossibile esorcismo).
5. Intrattenere figli (o nipoti) in lunghe spiegazioni sul valore olimpico dello sport: aiuta a distogliere l’attenzione dal problema…ci si può anche arrabbiare se non capiscono!
6. Tornare ad occuparsi di politica: permette di parlare in libertà di cose (presunte) serie…
7. Affittare videocassette porno: aiuta a capire la condizione dei tifosi romanisti…
8. Acquistare il quotidiano sportivo della capitale: riuscirà con la sua faziosità servile ed
opportunistica a far scattare l’orgoglio di sentirsi dalla parte giusta…
9. Scoprire una subitanea passione per il golf: non ne capisce niente nessuno…non c’è
niente da capire…
10. Infine mandare a memoria la danza dell’aquila **, in alternativa canticchiare
reiteratamente “We shall overcome…” di J. Baez

*L’8 agosto 1914 il capitano Shackleton partì da Plymouth (Inghilterra), con 27 uomini
d’equipaggio, a bordo dell”Endurance” (Resistenza) per raggiungere il punto più
meridionale del mondo in Antartide. Il 18 gennaio 1915 la nave rimase intrappolata nei
ghiacci del pack ed iniziò ad andare alla deriva. Il 27 ottobre 1915 la nave fu abbandonata dagli uomini che trascinando le scialuppe arrivarono all’Isola dell’Elefante, un piccolo scoglio da dove Shackleton con altri cinque uomini salpò con una scialuppa riuscì a giungere alla Georgia australe. Quando tornò a recuperare i suoi uomini, tutti salvi, erano passati 522 giorni. Se sono sopravvissuti loro…!!!

 

 

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