Interviste con laziali notevoli/3. Nanni Dietrich

Nanni Dietrich è il laziale più notevole che conosco. Perché gronda umanità da tutti i pori. E’ un uomo di grandi passioni: oltre alla Lazio l’automobilismo, su cui ha scritto per anni, il ciclismo, che pratica, infaticabile, su e giù per le strade dei Castelli, e il cinema, su cui ci somministra quiz e indovinelli di ogni tipo.
Inventarsi giochi e indovinelli, a pensarci bene, è un’altra delle sue passioni. Sono felice di poterlo incontrare ogni tanto, mangiando insieme e raccontandoci le cose della vita. Ha curato un libro importante,  Baracche, trascritto dagli appunti di prigionia di suo padre, nei campi di Dachau e di Wietzendorf, durante la seconda guerra mondiale.
La sua specialità? Pasta e broccoli, verso Natale…

Come sei diventato della Lazio? E quali sono i tuoi primi ricordi da laziale?
Come tanti, per Papà. Laziale lui e tutti e due i suoi fratelli, da sempre. Del resto, tutti e tre nati prima che nascesse qualsiasi altra squadra a Roma… Zio Pietro che lavorava al messaggero e Zio Camillo che lavorava alle Finanze e abitava a Bergamo.
E Laziale, incredibilmente pure il figlio di Zio Camillo, Guido Dietrich che era nato a Bergamo e faceva il giornalista a La Notte di Milano, poi era stato vice-direttore de L’Occhio con Maurizio Costanzo. Parlava come Massimo Boldi, era simpatico, secco secco, giocava a tennis (mi pare che vinse più di un torneo nazionale dei giornalisti, battendo spesso Bisteccone Galeazzi). Aveva una decina di anni più di me (se ricordi, nel libro di Papà viene nominato che aveva poco più di un anno, quando Papà era carcerato a Cantù prima di essere deportato in Germania, e lo veniva a trovare Lina, che era la moglie di Zio Camillo), è morto a poco più di quarant’anni di cancro o di leucemia non ricordo, con tre ragazzini e una moglie bellissima che faceva il medico. Negli ultimi anni lui e lei si erano fatti Testimoni di Geova. E lui era Laziale. Raccontava che quando veniva coi figli a vedere Lazio-Atalanta all’Olimpico, riempiva la Mercedes SW di bandiere laziali e comunque parcheggiava lontanissimo, perché una targa BG là in giro non era proprio un bel viatico…
I ricordi più lontani che ho legati alla Lazio e a Papà, sono un Lazio-Milan 3 a 1 (il super-Milan di Rivera e Altafini), col secondo tempo in differita su Raiuno alle 7 di sera,  due a uno per noi di sofferenza massima e al terzo gol Papà, che il risultato finale evidentemente non conosceva, davanti a me iniziò a esultare saltellando come un grillo, e io ricordo i soldi spicci che teneva sempre nella tasca destra della giacca (e io ogni tanto affondavo le mani là dentro e fregavo una manciatina, qualche 200, 300 lire a botta…) che tintinnavano forte ad ogni saltello…
Oppure le volte che mi portava allo stadio, prendendo me (come fanno ancora oggi tanti Papà) come scusa con la moglie, per poter andare lui allo Stadio… “ah, Nanni vuoi anda’ a vede’ Sivori, eh lo so… e vabbe’… te ce porto…” E Mamma ovviamente, abbozzava. Non so se i prezzi fossero alti allora come oggi, forse molto meno. E comunque era una spesuccia che lei, saggia amministratrice delle grame risorse familiari, si sarebbe evitata. Prendevamo il 23 (Basilica San Paolo- Piazzale Clodio) io e Papà, e poi un bel pezzo a piedi, io allegrissimo. Ma pure lui…

E la prima volta allo stadio?
Allo Stadio ricordo la mia prima volta, Lazio-Inter 1-4. L’Inter quella “seria”, quella di  Sarti-Burgnich-Facchetti, Bedin-Guarneri-Picchi, Jair-Mazzola-Peirò-Suarez-Corso… non so se mi spiego… segnò prima Vito D’Amato (di cui avevo il poster il cameretta. Oddio, il poster… un foglio di cartoncino con le figurine Panini appiccicate e una foto ritagliata da Paese Sera o da L’Unità…), poi ci hanno fatto neri…

D'AmatoVito

Vito D’Amato

Di quel giorno però, ricordo lo stupore mio, pazzesco, salendo le scale della tribuna, a scoprire che il campo era tutto verde! Abituato a immaginarlo grigio, come lo vedevo nella televisione in bianco-e-nero, oppure di terra o di pozzolana rossa come nei campetti secondari che avevo fino ad allora frequentato, non avrei mai immaginato che fosse d’erba… L’Inter di Moratti era favolosa, allora aveva fatto innamorare mezza Italia, vincendo titoli, Coppe e Campionati. Alla fine di quella stagione, proprio a noi l’Inter rubò D’Amato (il primo di un elenco sconfinato di giocatori passati dalla Lazio all’Inter nel corso dei decenni, fino a De Vrij e Keita Balde di oggi…) e io soffrii come un cane e, piangendo smontai i miei poster. D’Amato poi, a Milano combinò poco e, come tanti altri, uscì dal giro e finì nel dimenticatoio. Io, tanti tanti anni dopo lo conobbi. Tanto che quando ci incontravamo, mi salutava ciao Nanni, e io, uomo maturo, professionista affermato, sentivo il cuore tremare. Vito D’Amato!
All’epoca lavoravo in un supermercato e lui faceva il rappresentante del Caffè Moca, una marca locale, piccola piccola, un lavoro abbastanza misero per un ex-giocatore di Serie-A. Lui si atteggiava molto, vestito bene, curato, più basso di me, passava la gran parte del tempo a chiacchierare con i commercianti Laziali che incontrava invece che a vendere il suo caffè, ma alla fine, evidentemente gli ordini li faceva e i copia-commissione li lasciava e… col Caffè Moca ci campava.
Delle partite allo Stadio con Papà, ricordo un Lazio-Napoli con un “pazzariello” Napoletano con tanto di somarello vero, guidare i cori dal parterre sotto la curva, che era ne sono sicuro, la curva Nord, non c’era allora quella distinzione rigida e un po’ ottusa che c’è adesso, i tifosi entravano tutti insieme e si mischiavano seduti uno vicino all’altro. E poi un Derby con la Roma di Scaratti e Carpanesi e un centravanti grosso e balordo che si chiamava Enzo (di cognome) il quale si pappò un gol pazzesco a dieci minuti dalla fine, e la partita finì col solito 0 a 0, senza fasse male…
Le mie sorelle erano tutte della Roma, Mamma invece era Laziale per amore del suo uomo. Non capiva nulla di calcio, ma Papà era Laziale e così pure lei. Tanti anni dopo la morte di Papà, scoprii che Mamma era diventata della Roma, vivendo per tantissimi anni in casa con mia sorella minore Lucia, suo marito e i tre figli, tutti tremendamente romanisti. Ma insomma, questo fu un altro dei piccoli e grandi granelli di sabbia, amari e insuperabili, finiti nell’ingranaggio del mio rapporto affettivo con Mamma. Alcuni grandi, alcuni, come questo, minimali. Tanti però, forse troppi.

Continua, vai a ruota libera…
Per un mio compleanno, forse degli otto o i nove anni chissà, Papà decise di regalarmi la maglia della Lazio. Abitavamo alla Garbatella e andammo in un negozietto di articoli sportivi vicino Piazza Damiano Sauli. Io ero agitatissimo, entrammo ma, ahimé le maglie della Lazio erano finite! Papà voleva comunque farmi quel regalo, e allora escludendo quasi a-priori (sia lui che io) la maglia della Roma in sostituzione, mi chiese quale maglia mi piacesse di più, fra Inter, Milan e Juve. E io scelsi la maglia bianco-nera perché il mio compagno di scuola preferito (Vittadello si chiamava, facevo forse la terza ma ancora me lo ricordo, quasi cinquantacinque anni dopo…) era della Juve. Ci feci mettere il numero 10 di Sivori, ma io a pallone ero proprio negato, una pippa allucinante, e quella maglia praticamente non la usai mai. Dopo imparai a giocare in porta ed ero pure bravino, molto bravino. Ma a 14 anni misi gli occhiali e allora, drasticamente (come tante delle mie scelte di vita) smisi del tutto di giocare.
Poi però c’era pure la politica. Al Liceo i miei interessi divennero ben altri e la Lazio scese  nella mia scala degli interessi. Del 12 Maggio del 1974 io ricordo soprattutto che è la data del Referendum sul Divorzio! E io che avevo fatto 21 anni (allora si votava a 21) solo due giorni prima, votai per la prima volta e quindi presi quella vittoria come una mirabilia del destino. Poi quella sera stessa, girando per la città con tanti altri compagni, seppi dello Scudetto della Lazio e ovviamente fui doppiamente contento! Ma in giro, anche fra quelli che sapevo essere Laziali, sembrava che non fregasse un cazzo a nessuno, che la sconfitta di Fanfani e dei clericali della DC fosse infinitamente, gloriosamente più importante.
Ad Agosto di quel 1974 partii militare. Il CAR lo feci a Sora, vicino Frosinone, un paio di mesi e poi via, a Udine, Ospedale Militare. Di Laziali, pochissimi, forse solo cinque o sei. Ci presero una sera e ci vollero festeggiare, onore agli Scudettati. Ci fecero marciare nel corridoio delle camerate con tutti gli altri schierati ai lati a fare il presentat-arm con le scope e i bastoni, poi ci fecero fermare nell’androne, proprio sotto la rampa delle scale, tutti applaudivano e… improvvisamente dal piano di sopra ci arrivò addosso un gavettone gigante di acqua gelata…

Infine, le superstizioni, le manie e le fobie legate alla Lazio. Io davvero non sono stato mai superstizioso, ho avuto due, anzi tre gatti neri nella mia vita, girare per casa tranquillissimi. Pussy a Garbatella quando ero bambino, poi Gigi da adolescente a Albano e infine Obama, trovato da mia figlia proprio il giorno dell’elezione del Presidente Barack Obama (da qui, ovviamente, quel nome…). Però, nell’anno dello Scudetto del 2000, mi trovai in una delle prime partite del campionato a casa del mio amico Nazario, l’unico fra noi che avesse Telepiù (o Stream, non ricordo). Ma sua moglie ci aveva relegato in cucina ed eravamo una decina con solo un paio di seggioline.
Io vidi la partita in piedi, e la Lazio vinse. Poi la seconda, io ancora in piedi e la Lazio rivinse. Poi andai allo stadio, e vidi la partita dalla ringhiera degli handicappati sotto la Tevere, tutta in piedi. E la Lazio vinse ancora. Da lì, 24 partite sempre, io rigorosamente in piedi… Poi vabbè, quando stendo i panni della lavatrice sullo stendino, non uso mai mollette gialle e rosse per stendere lo stesso indumento, ma neanche su fili vicini. Devono essere sempre scompagnate, o tutte e due gialle o tutte e due rosse…

Mia moglie Marina non era della Lazio, era dell’Inter. Suo Papà aveva giocato nelle giovanili dell’Inter a fine anni ‘40, insieme con Bearzot e a casa sua erano tutti Interisti. Però lei mi assecondava, o meglio era contenta se io ero contento quando la Lazio vinceva. Però mi ha costretto, sempre, a vedermi le partite della Lazio da solo, dalla televisione piccola in cucina, seduto su una sedia scomodissima di legno, e lei con le figlie, di là nel salone, comodissime sul divano a vedere qualche film. E se io piombavo di là urlando quando la Lazio segnava, con gli occhi di fuori, agitando le mani… venivo guardato con sussiego, quasi con disprezzo da tutte e tre…

Come hai conciliato la passione infinita per l’automobilismo con la passione per la Lazio?
La mia passione per l’automobilismo esula per me da qualsiasi altra cosa. Convive con me, mi accompagna discretamente ma profondamente da quando avevo 14 anni, dal Gran Premio di Monaco del 1967, quando morì Lorenzo Bandini e io ero lì attanagliato, solo davanti alla tv in bianco-e-nero (allora davano in diretta solo spezzoni del Gran Premio di Monaco e del Gran Premio d’Italia a Monza).
Per un periodo abbastanza lungo (più di 15 anni) è stato anche il mio secondo-lavoro, fornendomi un discreto reddito ma nessuna opportunità, non essendo mai riuscito io a penetrare formalmente la casta del giornalismo Italiano. Ho scritto per i settimanali Autosprint, Rombo, FuoriGiri ecc. per molto tempo, tenendo una o addirittura due rubriche fisse settimanali. Ho visto poche corse dal vero, in verità e ho frequentato poco o nulla quell’ambiente, ma ho stretto la mano a diversi piloti di Formula 1, Regazzoni, Alboreto, Merzario, poi ho conosciuto Schumacher, Montezemolo, Cesare Fiorio, e tutti i più grandi giornalisti di automobilismo, con qualcuno ho ancora rapporti su FB, ho chiacchierato con Olivier Panis, con Larini e con il Giapponese simpaticissimo Ukyo Katayama (solo tramite un altro tizio Giapponese che fungeva da traduttore… terribile…). Ma non ho mancato un GP in televisione negli ultimi 35/40 anni, solo due o tre volte se ero in viaggio e gli ultimi di questa stagione, che un po’ mi hanno annoiato… e poi va bene, nel periodo della malattia di Marina, quando ho spento quasi tutte le mie attività altre. Addirittura riuscii a parlare della Lazio anche su Autosprint un paio di volte… una, mi ricordo, quando scrissi che Mika Hakkinen aveva il casco bianco-celeste come la Lazio e Michael Schumacher giallo e rosso come la Roma… (e difatti nel 1998 e anche nel 1999 Hakkinen vinse il titolo, battendo Schumacher…).
No, le due passioni hanno bellamente convissuto, senza problemi. Recentemente càpita che le due cose si sovrappongano, tipo il Gran Premio e la partita tutte e due alle 3 del pomeriggio. E io, debbo dire, ho preso l’abitudine di registrare la corsa e vedermi in diretta la partita, che è infinitamente più immediata, inderogabile e, se vista in differita, a differenza della Formula 1, perde quasi del tutto il suo pathos.
Ma per me la passione per l’automobilismo, ripeto, ha mantenuto fissa la sua valenza nel corso dei decenni, anche verso le passioni politiche, d’amore, della musica ecc. A differenza della Lazio, che per molti anni ho relegato in un ruolo secondario.

Dopo lo scudetto ci furono il calcioscommesse, i disastri societari, la serie B, i -9 e tutto quanto. Come hai vissuto quegli anni? Sei rimasto distratto come ai tempi della politica o ti sei riavvicinato?
Ho seguito sempre tutto, so ancora oggi per filo e per segno tutta la storia, da Re Cecconi a Corsini, da Clagluna a Vianello e Vinazzani, ma all’epoca, diciamo seconda metà anni ’70 e fino al meno-nove come dire, non ho vissuto se non marginalmente, da lontano e senza il dovuto tremore il rigore di Chiodi, né le macchine della Polizia dentro lo stadio, né gli Eagles Supporters o addirittura Paparelli. Con Fascetti e l’avventura del meno-nove ho ritrovato la mia passione più primordiale, tornata a galla passo dopo passo, inarrestabile. E devo confessare, un ruolo importante lo hanno rivestito le prime tv private Romane, Teleroma56 o GBR che ti davano alla tv le radiocronache integrali delle partite della Lazio e della Roma (mitico Lamberto Giorgi… la voce di Ugo Russo, e di Mandolesi che sono convinto sia venuto alle elementari con me), in un tempo in cui per informarsi c’era solo Tutto-il-calcio di Radio Rai. E poi Michele Plastino, a fare tardi la sera, io da solo sul divano a guardare Goal-di-Notte, con quel cretino di Pato, i giovanissimi Piccinini, Cerqueti, Caressa, Giuliani. Le sue riprese clandestine del di dentro dello stadio, a Regalia, a Calleri sdraiato dietro ai cartelloni a Napoli, a Giuliano Fiorini in mutande, a Poli e a Terraneo. La fiammella piano piano si riaccendeva, ma era ancora sullo sfondo.

Lazio-Vicenza?
A Lazio-Vicenza io ero in Sardegna, in vacanza a Porto Rotondo con mia figlia Diana di quasi due anni e con mio cognato della Roma che invece comprava er Coriere e er Messaggero tutti i giorni per leggere della Rioma e che quella domenica aveva parcheggiato vicino al patio dove stavamo stravaccati dopo pranzo, con la radio accesa, appunto su Tutto-il-Calcio… e io ricordo (ma forse è un ricordo ricostruito a posteriori…) che ad ogni collegamento da Roma in cui Ezio Luzi o Cucchi ridicevano che il risultato era fisso sullo 0 a 0, vale a dire che la Lazio retrocedeva in Serie C, la bocca di mio cognato si storceva in una smorfia di boriosa soddisfazione. Io mi rendevo conto del significato delle parole “retrocessione in Serie C”, ma nonostante tutto ero tranquillo, confidando che prima o poi questo cazzo di Vicenza l’avremmo sforato…
Ma i minuti passavano. Verso l’ottantesimo cominciai a patire davvero. Eravamo seduti sulle poltroncine, io con mia figlia che dormiva nel passeggino, mia moglie, mia cognata, sua figlia, e lui con la testa dentro al finestrino per ascoltare meglio… all’improvviso, Scusa Ameri Scusa Ameri… Podavini aveva tirato la sua sberlecca sbilenca e Giuliano l’aveva spinta dentro, non si sa come, forse solo con l’istinto. E col cuore.
Presi Diana dal passeggino e la tirai in aria per la gioia (beccandomi un sonoro ma che cazzo stai a fa’… da parte di Marina), con mio cognato che faceva finta di ridacchiare, scornato… Qualche giorno dopo ricordo di aver maledetto De Vitis del Taranto, mentre ero andato da solo a prendere l’ombrellone e le borse su in macchina sotto il sole di Sardegna…
Poi tornammo dalla vacanza e la settimana successiva c’era Lazio-Campobasso. Era domenica e la Rai aveva deciso di trasmettere la diretta su RaiTre (mi pare solo per la zona di Roma, ma potrei sbagliare), ed era la prima volta in assoluto che una partita della Lazio andava in diretta in tv (la seconda fu Plovdiv-Lazio di Coppa Uefa qualche anno dopo, e io mi presi un giorno di ferie… ma questa è un’altra storia). Io non sapevo come fare, perché nel pomeriggio domenicale avevamo la festa di qualche bambino figlio di amici e “dovevamo andarci”. Per una congiunzione astrale imperscrutabile, però Marina a un certo punto mi disse, ma dài, ma che ci vieni a fare te… ci sono solo le Mamme. Va bene, risposi io, me ne resterò a casa a vedere un film…
Incredibile! Tv accesa su RaiTre e via di corsa a mettermi il maglioncino coi colori della maglia-bandiera che mi aveva fatto mia Mamma a ferri. Ok, era un maglioncino di cotone, ma era sempre Luglio… telecronaca di Giorgio Martino che solo (molto) dopo abbiamo scoperto essere un bieco romanista, ma all’epoca era un vanto per i giornalisti Rai la capacità (notevole, sulla falsariga di Martellini, Ciotti, Pizzul) di rimanere sempre assolutamente imparziali. Occasione pazzesca di Vagheggi, Terraneo mai così bravo, capovolgimento di fronte, cross di Piscedda, Pioli, gol. E io, in piedi sulla poltrona, sudato col mio maglioncino bianco-azzurro addosso, a saltare da solo senza parole come un pazzo… la Lazio era salva. Salva.
Ricordo che dopo uscii (senza il maglioncino) per andare a prenderle a casa degli amici, e mi stupii a vedere che nessuno, nessuno là in giro condivideva la mia euforia, della partita evidentemente non fregava un cazzo a nessuno, forse manco lo sapevano. O forse i Laziali, come al solito si tenevano tutto dentro anche con sofferenza, come stavo facendo io. Quella sera fino alle due a vedere i filmati da Napoli di Plastino, la passerella dei notabili, assessori, giornalistoni, io l’avevo detto… io lo sapevo… e poi il DS Regalia emotivamente distrutto, D’Amico che stentava a parlare (era ancora Laziale, mi sa), l’atmosfera elettrica. Stentai a dormire.
L’anno dopo, con Fascetti, addirittura tornai allo stadio. Eravamo di bocca buona, tutto sommato. All’uscita di Lazio-Lecce (zero a zero terrificante, con Salafia in porta, Monelli, Galderisi ecc) comprai la scialletta bianca e celeste che ancora mi metto oggi. E poi la Serie A, il primo Derby, gol di Di Canio. I miei vicini erano tutti romanisti, ma erano altri tempi, addirittura andammo a vedere dei derby insieme. Io, la sera di Di Canio, feci un cartellone con un cartoncino bristol (eh eh eh) in cui non ricordo cosa avevo scritto, qualcosa tipo non vi preoccupate abbiamo scherzato… e lo attaccai sul muretto esterno, vicino all’ingresso. E rimasi male, malissimo quando la sera il figlio dodicenne del mio vicino lo strappò, inferocito…

 

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