Interviste con laziali notevoli/2. Roberto Zolli

Tingerai i miei capelli di fucsia e ocra, 
ne farai amido e biancherie
ritorte gòmene sulla battigia
Odo profili di poiane dai cunei del porto,
capto nubi di rose come fiocchi blu tartan
di lentissimi mimi armati di lacrimanti pennelli,
e lune e il comico fumo di platani
nella notte bambola.
Tra le dita arpeggiavi pulviscoli d’anime,
abili cromie d’ossuti sciamani (in smoke)
al quotidiano viaggio dei ruoli,
E ricordo che ti limavo rasi di palpebre
giocando, penosa maniera, ad averti,
ma che lambivo solo gru di stelline o bengala,
scialbe parvenze in atomi.
Qui ora, nei lividi venti, sovviene
il tuo amato sciabicare sui nivei corridoi
della tronfia motonave, l’alberello viola
e, in corto, pulsante a un tremulo bivio di ladri:
quei fulvi briganti di ciglia.
(In crociera – Gabriele De Cosmo)

Ebbri di felicità e di vermiglio nettare locale, una notte declamammo con Roberto i versi imperituri di un lisergico poeta umbro, che accompagnava la sua poesia con squisite tessiture di chitarra. Salimmo insieme sul palco, a ritirare il premio Molinello, prestigioso riconoscimento che a Rapolano Terme ogni anno un’appassionata carampana signora attribuisce a qualcuno che si sia particolarmente distinto con la penna.
Noi scrivevamo raccontini rurali, anzi poderali, costretti in uno spazio angusto e da regole ferree, e ci colpì la forza immaginifica di quei versi, a loro modo anche un po’ inquietanti, che invitavano a congiungersi nella notte scura, cercando d’accenderla, tingendosi  e illuminandola di colori vivi. E ci lasciammo portare sulle onde del vino e della poesia (niente di zozzo, ché siamo mica uomini sessuali. E che avevate capito?).
Si racconta così, e io non aggiungo altro.

Mi chiamano Roberto, sono romano e laziale.
Sono nato in un gelido febbraio e dimostro sempre dieci anni di meno di quanti dovrei averne.
Sono un primiparo attempato ed un architetto mancato. Compagno, in tutti i sensi, felice.

Fotografo pigramente, da autodidatta, nello stesso modo nel quale coltivo l’altro mio hobby, la scrittura.
Prediligo l’anima nascosta dei luoghi ed i panorami sociali di persone.
Tifo Lazio e sto al mio posto.

Cominciamo dall’inizio: mi racconti come sei diventato laziale e che ricordo hai della tua prima volta allo stadio? 

Diventare laziale o meglio, diventare DELLA Lazio, quindi appartenerle per sempre, è stato un processo del quale non ho un’esatta cognizione.
Sono nato e cresciuto in un ambiente laziale: mio padre lo è diventato grazie ai suoi cugini, che se lo portavano dietro allo stadio e con i quali festeggiò il nostro primo trofeo.
E poi c’era mia nonna: mia nonna era una che se scopriva che un macellaio tifava per i colori sbagliati, e capitava spesso – Manzotin docet – andava a comprare la carne altrove, girando tutto il quartiere pur di non dare i soldi ad uno di quelli là.
Litigava  con tutti quelli che parlavano male di Chinaglia, che lei considerava come un figlio; secondo me, nella storia di quel ragazzone un po’ scontroso, lavoratore sin dalla giovane età, lei ritrovava un po’ il suo vero figlio, che aveva dovuto crescere da sola ed in difficoltà economiche.
Quindi credo che per me, anche se non me ne sono accorto subito, la Lazio sia stata la prosecuzione di un legame che andava ben oltre il semplice tifo e malgrado mio padre non mi abbia mai davvero spinto o obbligato ad esserlo, diventare laziale è stato per me naturale, istantaneo. Va detto che, essendo del 1965, mi sono ritrovato a vincere uno Scudetto ad 8 anni, quando gonfiare il petto per le vittorie della tua squadra ti dà un imprinting difficilmente condizionabile da qualsiasi evento futuro… e gli eventi futuri ci sono stati, terribili e disgraziati (penso alle morti del 1976 e ’77, agli arresti del 1980).
Mio padre, del 1942, vide la Lazio vincerne uno solo a 16 anni.
La mia prima partita allo stadio fu nel lontanissimo aprile del 1971, ma ho ricordi molto confusi: eravamo probabilmente in tribuna Tevere, perché ricordo il tabellone alla mia sinistra che indicava un perentorio Lazio 4 – Bari 1, ma non ricordo molto altro.
Nell’annata successiva, mio padre cambiò lavoro e si ritrovò di punto in bianco tutte le domeniche impegnate: tornava a casa a metà pomeriggio, con un cabaret di pastarelle se la Lazio aveva vinto, senza, in una sorta di penitenza quaresimale, se avevamo perso, e quell’anno ne portò poche perché retrocedemmo in serie B.
L’anno successivo la situazione lavorativa domenicale non cambiò, ma la Lazio diede qualche soddisfazione ritornando prontamente in A; quindi, con l’inizio del campionato, finalmente mio padre ebbe la possibilità di avere dei turni domenicali e si riaffacciò l’ipotesi di poter tornare allo stadio.
La mia prima partita veramente percepita come “evento” fu Lazio 0 – Inter 0, prima di campionato 1972/73: entrammo alle 11 e piovve dalle 10 alle 14:30 uno di quei temporali settembrini contro il quale la selva di ombrelli e gli impermeabili di plastica celeste poterono poco: sembra assurdo, oggi, ma si stava seduti per ore con l’acqua che scolava lungo gli ombrelli e si infilava ovunque. Se non era passione quella…
Fu una partita bloccata, però eravamo felici: la Lazio era in A, avevamo fermato l’Inter e, anche non sapendolo ancora, quell’anno avremmo perso lo scudetto solo grazie ad una squadra pagata per vincere ed un’altra pagata per perdere.

24set1972a

Quel Lazio-Inter, 24 settembre 1972

Che ricordi hai del primo scudetto?

Del primo scudetto ho molti flash: i due derby vinti, la tripletta di Chinaglia a Napoli ascoltata per radio esultando con mia nonna, la squadra in campo nell’intervallo di Lazio Verona, l’invasione contro il Foggia.
La mia giovane lazialità si rivelava sui campi dell’oratorio: maglia celeste di lana, pantaloncini bianchi e calzettoni celesti e bianchi. Il numero era il 4 e lo scudetto lo cucì a macchina mia madre.
Ricordo che a scuola si andava fino a metà giugno. Avevo un grembiule blu con un collo rigido di cellulosa bianca, il fiocco bianco e lo scudetto tricolore sulla manica destra o sinistra, non ricordo. So solo che con un pennarello scrissi Lazio Campione su quello scudetto e ne andavo fiero.
Andai varie volte allo stadio, ovviamente con mio padre.
Ero presente alla vittoria sulla Juventus campione uscente, mi ricordo la tensione contro il Verona e tutti cantavano Lazio Lazio Lazio a quei calciatori in piedi, soli, senza avversari, che attendevano solo il loro ingresso in campo per sbranarli.
E poi il Foggia, il tripudio e l’invasione, che noi non facemmo, restando a contemplare quello spettacolo. Lo spettacolo di un popolo impazzito e di mille bandiere.

Che reazione hai avuto per il calcioscommesse dell’80?

I ricordi sono molto confusi, e non penso sia la mia memoria quanto, credo, un labile tentativo di rimozione.
Sì certo, la macchina verde della polizia sulla pista d’atletica di Pescara è come un marchio. Una ferita indelebile.
Quella è stata la fine dell’innocenza: le morti del 76 e 77 erano un passaggio non voluto, ma nella vita a volte necessario, per poter capire la profondità di un amore. Ma vedere arrestati i tuoi beniamini è come essere esposti alla pubblica gogna, vedere quell’amore calpestato e gli altri non ti risparmiano certo frutta marcia.
Quando sento molti laziali nouvelle vague lamentarsi perché qualche personaggio avrebbe disperso la loro lazialità, mi viene da ridere: la Lazio fu il classico vaso di coccio fra i vasi di rame ed insieme al Milan fu retrocessa in B, ci mettemmo 3 anni per risalire e la prima metà degli anni ‘80 scivolò via fra processi, radiazioni, retrocessioni, annate fallimentari e trasferte in luoghi improbabili.
A dispetto del tanto dolore, non ricordo defezioni fra i, pochi devo dire, laziali che conoscevo: con il senno di poi si può dire che non aumentammo esponenzialmente il numero dei tifosi post Scudetto 73/74, ma che non li perdemmo post retrocessione del 1980.
Certo, era dura. molto dura, ma i laziali erano vivi, ammaccati, ma vivi. Viene da dire che Calleri e Bocchi, ma più tardi anche Cragnotti, abbiano avuto in eredità una tifoseria che era pronta a gettarsi nelle fiamme pur di vedere ancora la Lazio non solo giocare, ma farlo in A puntando a migliorarsi.

Come hai vissuto i terribili anni ’80?

Nel segno di Vincenzo D’Amico.
C’è stato mentre tutto diventava nero a Pescara, quando si rischiava la C sul campo vs il Varese di Fascetti, c’è stato nell’orgogliosissimo derby del 2-2 con i quasi finalisti di Coppa dei Campioni (sic!), c’è stato anche nel temporaneo addio da Roma per Torino, sponda granata. Era lo scoglio al quale aggrapparsi post naufragio, nell’attesa che passasse la buriana: ha un forte valore simbolico il fatto che il cambio di proprietà, malgrado l’affaire-Vinazzani ed i 9 punti di penalizzazione in serie B, sia contemporaneo alla definitiva partenza di Vincenzo dalla Lazio.
Allo stadio, ma anche in giro per Roma, scrivevamo “non esiste notte tanto lunga da impedire al sole di risorgere: e noi risorgeremo – ULTRAS LAZIO“: non sapevamo di chi fosse quella frase e non ce ne importava molto. per noi era la convinzione quasi messianica che qualcosa sarebbe cambiato, che doveva cambiare. Fu una fase nella quale la ribellione verso qualsiasi ordine costituito crebbe una generazione di laziali di ferro, sicuri che restare vicini alla loro passione, sgangherata e ferita, fosse un atto di irrinunciabile coerenza.

L’incoerenza, semmai, era essere laziali e di sinistra, in una città che per ipocrita convenienza omologava le due tifoserie ad opposti schieramenti politici, ma questa è un’altra storia.
Dovevamo avere fede, una fede nata fra Cava dei Tirreni e San Benedetto del Tronto, forgiata dai meno nove e temprata dagli spareggi.
Tutto ciò è stato utile per creare un esercito di affamati di Lazio che poi, negli anni, è stato viziato e saziato dalle vittorie cragnottiane per poi tornare a vedere solo il grigio con l’austerity lotitiana.
Credo che gli anni ‘80 siano stati per i laziali una fase terribile e bellissima ma che solo pochi abbiano avuto il coraggio di seppellirli sotto una risata mentre molti altri, troppi purtroppo, ne hanno fatto un moloch che ci accompagna troppo spesso nei momenti di minor luce.
La Lazio è quasi morta negli anni ’80, ma gli stessi anni ‘80 ne hanno permesso la rinascita: sarebbe però ora di seppellirli definitivamente ed invertire la narrazione, evitando di farne la lagna ad libitum che molti commentatori della ns sponda attivano quando i tempi si fanno tumultuosi.

Dimmi di Di Canio e della Lazio di Calleri.
Premessa: devo essere indulgente con Paolo Di Canio: alcuni suoi atteggiamenti a fine carriera non possono, e non debbono, cancellare quello che è stato, ed è, Di Canio per tutti i laziali.
Nella sua storia c’è un bignami di tantissime contraddizioni tipiche del tifoso laziale: l’enorme attaccamento ai colori e la scostanza dopo le incazzature, essere laziali feroci lontano da lei ed essere critici disincantati quando ce l’hai davanti, amarla alla follia e non rendersi conto che potresti farle male.
Ma partiamo dall’inizio: c’è un cerchio che si chiude e che parte dal dito di Giorgio Chinaglia sotto la sud piena e finisce con il dito di Paolo Di Canio sotto la sud piena a metà. Fra quelle due dita ci sono 15 anni nei quali la sfiga, probabilmente ipermetrope, ci ha colpito negli affetti, sul campo e fuori, prendendosi i migliori di noi e destinandoci ad una serie B che ha dato voce ad un fastidioso rumore di fondo in città.
Siamo stati a due dita dal baratro e ci ha salvato un colpo in punta di dita (dei piedi) dell’indimenticato ed indimenticabile Giuliano Fiorini, un eroe tipicamente laziale: strascinato, indolente, scanzonato ma pronto a gettare nelle fiamme tutto l’odio che ci si riversava addosso, accompagnandolo da un sonoro vaffanculo.
Sono stati 15 anni terribili, iniziati quando Di Canio ne aveva 6 e conclusi quando lui ne aveva quasi 21, al nostro primo derby dopo tre anni di assenza.
Io quella domenica di gennaio ne avevo 24, avevo finito il militare da tre mesi ed ero ancora innamorato dei The Smiths.
A quel derby nemmeno sarei dovuto andare, i miei amici erano in Nord ed io decisi all’ultimo di andare, rimediando una tribuna Tevere tramite mio padre. Arrivai cinque minuti prima dell’inizio e l’aria era quella di quando sai di essere sfavorito: a parte il gol non ricordo altro della partita. Ricordo però il dopo.
Rimediai un passaggio verso Colli Albani da due laziali poco più grandi di me, con una R5 Abarth nera ed arancio, molto coatta. Sciarpe fuori dal finestrino, direzione Roma sud.
“Ti dispiace se facciamo una deviazione?”
“No, tranquilli…”
Fecero tutto il lungotevere, fino a Porta Portese. Girarono a sinistra. Attraversarono il ponte. Via Marmorata. Freccia a destra: Testaccio.
Oggi c’è un Punto Snai, ma prima c’era un bar sede di un club di quelli là. Fermarono la macchina a 30 metri, scesero e mi dissero “Divertimose”.
In pratica, sciarpe al collo, partì una sequela di “ammerde!” “a schifosi!” “v’avemo rotto er culo!”, accompagnata da evidenti gesti che accompagnavano lo sguardo indirizzandolo sulle loro parti intime. Io ovviamente, avrei voluto unirmi ma non sapevo come scendere dall’auto, visto che dietro la R5 non c’erano portiere e non riuscivo a trovare la leva del sedile anteriore.
L’eccitazione diventò terrore, quando dal club dei monnezzari uscirono venti cro-magnon incazzati con le bottiglie e le sedie in mano. Io mi vedevo già carbonizzato all’interno de ‘sta cazzo de R5, fermo nella posizione di quello che cerca di alzare ‘sto cazzo di sedile.
Fortunatamente, i due matti risalirono in tempo sull’auto e sgommarono sulle facce laddove, ventiquattro anni dopo, sarebbe stata alzata una coppa. Risate isteriche si impadronirono dell’abitacolo, da lì a largo dei Colli Albani, dove venni lasciato fra abbracci e baci e dove raggiunsi i miei amici per festeggiare tutta la sera.
Di Canio, dicevamo.
Paolo, due anni dopo, venne venduto da Calleri e non solo lui si sentì tradito, ma anche noi. Era un altro calcio ed era un’altra Italia: non gli furono riservati i fischi e le bottigliette tirate a Nesta ed inspiegabilmente il filo rimase abbastanza unito. Meno a Torino, Napoli e Milano, ma tornò ad essere molto forte in Scozia ed Inghilterra.
Il ritorno di Di Canio a Roma portò il suo irruento carattere a cozzare con un altro carattere niente male: quello del presidente Lotito. Eravamo contenti e dubbiosi, e finimmo per prendere come una liberazione il suo mancato rinnovo di contratto dell’anno successivo, con la stessa furia iconoclasta che fa si che noi laziali si bruci ogni “bandiera” e che ogni “bandiera” faccia di tutto per rendersi infiammabile.
I saluti romani di Paolo Di Canio e le sue dichiarazioni successive, crearono in tutti i laziali non perfettamente aderenti alle sue idee una spaccatura fra chi connota il suo tifo come un’appartenenza politica (di destra) e chi ne fa francamente a meno, lasciando l’unica connotazione da dedicare alla Lazio quella di un amore sviscerato che solo a lei tende.
Alla fine, a mio modo di vedere, PDC ha dato alla Lazio più di quanto le abbia tolto.
Il vero problema è stato quello relativo al fatto che, in Inghilterra, Paolo ha potuto riabilitare le sua posizione con un grande atto di sportività. Qui in Italia, invece, alla polemica sulle braccia tese si è aggiunta qualche tempo dopo quella – inutile – sul suo tatuaggio DVX, come se a Sky non ne sapessero nulla e fosse il tatuaggio, e non le idee, il problema. Ma questo è Paolo Di Canio, prendere o lasciare.
E quel dito sotto la sud io lo prendo e lo metto laddove a loro fa più male.
La Lazio di Calleri: 1986-1992: sono stati sei anni che, per le dinamiche, sono sembrati il lento scorrere di un fiume dopo le rapide.
Furono, appunto, anni dapprima frenetici poi via via più tranquilli, fino a diventare soporiferi.
L’unico entusiasmo fu nella seconda parte dell’avventura dei fratelli Calleri: noi tifosi eravamo provati dagli anni bui ma fiduciosi nel futuro. Peggio non si poteva andare. Quindi il loro avvento, assieme a Bocchi, sembrò l’inizio di qualcosa di grande, poi però dopo qualche anno entrammo in un limbo nel quale non eravamo né carne né pesce.
Salvi, certo. Tranquilli, come no. Ma il fomento si spense con i tanti X di Materazzi e poi di Zoff. Giusto a metà fra l’86 ed il 92, si esplose nella supernova Di Canio ed il suo derby del già citato dito. Poco più avanti, ma oramai alla fine dell’avventura Calleri/Bocchi, ci fu l’acquisto di Paul Gazza Gascoigne che, come tutte le storie laziali, si ammantò subito di dolore post euforia: la sua frattura durante la finale di FA Cup vs il Nottingham Forrest ce la siamo bevuta in diretta su TeleMontecarlo, restando immobili di fronte quella che sembrava una messinscena architettata da Woland in persona.
Tutti i laziali hanno ben presenti due date e, come per l’assassinio di JFK, sanno esattamente dov’erano nel momento della notizia: quando è stato venduto Nesta, il 31 agosto 2002, e quando Gazza si è infortunato, il 18 maggio 1991.

Con Lotito sono tornati i tempi di Calleri oppure si può sperare di tornare ai fasti della Lazio di Cragnotti? Che poi, raccontiamocelo, smentì e mise in ridicolo tutte le nostre manie un po’ superstiziose, originate dalla memoria per i dolori degli anni ’70/80: vincevamo, compravamo campioni e la sofferenza pareva solo un lontano ricordo. Vedremo ancora un Nesta o un Nedved in biancoceleste o siamo condannati, si fa per dire, ai cinquant’anni da orsacchiotto, vedi Massimo Troisi?

I cinquant’anni anni da orsacchiotto che Troisi consiglia come soluzione a Lello Arena, sono la crasi pragmatica fra chi ha la propensione all’italico slancio verso l’eroismo, il più delle volte a parole, e chi preferisce un vivacchiare pallido e assorto.
Lotito per impostazione economica, ma soprattutto fisiognomica, è quanto di più vicino all’orsacchiotto. Nel suo caso, mannaro.
E’ simile a Calleri, con il quale condivide il rigore nei conti, seppure con atteggiamenti meno champagnoni del viveur piemontese. Ma ha qualcosa anche di Cragnotti: ma solo per come smantella scientificamente tutta la “narrazione del dolore“, tanto cara a certi laziali della mia generazione, e la sostituisce con una narrazione tutta lotitocentrica.
In questo fra i due c’è un abisso: nella costruzione delle fortune laziali, Cragnotti è stato il Pontefice Massimo che rammentava ogni giorno a tutti come la cosa più importante non fosse la sua carica, ma il Ponte che stava costruendo verso la Lazio del futuro.
Lotito costruisce il Ponte perché guardandolo si guardi la grandezza del suo costruttore.
Sono passati anni luce da Calleri e moltissimo tempo da Cragnotti: l’Italia è differente (ed in questo, il personaggio Lotito è sicuramente più camaleontico ed adattabile ai tempi che cambiano), il calcio italiano è completamente diverso. Oggi una figura come Calleri retrocederebbe in un anno: conti in ordine e prospettive minime. Uno come Cragnotti dovrebbe essere straniero, non più russo, magari arabo, forse thai. Ma italiano no: sembra abbastanza evidente come ci sia solo una famiglia italiana che possa, oggi, recitare certi ruoli in Italia e nel Mondo.
Quindi Lotito si pone in mezzo, in maniera ondivaga, camaleontica, non inquadrabile: rigore e visione a lunghissimo termine, grandi occasioni mancate e qualche ottimo trofeo che lo pone appena dopo Cragnotti nella storia della Lazio.
Tutto questo unito ad una pessima gestione della comunicazione, interna ed esterna, non scalda i cuori dei laziali e, se lo fa, lo fa solo basandosi sulla sua capacità divisiva.
Ad oggi sembra evidente come Lotito abbia ben capito come i passaggi in Champions League alzino il posizionamento della società. E se ne tiene, stranamente ai più (me compreso), ben lontano.
Che non si debba andare in CL per prendere scoppole a suon di 7-1, eseguendo applauditissime comparsate in bilico sul ridicolo, siamo tutti d’accordo. Ma se spostiamo lo sguardo a sud del GRA, vediamo come il Napoli abbia ben sfruttato le partecipazioni alla CL per accrescere davvero ingaggi, qualità del gioco e visibilità, e che non serve essere una merchant-bank italoamericana trasformata in società di calcio per emergere.
La politica dei piccoli passi ti porta a piccoli orizzonti: ogni tanto fa bene guardare Oltre.
Magari accorciando quel lunghissimo termine per vedere l’effetto che fa, mantenendo lo sguardo feroce dell’orsacchiotto mannaro.

 

 

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