Il Piave mormorava

I cent’anni dalla Vittoria hanno sollevato un’onda di stracche polemiche, dovute più alla preoccupazione per la ridicola retorica patriottarda (Salvini che lecca il tricolore dopo essercisi nettato il culo, perdonate l’immagine orrenda ma è questo) che si sta alimentando da qualche tempo in qua, che dalla reale consistenza della ricorrenza da festeggiare.

In tutte le case italiane c’è un antenato o un parente caduto nella prima guerra mondiale, o, nei casi più fortunati, un nonno ritornato con un diploma e una medaglia, una pensioncina e l’attributo prestigioso di Cavaliere di Vittorio Veneto.

La canzone del Piave ce l’hanno cantata e ce l’hanno fatta cantare e la divisa ce l’hanno raccontata sempre in positivo, ma sappiamo tutti che la Grande Guerra fu la più assurda e spaventosamente grande carneficina messa in piedi dagli esseri umani e che 600.000 italiani, e diversi milioni di altre nazionalità, sono stati sacrificati in modo crudele e insensato, fronteggiandosi per anni stando rattrappiti dentro a una buca, spesso a tiro di voce col nemico, costretti a rimanere in trincea accanto a compagni morti, tra freddo, neve, ghiaccio, fango, sangue, merda, follia, gas, bombe, cariche suicide.

Tutte cose che erano presenti, ben edulcorate, nei nostri libri di lettura, esaltate già nei sussidiari fascisti distribuiti ai nostri genitori, quelli che hanno frequentato la scuola negli anni ’30. Ho letto quello di mia madre più volte. Disgustoso. Fa rabbia l’esaltazione della guerra, la lirica delle armi, l’elogio dell’eroismo di chi non aveva scelta, se non quella di morire combattendo. Il tutto per formare generazioni di morituri da mandare al macello.

Non approfondisco oltre l’argomento perché non ne so abbastanza, ma posso ricordare quello che ho visto con i miei occhi, visitando musei e capitando occasionalmente in qualche sito della Grande Guerra, oppure leggendo nelle piazze italiane le targhe dedicate ai caduti locali. Inutile dire che quelli del 15/18 sono numerosissimi.

Io mi ci fermo a fantasticare, leggo i nomi e imparo i legami tra i cognomi e i singoli paesi, è una cosa che ho sempre fatto, una specie di mania. Ne ho letti a migliaia, quanto basta per sapere che l’unica vittoria di cui si può celebrare il centenario è la fine di un’assurda carneficina.

Rimpiango di aver perso mio nonno prima che nascesse in me la curiosità di saperne di più su quello che accadeva in mezzo a quelle trincee: di lui sotto le armi ho visto solo un paio di foto e ho letto lo stato di servizio. Nessun racconto di prima mano.

Di quella guerra ho letto e visto troppo poco, ma quel poco mi è bastato. Non c’è niente da festeggiare, ma l’omaggio alle vittime resta doveroso: un’intera generazione di ragazzi europei cancellata. Prima dell’orrore del nazismo, che senza l’antefatto della Grande Guerra non sarebbe, forse, stato possibile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...