Epica springsteeniana: Factory

Prima di diventare un eroe, Bruce Springsteen aveva lavorato sodo alla costruzione dell’epica della classe lavoratrice americana che sarà alla base di quella scena di cantautori nota come Blue Collar Rock, fatta di ballate che raccontavano le storie degli operai e della gente comune che si spaccava la schiena nelle fabbriche, da Detroit a Akron, a Pittsburgh e chissà ancora dove. Una scena condivisa con Bob Seger, soprattutto, e poi con John Cougar, Steve Earle e tante altre voci spesso premiate dal successo nelle radio FM americane, arrivate a noi sia direttamente che attraverso il filtro di qualche cover annacquata (Seger).

Factory, vedi testo in fondo, è la canzone di Springsteen in cui si narra con più forza il dramma. Ecco come la descrive Alessandro Portelli nel suo “Badlands”:

<<Attraverso castelli di paura, attraverso castelli di dolore, vedo mio padre che entra di nuovo nei cancelli della fabbrica – la fabbrica lo assorda, la fabbrica gli dà la vita – la vita, la vita, la vita di lavoro>>. 
<<Factory>> mette insieme in tre strofe essenziali tre idee durissime. Primo: la fabbrica ti distrugge per darti da vivere. Secondo: il tempo della fabbrica è sempre uguale a se stesso, ciclico, ripetitivo. Terzo: il mito della mobilità sociale non ha niente a che vedere con queste vite, se non come mito. (…)
<<Factory>> descrive un ciclo sempre uguale, ma il testo contiene uno sviluppo: da man nella prima strofa a men nella terza. La solitudine mortale di uno sta dentro la solitudine mortale di tutti. Da questa trappola non salta fuori nessuno. L’incubo che si aggira in tutta l’opera di Springsteen è quello di ripetere la vita dei propri genitori: non c’è nessuno che, col lavoro, l’ingegno, l’impegno, si fa strada nella vita e spezza questo cerchio. Altro che etica puritana, ascesi laica, meritocrazia: <<I’ve been working all week, I’m up to my neck in hock>>, ho lavorato per tutta la settimana e sono indebitato fino al collo (Ramrod). 

Darkness on the edge of town è un disco oscuro e arrabbiato, che esce dopo una lunga attesa legata a questioni contrattuali. Potrebbe essere il migliore di Springsteen. Sicuramente segna un passaggio definitivo del Boss, già uscito con Born to run dal recinto degli epigoni di Dylan, nel quale era stato confinato all’esordio. Il suono ricco e gioioso di Rosalita e il fiume di note di Thunder Road lasciavano attoniti, ma qui c’è di più: si racconta l’America di chi lavora e regge il peso del sogno americano, senza avere diritto a niente in cambio, se non una vita di oscuro lavoro che consuma.

Bruce ha costruito su queste parole e sulla sua generosità di performer una fama planetaria che gli è stata riconosciuta, più tardi, quando si è messo a cantare da innamorato. Ma l’anima è rimasta quella.

C’è da raccontarne altre, ci si ritorna. Intanto, il testo di Factory, e un link per ascoltarsela.

Early in the morning factory whistle blows
Man rises from bed and puts on his clothes
Man takes his lunch, walks out in the morning light
It’s the working, the working, just the working life

Through the mansions of fear, through the mansions of pain
I see my daddy walking through them factory gates in the rain
Factory takes his hearing, factory gives him life
The working, the working, just the working life

End of the day, factory whistle cries
Men walk through these gates with death in their eyes
And you just better believe, boy, somebody’s gonna get hurt tonight
It’s the working, the working, just the working life
Cause it’s the working, the working, just the working life

 

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  1. nebraska78

    Gran Pezzo che io ho sempre immaginato come scandito dallo stesso orologio che determina i tempi di Metropolis (quello di Fritz Lang). Bruce riesce a dare quella ripetitività in sole tre strofe per determinare un ritmo che dura una vita.

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  2. Pingback: Ancora fabbriche e musica: la Factory di Wall of Voodoo e quella di Warren Zevon | POSTPANK

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