La narrazione di Francesco Totti

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Il calcio è (potrebbe essere) lo sport più bello del mondo. Sicuramente è quello che ha fatto scorrere più inchiostro: penne illustri si sono impegnate a raccontarlo, costruendo miti che andavano al di là del troppo breve momento calcistico, incentrato sulla partita, che notoriamente dura solo 90 minuti.

Esempi ce ne sono a bizzeffe. Io adoro Osvaldo Soriano, tanto da aver messo come motto del mio blog il titolo di un suo capolavoro. Nick Hornby ci ha regalato col suo Fever pitch il racconto della vita del tifoso, scandita dagli eventi della squadra del cuore. Gianni Brera ha reso vivido il ricordo di Giuseppe Meazza, campione a cui si legano i due trionfi antichi della nazionale italiana ai mondiali.

La letteratura e la cronaca hanno dipinto i gesti e le vite di Garrincha, Sindelar, Di Stefano, Puskas, Sivori, Pelé, Maradona, Riva, Best, rendendoli immortali, insieme a tanti altri. Oggi c’è il caso letterario di questa autobiografia di Francesco Totti, firmata con Paolo Condò. La prima piccola anomalia è che il racconto del mito è fatto dal mito stesso, smesse le scarpe bullonate e parcheggiate le sacre terga sulla noiosa poltrona del dirigente. Autonarrazione.

Il ragazzo, si sa, si trovava decisamente bene sul rettangolo verde, dove ha accumulato numeri da calciatore eccezionale, di quelli che segnano una generazione: 786 partite giocate nella Roma, di cui 619 in serie A, 307 gol segnati, di cui 250 in serie A, 71 su rigore, 58 presenze e 9 gol in nazionale, un mondiale vinto e uno scudetto.
Fuori dal rettangolo verde, questa dovrebbe essere la nona opera letteraria, la prima a non finire sugli scaffali della varia di basso profilo, tra barzellette ed espressioni romanesche. E qui si entra nel vivo della narrazione tottesca.

A un certo punto qualcuno ha deciso che questo ragazzo poteva diventare una miniera d’oro. Il fatto che restasse a giocare nella sua squadra del cuore lo condannava a vincere poco e a non raggiungere le glorie planetarie che le sue formidabili doti calcistiche potevano regalargli, ma in compenso lo aspettavano i fasti della corona preconfezionata di ottavo re di Roma, attribuita ora a questo, ora a quello, da quando Tarquinio il Superbo ha tirato il calzino. Così ci si è ingegnati a mettere in piedi la fiera della paccottiglia, con titoli che si commentano da soli, cito da wikipedia:

  • Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me), Milano, Mondadori, 2003, ISBN 88-04-52337-9.
  • Le nuove barzellette su Totti (raccolte ancora da me), disegni di Paolo Tarabocchia, Milano, Mondadori, 2004, ISBN 88-04-52482-0.
  • “Mo je faccio er cucchiaio”. Il mio calcio, a cura di David Rossi, Milano, Mondadori, 2006, ISBN 88-04-55733-8.
  • TuttoTotti, Milano, Mondadori, 2006, ISBN 978-88-04-56753-0.
  • La mia vita, i miei gol, libro + DVD, Milano, Mondadori, 2007, ISBN 978-88-04-57241-1.
  • Quando i bambini fanno “ahó”, libro + DVD, Milano, Mondadori, 2009, ISBN 88-04-59004-1.
  • E mo’ te spiego Roma. La mia guida all’antica Roma, Milano, Mondadori, 2012, ISBN 88-04-62401-9.
  • Roma 10. In giro per Roma col Capitano, Milano, Mondadori, 2014, ISBN 978-88-04-64042-4.

Insomma, un mito che in tanti hanno adoperato, tutti per lo stesso editore (tranne l’ultimo che è per Rizzoli), per costruire operazioni commerciali basate su cose che con la sacralità del calcio hanno poco a che vedere, e torno ai numeri.
Il calcio si prende terribilmente sul serio, quando passa a scrivere gli albi d’oro. Sono quelli che fanno la differenza tra la realtà e la narrazione.

I tifosi sognano e raccontano gesta eroiche, tipo Levratto sfondatore di reti, Riva che rompe un braccio a un bambino con una pallonata, Chinaglia che spezza le dita a un portiere con una cannonata delle sue (Belli del Milan, 1973), Maradona che dribbla tutta la nazionale inglese in un quarto di finale mondiale. Le gesta eroiche di Totti sono quelle compiute sul campo e sono tante. Alcune ingiustamente ammantate di leggenda, proprio perché la narrazione di Totti ha insistito su particolari che non ne fanno un cavaliere dello sport.

Prendiamo il “cucchiaio”: nell’Europeo del 2000, che è stato l’unico momento in cui Totti in nazionale ha fatto personalmente cose importanti: il ragazzo ha calciato uno dei rigori della serie post-gara con un colpetto che ha deposto la palla in porta, il portiere fuori causa. Questo colpetto, che dà fastidio ai portieri perché lo considerano irridente, è il famoso “Panenka”, dal nome del calciatore cecoslovacco, Campione d’Europa nel 1976, che lo ha inventato. Per costruire la narrazione tottiana ci siamo inventati così il cucchiaio e lo abbiamo fatto diventare un gesto sublime.

La vendetta dei portieri si è consumata a riflettori lontani, con Sicignano del Lecce che in una gara di campionato rimase fermo ad attendere la scucchiaiata del giovane giallorosso, che gli arrivò docile tra le mani, seguita dal gesto di nervosismo del campione, che ha rifiutato, poi, a fine gara, di regalare la maglia al portiere, reo di non aver contribuito allo storytelling “sul campo”.

La narrazione si costruisce anche raccontando quello che è funzionale e tacendo quello che è scomodo: nella pagina di wikipedia dedicata al giocatore si raccontano tutti i tantissimi elementi positivi e si tacciono quelli negativi. Nella serie di record del giocatore in giallorosso si racconta che Totti è il giocatore che ha vinto più derby (15) e quello che ha segnato più gol nel derby (11), ma si tace che è quello che ne ha persi di più (17) e che è l’attaccante più espulso nella storia del calcio italiano, 12 volte in carriera, dato transfermarkt, più una nell’assurda partita-farsa di Byron Moreno ai mondiali 2002.

Numeri che non inficiano la grandezza del calciatore, ma fissano i confini oggettivi della sua carriera. La narrazione che si è fatta di Totti negli anni in cui ha giocato, e anche in quelli successivi, usando sempre e comunque l’iperbole, non gli rende giustizia: dire che Totti sia il più grande calciatore italiano del dopoguerra, o che sia uno dei più grandi talenti della storia del calcio, è storytelling, fantasia, non c’entra con l’oggettività del campo, e, per quanto la narrazione costituisca, ormai, parte integrante della realtà, non basta a fare di Totti la massima espressione calcistica italiana.

Lo dicono i titoli, i numeri, i premi ricevuti, in Italia e nel mondo. Lo dice il fatto che nemmeno da campione del mondo Totti abbia avuto la soddisfazione di essere considerato nell’attribuzione del pallone d’oro, che fu dato a Cannavaro, che si aggiunse a Rivera, Baggio e Rossi, e che Francesco non sia finito mai neanche nei primi tre posti della classifica del premio, sia di quello attribuito da France Football, sia di quello attribuito dalla FIFA al miglior calciatore del mondo.

Totti, evidentemente, non è un impostore: è stato un campione di classe cristallina. Altrettanto evidentemente è stato un calciatore unico nel suo genere, il più forte e importante calciatore della storia della Roma, uno dei più importanti in Italia e perciò al mondo della sua generazione. Questo dicono i fatti e i numeri.

La narrazione però ne fa (addirittura) un simbolo cittadino, facendo torto a chi a Roma non vuol saperne del calcio e della Roma, e, ancora una volta, allo stesso Totti, che avrebbe avuto bisogno di più stimoli e meno sviolinate per occupare il posto che davvero poteva toccargli nell’olimpo del calcio mondiale.

Un’occasione perduta, forse. Se poi si vanno a vedere i numeri, reali anche questi, della sua autobiografia, si capisce il motivo che spinge questa narrazione a rinnovarsi, sempre vivida, come ai tempi in cui il campione deliziava gli sportivi sul prato verde: da quando è uscito, il libro spopola in testa alle classifiche di vendita, avendo doppiato le vendite del secondo e vendendo quattro volte più del terzo.

Ecco che i numeri, dopo aver dato torto a Francesco sul campo, negandogli la palma di miglior calciatore italiano di tutti i tempi, lo rimettono in sella: Totti è il campione più narrato della storia del calcio italiano. Più s’insiste con l’iperbole, più si costruisce l’epopea, più si vendono copie.

Elementare, Watson. Viene in mente il tormentone delle gesta eroiche di Chuck Norris che da anni ci fa divertire sui social: potrebbe essere questa la prossima uscita “letteraria”, finita l’onda del libro di Condò.
Quasi quasi mi ci metto a lavorare io…

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Un Commento

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