La politica e il punk, con quel che segue

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Il punk ha coniugato musica e apparenza, almeno nella sua versione inglese, imponendosi come stile di vita ribelle e ostile alle convenzioni. Negli anni ’70 i capelli a cresta, le spille da balia a precorrere il piercing e i vestiti sciatti, sporchi, stracciati e fuori contesto facevano scalpore.

La rappresentazione musicale era semplice: un rock’n roll energico, gridato, velocissimo, testi che incitavano alla rivolta e insultavano la Regina, la polizia, gli U.S.A. Rispetto al rock’n roll anni ’50, che parlava soprattutto di rimorchiare le ragazze e divertirsi, era un bel salto di qualità.

Difficile, però, ignorarne la portata politica, anche se può essere fuorviante il fatto che diversi gruppi punk indossassero simboli politici fuori contesto: le magliette e le spille con le svastiche e quelle inneggianti alle Brigate Rosse o alla RAF.

Si trattava di simboli indossati per provocazione, per essere urticanti, per dare fastidio. In Inghilterra niente era più odioso di una svastica, ancora a distanza di trent’anni dalla fine della guerra.

Dal punk però sono partiti gruppi che fecero canzoni fortemente politicizzate, critiche sulla situazione politica britannica, di denuncia contro il razzismo e contro le discriminazioni a carico degli omosessuali. Tutte orientate, grosso modo, a sinistra.

Il gruppo più politicizzato del punk, per definizione, erano gli Stiff Little Fingers di Jake Burns, nordirlandesi. Il loro primo singolo, Alternative Ulster, incitava alla rivolta privata. Ecco uno stralcio del testo:

We ain’t got nothin’ but they don’t really care
They don’t even know you know
They just want money, we can take it or leave it

What we need

Is an Alternative Ulster
Grab it and change it, it’s yours

Get an Alternative Ulster
Ignore the bores and their laws

Get an Alternative Ulster
Be an anti-security force

Alter your native Ulster
Alter your native land

roba forte.

01posestrummer03I Clash, dopo i loro esordi incendiari (ascoltare White riot), presero anche loro a osservare la realtà circostante e intervennero spesso nella discussione politica con testi molto schierati. Avevano un grande seguito, dunque potevano influenzare i loro fans. Memorabile Guns of Brixton, il pezzo scritto da Paul Simonon sugli scontri di Brixton tra polizia e immigrati giamaicani, ripreso più volte, nel tempo, da cover di successo:

When they kick at your front door
How you gonna come?
With your hands on your head
Or on the trigger of your gun

When the law break in
How you gonna go?
Shot down on the pavement
Or waiting on death row

You can crush us
You can bruise us
But you’ll have to answer to
Oh, the guns of Brixton

quello che intendiamo normalmente per punk inglese è durato poco.
Ha lasciato però una scia creativa nella quale si sono inseriti gruppi che hanno esplorato universi musicali nuovi, fatti di contaminazione di stili e di riproposta in chiave urbana di elementi esotici resi disponibili dalla nascente società multiculturale.
Suonavano Ska, Reggae, davano vita alla New Wave, e si occupavano spesso di politica.

Gli Specials, primo gruppo multirazziale importante, parlarono spesso di guerra e di problemi razziali. Ecco uno stralcio della loro doesn’t make it all right, eseguita anche dagli Stiff Little Fingers:

Just because you’re a black boy
Just because you’re a white
It doesn’t mean you’ve got to hate him
It doesn’t mean you’ve got to fight

It doesn’t make it alright
It doesn’t make it alright
It’s the worst excuse in the world
And it, it doesn’t make it alright

a loro si deve anche la festosa Free Nelson Mandela. Tom Robinson, invece, compose un pezzo scandalosissimo che divenne presto l’inno degli omosessuali britannici. Ecco uno stralcio della sua Glad to be gay:

The British Police are the best in the world
I don’t believe one of these stories I’ve heard
‘Bout them raiding our pubs for no reason at all
Lining the customers up by the wall

Picking out people and knocking them down
Resisting arrest as they’re kicked on the ground
Searching their houses and calling them queer
I don’t believe that sort of thing happens here

Sing if you’re glad to be gay
Sing if you’re happy that way
(Hey!) Sing if you’re glad to be gay
Sing if you’re happy that way

La Tom Robinson Band, insieme ai Clash, ai Generation X di Billy Idol e ai Buzzcocks, aveva suonato nello storico concerto londinese che chiudeva la grande campagna antirazzista Rock against racism, documentato dal film sui Clash Rude boy, classico della mediateca punk. Amara la considerazione in proposito di Joe Jackson, nel testo della sua Battleground:

Rock Against Racism rules tonight
But in the real world
No-one rules

intervenne anche lui sui temi dell’omofobia e del razzismo nella sua Fit:

Don’t laugh – but there are people in this world
Born as boys – and fighting to be girls
People standing in their way
Some are straight and some are gay

Calling them the drag queens
Say you can’t be one of us
You only have yourself to blame
You don’t fit

Don’t laugh – but there are people in this town
Be polite say a whiter shade of brown
People that they gotta fight
Some are black and some are white

Calling them the half-breeds
Say you can’t be one of us
You only have yourself to blame
You don’t fit

con l’arrivo della Thatcher, poi, si scatenò la protesta. Si misero in evidenza gruppi i cui testi erano esclusivamente politici (i Redskins di Chris Dean, gli Easterhouse) e il rock si mobilitò con Red Wedge, il cui fulcro era Billy Bragg, cantante inglese spesso sul palco da solo, con la fida chitarra, che ha scritto pezzi bellissimi dal contenuto sovente politicizzato, sempre venati di squisita ironia.
A Red Wedge partecipò la crema del rock inglese. L’elenco degli artisti coinvolti sarebbe troppo lungo e per questo non lo riporto qui. La Thatcher aveva colpito nel vivo e il mondo non sarebbe più tornato indietro. Il rock, da allora in poi, ha guardato alla politica sempre meno.

Chiudiamo con il testo e il video della canzone/simbolo di Billy Bragg To have and have not, che raccontava la disoccupazione nell’Inghilterra della Thatcher.

Up in the morning and out to school
Mother says there’ll be no work next year
Qualifications once the Golden Rule
Are now just pieces of paper
Just because you’re better than me
Doesn’t mean I’m lazy
Just because you’re going forwards
Doesn’t mean I’m going backwards
If you look the part you’ll get the job
In last year’s trousers and your old school shoes
The truth is son, it’s a buyer’s market
They can afford to pick and choose
Just because you’re better than me
Doesn’t mean I’m lazy
Just because I dress like this
Doesn’t mean I’m a communist
The factories are closing and the army’s full –
I don’t know what I’m going to do
But I’ve come to see in the Land of the Free
There’s only a future for the Chosen Few
Just because you’re better than me
Doesn’t mean

4 pensieri su “La politica e il punk, con quel che segue”

  1. I punk americani erano meno politicizzati e più focalizzati sulla musica. Malcolm McLaren era stato a NY e aveva fatto da manager alle NY Dolls e portò a Londra quello che aveva visto nei primi anni ’70 oltreoceano, organizzando il punk inglese intorno alla boutique che gestiva con la moglie, Vivienne Westwood, dove lavorarono come commessi, nel tempo, Billy Idol, Sid Vicious, Adam Ant, Siouxsie e altri volti famosi del punk inglese. I Ramones usavano anche loro le svastiche per provocazione, comunque. Dal punk americano venne fuori, con new wave e no wave, una certa critica alla società, ma si svoltò decisamente verso l’arte e la rappresentazione della realtà. Ci furono testi su razzismo e omofobia e sulle questione dei nativi americani, ma molta meno roba. C’era Springsteen, in compenso, che cantava anche la condizione dei lavoratori americani. E molto sull’alienazione da lavoro. i Devo, Warren Zevon…

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