Il pensiero disumano

Albinati, che rimane uno dei miei scrittori preferiti, ci ha scritto su un libro, per spiegare com’è che venne fuori quella cosa orribile del suo augurio di morte a un bambino qualunque sulla nave Acquarius, per inchiodare Salvini e il Governo alle loro responsabilità. S’intitola Cronistoria di un pensiero infame e spiegherebbe il meccanismo che fa nascere ed esternare cose brutte come questa. Lo leggerò.

Per l’intanto mi viene da riflettere sui brutti pensieri. Succede che vengano alla mente, sia pure in decisa minoranza rispetto a quelli belli. Sono brutti non tanto perché si augurano cose orrende, ma perché configurano scenari terribili, che ci sconvolgono la vita, a noi o a qualcun altro.

Non è (non solo) questione di esternazioni social, dove è evidente che si pensa con le dita, se si pensa, e talvolta manco quello, visto che si può esprimere l’odio o qualunque altro sentimento senza digitare una parola, soltanto cliccando su pulsanti preprogrammati all’uopo. La morte, nel caso, dell’espressione.

Vi capita mai di pensare: adesso muoio? Oppure di pensare a cosa fareste se non ci fosse più una persona cara? Sono scenari oscuri e terribili, ben diversi dal pensiero brutto che si esterna augurando il male a qualcuno, che è una cosa che si fa spesso senza pensare.

Aprendo la bocca e dandogli fiato. I pensieri sono anarchici, vengono quando vogliono e vanno dove vogliono. Sono manifestazioni del nostro carattere, per cui siamo portati a pensare bene o a pensare male, e per male s’intende sia pensare cose brutte che avere un atteggiamento sospettoso, critico, negativo rispetto agli eventi e alle manifestazioni altrui.

Viviamo in una fase in cui si pensa decisamente male. Si sospetta, si denigra, si minaccia. Si esterna tutto il livore possibile senza preoccuparsi di avere ritegno. Si dicono cose enormi, come quella detta da Albinati, anche per paradosso, illudendosi che siano lette nel modo giusto, che se ne decodifichi il significato profondo o quello che verrebbe a rimorchio dell’affermazione grave che crea una rottura fragorosa, uno schiocco, un silenzio imbarazzato.

Curioso che il destinatario degli strali di Albinati abbia fatto dell’esternazione del cattivo pensiero una prassi quotidiana, costruendo il suo successo sulla ripetizione continua di cattiverie spesso gratuite, talvolta nascoste dietro un velo d’ipocrisia. Il tutto per acquisire e mantenere consenso.

Così lo scandalo per le parole di Albinati fa il giro e ce lo ritroviamo che ci colpisce alle spalle, come un boomerang: ci scandalizziamo per un pensiero infame ma avalliamo e sosteniamo e facciamo nostri pensieri infami esternati da altri, solo perché si vestono di colori diversi.

Intanto i pensieri infami si moltiplicano, non quelli profondi di cui parlavamo prima, quelli che sappiamo scacciare. Quelli esternati, da soli o in gruppo, che stanno alimentando l’odio esplicito, quello fuori dai denti, quello che spinge alla violenza verbale e fisica, che divide, che porta al disastro.

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