Black friday

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Questa storia del Black Friday ci ha preso la mano, ammettiamolo. Ma non per l’operazione in sé, quanto perché è l’ennesimo segno di un cambiamento rispetto al quale eravamo/siamo impreparati. Una cosa travolgente che ancora non ha lasciato tutto il segno che poteva/potrebbe lasciare.

Il punto è che compriamo tutto quello che possiamo comprare, sul web e fuori, nel momento in cui ci rendiamo conto che l’offerta ci concede sconti importanti. Fin qui non ci sarebbe niente di male, ma spesso compriamo roba che non ci serve. E, per quanto costino poco, non ha senso avere in casa 700 penne biro, un cassetto di calzini per fare sport quando manco si fa sport, piatti e bicchieri che bastano per la refezione di una Caritas e tante altre cose. Tante. Troppe.

In più, l’operazione ammazza-prezzo ha radici precise e profonde in un riassetto globale dell’economia bassa, quella basata sulle dinamiche salario-borsellino, che determinano il potere d’acquisto che abbiamo come individui. Se da una parte Amazon, Ikea, H&M, Decathlon, GDO e compagnia hanno incrementato il nostro potere di acquistare cose utili o anche (e soprattutto) superflue, dall’altra questo ha avuto ripercussioni sui nostri salari, in caduta libera da decenni, e sulla nostra capacità di collocarci sul mercato del lavoro, diminuita drammaticamente per una serie di motivi che origina sempre dalla stessa fonte.

Lo stesso accade ai bottegai, tagliati fuori dalla capacità della GDO e dei colossi internettici di mantenere rapporti di lavoro formalmente corretti abbassando i prezzi in modo drastico, che rende impossibile reggere il confronto. Ai piccoli esercizi si lascia la nicchia di una “qualità” che diventa una pura astrazione se il prezzo da pagare per averla è insostenibile per la gran parte dei consumatori, le cui sempre più magre risorse vengono drenate continuamente dai colossi che tirano le fila dello shopping mondiale.

Si tratta di un ingranaggio distruttivo, che aumenta e capillarizza la polarizzazione della ricchezza, dividendo il mondo in eserciti di poveri, i più fortunati dei quali possono avere lo stesso letto svedese e le stesse sneakers in qualsiasi continente, sovrastati da piccole moltitudini di benestanti o ricchi che hanno accesso alle cose belle e buone che costano molto. A completare il quadro l’indebitamento: comprare una casa di bassa qualità 25 anni fa costava 100 stipendi da impiegato medio, oggi si viaggia sul doppio o sul triplo. Se si ha la fortuna di avere un contratto a tempo indeterminato.

Rispetto a questo fenomeno, che è globale, non possiamo difenderci: siamo nel mirino di chi ci offre salari sempre più bassi, e li giustifica attingendo manodopera meno qualificata, creando un piccolo esercito di disoccupati di alta qualità, e di chi monopolizza ogni tipo di mercato avendo dalla sua la possibilità di stressare i prezzi e renderli appetibili per chi ha sempre meno soldi in tasca.

L’effetto collaterale di questa dinamica perversa è la standardizzazione di certi consumi, la modalità di fruizione della cultura e del consumo, l’inaridimento sempre più allarmante delle possibili fonti di lavoro, e quindi di reddito, per la gente. Il paradosso è che a salari che crollano corrispondono consumi che crescono, spesso non sostenibili: un gigantesco dissipare ricchezza, non tanto e non solo economica quanto di risorse fisiche del pianeta che non sono rigenerabili e alimentano quella scarsità che è alla base di un modello economico suicida.

Che si basa, appunto, sulla scarsità ma, paradossalmente, tende ad azzerare i prezzi per dare la sensazione di un’abbondanza senza precedenti, che sembra poter non finire mai.

Io questo venerdì non compro niente, nel mio piccolo non partecipo. Ho perso un po’ di tempo a cancellare la mia iscrizione a mailing list e a bollettini pubblicitari on line. M’impegnerò ad abbassare il numero medio di mutande, calzini, camicie e magliette che ingolfano il mio armadio, cercherò di non acquistare compulsivamente cose che posso reperire in altro modo. Sono solidale con quei commercianti che,  pur di portare a casa un incasso in più, s’inventano di tutto, perché mi rendo conto del loro dramma, ma penso che non siano loro le vittime più meritevoli di tutela di questa situazione: a rimetterci di più è la gente che viene chiamata a consumare ma non più a produrre.
Fin quando non crepa.

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  1. The Running Franz

    condivido, ci vuole sobrietà… e ci vuole anche tanta determinazione perchè ti bombardano di finte necessità e alla fine ti ritrovi a comprare cose solo perchè te l’hanno messo in testa “quelli della pubblicità”. Insomma lorsignori vorrebbero un “lavora, amazonprimeggia, muori”. Così non va.

    Piace a 1 persona

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