Vita digitale

Trent’anni fa (quasi 31) mi sono seduto per la prima volta davanti a un computer vero. Uno strumento di lavoro, intendo, non un Commodore con le cassette per giocare.
Era un accrocco NCR col doppio floppy da 5 pollici e un quarto. Da una parte caricavi il sistema operativo, dall’altra salvavi le tue cose. Per elaborare le paghe dovevi avere cognizioni base di Cobol, e stampare a modulo continuo era un’impresa per virtuosi, che in genere si faceva in due, uno lanciava la stampa e uno controllava che l’ordigno/stampante non si mangiasse i preziosi cedolini vidimati.

L’hardware costava cifre spaventose, diventava obsoleto in pochi mesi e non c’era niente che fosse user friendly. Si lavorava ancora molto con la macchina da scrivere. Due anni dopo, nemmeno, già avevo macinato un 286 e avevo in mano un 386, lavoravo col DOS, facevo sciocchezzine in Basic, programmavo macro complessissime su Lotus 123 e usavo normalmente Wordstar, giocavo a scacchi e alle olimpiadi, cominciavo a flirtare con Windows 3.1 che pareva bello ma stranamente complicato. Il tutto in collegamento remoto con un IBM S/36 che pareva inaccessibile.

Poi ho scoperto il Macintosh, con un SE, poi con un classic e poi ancora con un LC. La stampa laser. Tra system 6 e system 7. Una vera interfaccia user-friendly, l’alternativa alle contorsioni di Windows, che cercava la rimonta ma rimaneva sempre indietro. Ho visto nascere Excel e Word. Intanto avevo cominciato ad avere un PC a casa. Il primo fu un Celeron. I prezzi crollavano. Studiavo all’università da dopolavorista ed ebbi in dote un indirizzo email, mai usato. Poi imparai a fare qualche scemenzina in HTML. Andai su internet con un modem 14.4. Leggevo su usenet i newsgroup con i risultati dei meeting di atletica. Feci un sito su Amatrice e le sue Ville ma mi fermai a un livello superficiale, perché m’ero perso il libro del Massimi con i cenni storici sulle frazioni, e mica era tutto a portata di mano come adesso. Intanto mi smazzavo il mio lavoro su AS/400.

Poi, internet. Ho visto morire Mosaic e nascere Netscape. Ho usato le prime versioni di Dreamweaver, Eudora per la posta elettronica, mi sono scornato con Explorer e Outlook, ho preso spazi gratuiti dove ho pubblicato siti, ho gestito per anni una comunità come Lazio.net, all’inizio fatta di poche decine di persone che si conoscevano, alla fine di troppe centinaia. Una mia amica mi ha convinto a tenere un blog. L’ho fatto. L’ho chiuso. Ne ho fatto un altro. L’ho chiuso. Avanti così, ormai sono al quarto ma sono diventato più stabile, ho smesso di accendere e spegnere luci in giro. Ho provato tutti i social media prima ancora che si chiamassero così. Alcuni ho continuato a usarli, altri li ho lasciati lì, altri ancora li uso saltuariamente. Ho anche pubblicato un libro sul web.

In tanti anni ho assistito per lavoro tante persone che sapevano usare meno di me i supporti tecnologici, imparando da quelli che li sapevano usare di più. Ho visto gente che ha imparato in fretta e gente che non riusciva manco ad accendere il PC, ma magicamente trovava la strada per infettarsi in giro per pornazzi. La gente usa la tecnologia senza rendersene conto, poi ritiene che chi la usa consapevolmente sia un incrocio tra Von Braun e Leonardo. I computer sono roba per supercervelloni che siccome per farci le cose si divertono non vanno pagati. I siti si fanno praticamente gratis, perché lo spazio non costa, il dominio ancora meno, e lo smanettone lo paghi a cheeseburger. Quando ti avanza qualche spiccio.

Se un bambino ancora analfabeta sa già usare un’interfaccia vuol dire che è un genio, non che l’interfaccia sia semplice. Se il nostro rapporto con la tecnologia è questo non possiamo meravigliarci quando ci dipingono come un paese di seconda schiera, dove la gente chiede un router vintage perché arreda e pretende che il tecnico si ricordi lui la password.

Per usare un pc o un telefono ci vuole solo un po’ di pazienza. Imparare a usare certi programmi bene ti riesce soltanto se ci lavori o li usi spesso, perché si impara affrontando un problema e trovando la soluzione, oltre che facendo corsi che durano tante ore. Nessuno si siede davanti a un pc e lo fa cantare. Se vuoi imparare ti devi spendere, come per qualunque altra cosa. Anzi, siccome i mezzi sono in continuo divenire, ti devi spendere tutti i giorni, come fa un musicista. Non è un’arte che la impari ed è finita là. Ha una storia che non è indispensabile conoscere, perciò oggi puoi addirittura insegnare quello che è attuale senza sapere cosa c’era prima, se non è necessario.

Non ho trovato un cane, in tanti anni, che desse la giusta importanza alla tecnologia dell’informazione, sul lavoro. Nessuno che capisse che una macchina diventa vecchia anche se è nuova, se l’evoluzione tecnologica la rende superata. Per molti un PC è come una Panda. Forse ci si può ragionare su oggi, ma vent’anni fa non era così.

Avessi dato retta a mio cugggino, mi sarei dovuto mettere a studiare informatica quando sono andato alle superiori. Era il 1976 e non capii nemmeno bene di cosa stava parlando, solo che la scuola che mi consigliò stava dall’altra parte di Roma. Aveva ragione da vendere. Ci sono arrivato dieci anni dopo e il mondo era già da un’altra parte: quei dieci anni per me avrebbero cambiato qualche cosa.

 

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