Essere Tom Petty

Quando muore una rockstar si versano fiumi di lacrime social. Ma perché? Prendiamo il caso specifico: un miliardario quasi settantenne, Tom Petty, nato in Florida, muore per un attacco di cuore nella sua villona di Malibu. Poche ore prima un matto aveva fatto fuori diverse decine di persone a Las Vegas, manco tanto distante dalla California, e volendosi disperare ce n’era d’avanzo. Però queste rockstar qualcosa hanno rappresentato, per i loro fans, ed è roba che rimane nella testa.

L’anno scorso in un centro commerciale ho comprato, a 53 anni, un paio di nike, di quelle riprese dai modelli vecchi. Uguali a quelle che indossava Tom in una foto sulla quale avevo fantasticato mille volte. Le ho comprate per questo motivo.

Ora, può darsi che io sia solo un cretino che non si rassegna a invecchiare, è vero. Ma quando, da teenager, mi sono accostato alla musica rock ho fatto, come tutti, le mie scelte in termini di modello da emulare. Adoravo Joe Strummer ma ero troppo poco teppista per imitarlo. Stravedevo per Lou Reed, che però era un tossicomane debosciato e lascivo. Mi emozionavo per Bowie ma mi terrorizzava, se la proiettavo su di me, la sua ambiguità sessuale. Avrei voluto suonare la chitarra come Brian Setzer, cantare come David Byrne, scrivere le canzoni che scriveva Graham Parker, impastando rock e reggae, facendo movimenti rapidi ed essenziali, un po’ anfetaminici, ma solo per posa. Amavo tantissimo Neil Young ma me lo immaginavo sbavato e impataccato, con i capelli unti, mentre si ricordava di cambiarsi le mutande dopo tre settimane. Adoravo Springsteen e l’epica Blue Collar ma non volevo essere né Spanish Johnny né quello che lavora sull’autostrada.

Volevo essere come Tom Petty. Piacere alle ragazze per l’ironia e per l’intelligenza, indossare camicie a fiori o a quadri, suonare del rock energico e essenziale, sorridere. Essere lucido e presente, niente droghe, niente depressioni, niente sfighe. Andare incontro alle cose con quello sguardo lì e affanculo l’ideologia, le zavorre assurde su quello che si deve e non si deve dire o fare quando si fa musica o quando si campa.

Così ascoltavo i dischi di Tom e mi piaceva pensare, da qualche parte dentro di me, di poter essere come lui, e questo mi è rimasto dentro, crescendo e diventando adulto, o provandoci.

Scegliendo tutti i giorni, quasi sempre inconsapevolmente, come essere, c’è stato sempre un pizzico di Tom Petty che mi ha guidato, quella scia che proviene dall’imprinting che ti dà la musica. Dentro qualche recondito spazio, nella mia mente, volevo una moglie bella e importante come Stevie Nicks, una con cui confrontarmi alla pari. Volevo saper ridere e volevo piacere a gente che valeva, come piaceva lui a Bob Dylan, a Roy Orbison, a George Harrison, che lo chiamavano a suonare con loro e ne raccontavano le lodi.

Volevo amici fidati come Benmont Tench e Mike Campbell, pezzi da 90 che riconoscessero il mio carisma e stessero sempre dalla mia parte qualunque fosse stata la mia scelta. Volevo recitare come lui in Something Big, in Spike, In Don’t come around here no more, e mi leccavo i baffi a pensare a quante piccole Alici nel Paese delle Meraviglie sarebbero state dalla mia parte.

Si smette di sognare, andando avanti con la vita, cominciando a lavorare, prendendo calci e dandone. Resta però da qualche parte una memoria fatta di momenti passati a cantare e a fantasticare, a leggere, tradurre, a cercare affannosamente cose che oggi il web ci vomita sul tavolo, tante, fredde e non più essenziali.

Bastava un disco con una busta colorata, i testi e qualche foto per costruirsi un mondo. E se oggi viene a mancare chi ha acceso la nostra fantasia negli anni migliori, perché niente può essere meglio di avere vent’anni, c’è una parte di noi che avverte un distacco, che si sente stanca e sa di aver perso un altro piccolo punto di riferimento.

E’ così, forse, che si va verso l’autunno.

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