Orti amatriciani

Venerdì sera ho conosciuto una persona di Amatrice che vive in Toscana (vicino Montalcino). E’ stato un incontro bello e toccante, abbiamo chiacchierato fitto fitto per dieci minuti incrociando sguardi familiari su ricordi comuni. Uscendo dal suo locale mi ha investito l’aria rovente di questi giorni, e, guidando verso casa, mi sono ricordato che c’è stato un tempo felice in cui era escluso che si potesse stare nel mese d’agosto in un posto diverso dal paesello, dove faceva fresco sul serio. Nel mio caso il luogo avito si chiamava Aleggia, dieci case rincriccate in cima a una costa sopra i 1200 metri di quota, frazione dell’Amatrice tra le più antiche e riottose.

Partivamo appena finita scuola o poco dopo, ma di sicuro ci trovavamo lì prima di Sant’Anna, il 26 luglio, quando si faceva festa tutti insieme. Si puliva la strada per la chiesa di San Pancrazio, che era messa fuori paese, dopo una discesa a precipizio lungo una via fatta di sassi grandi, rocce verdi di muschio bagnato, rovi, felci, ortiche.

Qualcuno prendeva la falce e puliva bene la strada fino alla chiesa, davanti alla quale c’era un piccolo spiazzo d’erba, tagliata con cura. La chiesa era piccola ma bella, c’erano dei quadri antichi e le botole che portavano alla cripta dove una volta si seppellivano i morti. Muri bianchi e azzurri. Campane squillanti e canterine.

Non ho mai capito perché la chiesa si trovasse così fuori dal paese, che molti raccontano più grande in passato (alcuni usano la buffa e impropria definizione di “cittadella”). Aleggia aveva due frazioni staccate, una ancora esistente, Casali d’Aleggia, che è più grande della frazione madre, l’altra andata distrutta con i terremoti del ‘600 e del ‘700, che si chiamava Fratigno e stava in località Santa Maria, praticamente impossibile da localizzare (si dice ci fossero pezzi di muro in un posto lontano, in una specie di piano in cima alla montagna).

Da vecchie pubblicazioni (Registro delle chiese della diocesi di Rieti nel 1398) le chiese del paese risultavano essere tre: a quella di San Pancrazio si univa quella di San Giovanni, che sorgeva nel folto del bosco, e quella, appunto di Santa Maria. Nessuna evidenza del presunto fulgido passato del paesino, che più che reale sembra vagheggiato dalla fantasia fervida di qualche autoctono.

L’abitato confinava con una zona adibita a stalle e a pagliai dove c’erano edifici di una certa qualità, ormai in disuso, che il terremoto dell’anno scorso ha in gran parte finito di distruggere. Qualche toponimo racconta di luoghi vicini al paese che un tempo erano forse abitati: il fosso Notaro, che sembra suggerire, secondo alcuni, la presenza di un notaio in paese, più qualche altro luogo che rimanda a nomi di persone (Giuseppe, Menica) che non è possibile ricollocare.

Per Sant’Anna salivano a festeggiare tutti gli abitanti di Forcelle, che si trova a un chilometro dall’Aleggia. Un chilometro di salita dura, per loro, che molti facevano a piedi, altri con la macchina strombazzante. Alla fine della messa c’era la processione, che faceva il giro del paese, tra canti di Mira il tuo popolo e schioppettate festose sparate dai fucili da caccia, oltre alle raffiche di mortaretti, castagnole e tricchetracche che allietavano la festa.

Sant’Anna coincideva talvolta col ritorno dei villeggianti romani, che sostanzialmente erano emigrati che lavoravano nella capitale, quasi tutti in un ristorante o in un bar. L’amatriciano in cucina era sempre molto apprezzato. La festa del patrono era a San Pancrazio, che cade a maggio. Si faceva messa una volta l’anno, a San Giovanni, anche nella chiesina nel bosco, che personalmente non ricordo di aver mai visto.

I festeggiamenti consistevano in una ricca mangiata di fettuccine o tagliolini o gnocchi di patate col sugo di carne, un secondo da festa, sempre di carne (pollo, piccione, spuntature di maiale, agnello), e poi salumi e formaggio, con un dolcetto fatto in casa. Se si ballava (non mi ricordo però feste danzanti per Sant’Anna) c’erano spesso le pizze fritte, che le donne facevano e mettevano in comune per tutti.

Noi bambini passavamo un paio di mesi da sogno, sempre. Giocando dalla mattina alla sera, ma anche stando a guardare gli adulti che lavoravano i campi e badavano alle bestie. Partecipando (si fa per dire) alle attività contadine. Io e mia sorella eravamo molto professionali nel togliere i bruchi dai cavoli. Erano verdognoli, li mettevamo in un barattolo e poi li eliminavamo. Come? Gettandoli nel fuoco (risate sataniche).

Facevano un fischietto, tipo pppiiiiiiii, povere bestie. Io ero molto orgoglioso di aiutare mio nonno a rimettere la legna al coperto, dopo ferragosto. Prendevo i turtulitti  e li portavo, infaticabile. Facevo tentativi improbabili di maneggiare la zappa quando c’era da cavare le patate: impugnavo troppo in punta e più che zappare grattavo la terra, rovinando le patate.

Qualche volta si trovava qualche topetto. Io, nella mia fase cruel, una volta ne uccisi uno sotto la supervisione di mio nonno, incastrandolo con la zappa contro il muro. Era piccolo e grigio. Non ricordo di aver commesso altri animaletticidi in quella fase, anzi, ricordo di aver celebrato dei funerali molto pomposi agli uccellini morti che ogni tanto trovavamo. Ne ricordo uno con scatolina di latta dei biscotti Mellin e uccellino adagiato su letto di foglie, fiori e che ne so, con tanto di corteo e sepoltura. Con le galline c’era un rapporto freddo e formale, da quando mi avevano beccato le croste nei ginocchi, facendomi  malissimo. L’orto riservava altre meraviglie: zucchinone e relativi fiori, cipolle e carote, fagioli con le frasche per tenerli su, ceci buonissimi mangiati così al volo, noci colte verdi dall’albero e mangiate ultrafresche, e così pure le nocciole (nocchie). E visciole, pere di tre qualità (spadone, campane, brutte e bone, mi pare), prugne (perniconi).

In un edificio che ora è crollato tenevamo il grano in un’arca. Ne avevamo tre, una in cucina er il pane (lo pà), una in cantina per il cacio (lo cacio), e l’arcone per il grano (lo rano). Era una specie di grande cassa a forma cubica, o di parallelepipedo, che aveva una bocchetta in basso chiusa da una pala di legno. Sollevavi la pala e usciva il grano, da raccogliere in un sacco e portare alla mola a macinare, oppure da usare per dare da mangiare agli animali. Nell’ambiente adiacente c’erano le galline e in quello di sotto il maiale, che mangiava secchiate di avanzi allungati con l’acqua e integrati con un paio di pugni di semola. Andavamo con mia nonna, che non ci lascia andare da soli perché il maiale era un po’ esuberante, insomma pericoloso. Ogni anno, chissà perché, ci chiedevamo, il maiale era nuovo. Nel bosco si coglievano more, lamponi, uva spina e nocchie. Nei prati c’erano i cardi selvatici (scardalapri) che sapevano di carciofo, ma nessuno li raccoglieva mai: avevano i pelucchi a scopetta, e qualcuno li mangiava e ci faceva anche la frittata. Me li ricordo assaggiati crudi, un po’ amarognoli ma non cattivi.

I gatti rincorrevano le galline per spaventarle, noi quando pioveva forte, e in montagna lo faceva spesso, dicevamo il rosario insieme a Rita, la bambina della casa di sotto. Tuoni, fulmini e cascatoni d’acqua fuori lavavano l’aria e la terra. I fossi erano pieni d’acqua e di girini e dalla sorgente d’acqua solfurea (solfanara) , la sera, passavano le mucche.

Noi le aspettavamo, bevevamo il latte appena munto (oggi si dice sia una cosa da evitare), guardavamo i vitelli. Era tutto un gioco, ma stava per finire. Quando i vecchi lasciarono non restò quasi più nessuno a coltivare la terra e col terremoto del ’79 molte delle famiglie rimaste si spostarono ad Amatrice, chi in paese, chi a Villa San Cipriano.

Case che oggi sono inagibili, costruite per ospitare chi aveva avuto casa danneggiata. Speriamo non si ripeta più. Passato ferragosto cambiava il tempo e ai primi di settembre il pastore che affittava il pascolo (il pecorale) portava via il gregge, per farlo svernare da qualche parte in quello che è avanzato dell’Agro romano. La sera faceva freddo, già dalla festa della Rocca, che era a ridosso di ferragosto. La stagione, arrivata tardi, se ne andava spesso prima del tempo, e noi tornavamo in città, pronti a cominciare la scuola.

Al paese restavano in pochi, a svernare al freddo. Li trovavamo, l’anno dopo, che ci aspettavano, contenti che il paese si ripopolasse un po’, che arrivasse qualche ragazza, che si facesse festa.

 

Tutto quello che ho scritto su Amatrice e sul territorio del terremoto:

10/07/2017 L’Opera all’Amatrice. Col camion 
14/06/2017 Gruppo vacanze Amatrice
23/05/2017 Sulla groppa della bestia
16/05/2017 La mia bellissima montagna
06/05/2017 Amatrice e dintorni
27/03/2017 Antica ricetta degli spaghetti all’amatriciana
21/12/2016 La normalità del terremoto
03/11/2016 Viaggiare tra le macerie
01/11/2016 La pietra della mia casa è segnata dalle crepe ma non crolla
20/09/2016 Il ritorno ad Amatrice, o Della cartolina scomparsa
17/09/2016 L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità
28/08/2016 Riscoprire il bene comune
26/08/2016 Morte di Amatrice, tradita dalla bestia assassina

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