Procrastinare/Non fare oggi quello che potresti fare domani

C’è sempre qualcosa di meglio da fare rispetto a un’incombenza noiosa e ripetitiva. E’ una legge ferrea a cui nessuno sfugge, salvo che non siano le sollecitazioni esterne a obbligarlo. Il problema è che quando procrastini poi ti viene l’ansia, e ti dividi in uno slalom tra i sensi di colpa (sono una merda, dovevo fare quella cosa e non l’ho ancora fatta) e i momenti autorassicuranti (ganzo, posso anche scrivere un post per il blog, per fare quella cosa importantissima avrò tempo domattina, semmai posso anche alzarmi un quarto d’ora prima).

E’ vero che così facendo si vive con un livello costante d’ansia a bassa intensità. D’altra parte un’esistenza fattiva e puntuale genera comunque l’ansia da scadenza, quella che oddioddio mancano quindici giorni alla deadline e mi manca il 2% del lavoro per finire.

A me succede che la tensione si abbassa in prossimità del traguardo quando capisco che farò in tempo a fare tutto e a finire un lavoro. All’improvviso entrano in scena le distrazioni. Che si sovrappongono a intermittenza al lavoro principale. Secondo lo schema ok, devo fare l’ultimo passo, ma prima fammi leggere chi ha comprato la Lazio. Ecco, ho letto, allora devo fare ancora un pezzettino ma uh, vediamo se è arrivata posta. Mannagg, si sta facendo tardi, devo finire il lavoro ma oh, adesso mangio una banana.

Così facendo passano i giorni e poi all’improvviso subentra il crucco e in un tripudio di ein, zwei le tessere del mosaico vanno a posto e si conclude trionfalmente la campagna, finisce l’ansia, si fa strada l’autocompiacimento, ci si rimirano i pollici, si fuma dopo l’amore, si contempla l’orizzonte e si surfa sul bordo dell’ombelico, fino a quando non incombe un’altra scadenza e tu non hai ancora fatto un cazzo.

Dice che è roba da creativi. Non so. C’è questo fatto dell’attenzione che viene disturbata da sollecitazioni esterne di continuo, tipo quando stai scrivendo un post e devi finire ma non ti ricordi cosa volevi scrivere e ti attrae qualcosa che staziona sulla scrivania da giorni, ti viene in mente che devi andare al bagno e mettere i croccantini nella ciotola del gatto e chiudere le persiane e lavarti i denti e cominci a tenere in mano un filo per ogni cosa che devi portare avanti fin quando non sopraggiunge uno stato d’ansia, un poco sottostante, appena appena, un senso d’urgenza che contrae le budella al punto giusto, un senso d’inadeguatezza che dice che merda che sono dovevo fare questa e quest’altra cosa e non l’ho fatta.

Poi tiri un sospiro e scopri che ti stava venendo l’ansia solo perché non avevi chiuso un post sul blog. Ecchessaràmai. E’ dura la vita per chi non soffre d’ansia, inventarsi ogni giorno un delirio ansiogeno dal nulla, far finta di consumarsi in un senso di colpa inesistente, inventarsi delle scadenze non rispettate per far finta di averne. Se la scansione del tempo te la dà il lavoro la vita scorre regolare, come appresso a un metronomo, lunedìmartedìmercoledìgiovedìvenerdì e puoi inventarti il sabato e la domenica. Se ti manca quella tensione tutto rallenta e scopri che senza ansia non c’è bisogno nemmeno del caffè.

Sarà anche una noia, ma scoprire di fabbricare artificialmente un qualche piccolo stato d’ansia per costringersi a stare sul pezzo invece di giacere a pelle d’orso potrebbe essere anche peggio. Per lavorare c’è bisogno di una scansione temporale. A casa il tempo s’intreccia e si dilata, e si finisce per credersi vittime di una procrastinazione che in realtà non esiste. Sta solo nella tua testa. E’ un solipsismo.

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