Risalire dalla Foce

La Foce è una grande tenuta che si trova tra Chianciano e la Val d’Orcia, in provincia di Siena. Iris Margaret Cutting e Antonio Origo, appena sposati, si trasferirono a viverci, nel 1924, ristrutturandola e fondando un’importante azienda agricola che contribuì allo sviluppo della zona, in quel tempo bella e poverissima.

Durante la seconda guerra mondiale la villa divenne un luogo sicuro dove trovarono rifugio profughi, soprattutto bambini, partigiani e militari alleati scampati alle grinfie di tedeschi e fascisti. Iris Origo e suo marito rischiarono in prima persona e misero a disposizione le loro ricchezze per salvare dagli orrori della guerra quanta più gente possibile.

Iris_Origo_DonataIris, storica e scrittrice anglo-americana, documentò in un libro scritto in forma di diario, “La Guerra in Val d’Orcia”, la vita vissuta alla Foce in quei giorni terribili. Quando il fronte passò per la Val D’Orcia gli ospiti della tenuta si trovarono in grave pericolo, esposti al passaggio delle retrovie tedesche in ritirata e al fuoco delle truppe alleate che le incalzavano. Gli Origo decisero di lasciare la tenuta per trovare riparo nella vicina Montepulciano e guidarono i bambini e gli sfollati in una marcia verso la salvezza, tenendosi il più possibile lontano dalle strade per evitare di rimanere esposti al fuoco dei caccia che martellavano la zona. La marcia fu penosa, per la paura, perché alcuni bambini non erano in grado di camminare, perché sul tragitto erano presenti cadaveri non rimossi, c’era il rischio delle mine e il fuoco dell’artiglieria e non c’erano garanzie su quello che si sarebbe trovato una volta giunti a Montepulciano. Alla fine il gruppo arrivò sano e salvo a destinazione.

La marcia di Iris Origo e dei bambini della Foce viene ricordata, dall’anno scorso, con una rievocazione. Sabato scorso ho partecipato anch’io, con i miei cari amici Antonio e Valentina. E’ stata una bellissima esperienza. Abbiamo raggiunto la Foce attraversando il paesaggio incantato della Val D’Orcia, adagiata ai piedi del profilo severo dell’Amiata. Era mattina prestissimo ma già faceva caldo. Siamo arrivati sul posto del raduno per primi, il che ci ha fatto temere di aver sbagliato luogo, data, ora dell’appuntamento.

Timore fugato nel giro di qualche minuto, con l’arrivo di un folto gruppo di persone. Una quarantina di camminatori che si sono avviati con bel passo verso la lontana meta (14 km), dopo la lettura rievocativa di qualche pagina tratta dal libro di Iris. Un cammino alternato tra strada e bosco, in mezzo agli ulivi e sul dorso di un crinale, all’ombra o sotto un sole infuocato, chiacchierando e facendo amicizia, sapendo di compiere, col solo marciare su quella terra riarsa e spaccata dalla siccità, un gesto carico di valore simbolico. Una testimonianza che serve a non lasciar andare il ricordo di quei giorni terribili, in cui tanta gente mise a repentaglio la propria sopravvivenza per resistere, aiutare, proteggere persone in fuga dall’orrore di una guerra che era comunque vicina, fuori dalla porta di casa.

Qualcosa in cui tutti erano coinvolti, impossibilitati a sottrarsi a sollecitazioni terribili: fame, paura, persecuzione dell’occupante nazista e dei suoi complici. Abbiamo sudato su quella terra, riconosciuto le strade, sbagliato qualche svolta, saltato qualche steccato, pensato ai fazzoletti bianchi che erano l’unico scudo disponibile per quel gruppo di anime transumanti. In viaggio dalla paura e dal fuoco verso la speranza e la vita, accompagnate dall’ansia degli adulti e forti del candore dei bambini.

Il gruppo della Foce arrivò a Montepulciano da San Biagio e fu accolto dalle gente del paese, che si prese cura, per quanto possibile, di tutti. Noi abbiamo fatto lo stesso, sbuffando e sudando, ma godendoci il ricordo di quel viaggio ripercorso e per questo fatto nostro. Non c’è stata paura, solo la bellezza dei luoghi, la dolcezza delle ciliegie e delle albicocche di cui abbiamo approfittato, strada facendo, ogni tanto una sosta, un sorso d’acqua, una lettura, una testimonianza fatta da bambine che leggevano poesie e suonavano melodie. Tra sorrisi e chiacchiere fatte sottovoce, ascoltando con piacere gli altri e dicendo ogni tanto la propria.

Ci ha ricevuto nel suo bel giardino la famiglia Bracci, che quel gruppo di viandanti impauriti e affamati accolse, dando fondo a viveri e coperte. Tutti stretti in un abbraccio mentre il mondo impazzito, fuori, regolava i conti con la follia nazifascista.

Una storia che ci ricorda che si può restare umani mentre viene meno qualunque punto di riferimento e la vita è appesa a un filo che si può troncare all’improvviso. E ci insegna, perciò, che c’è sempre spazio per farlo. Dipende da noi e non dalle circostanze.

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