Gruppo vacanze Amatrice

Stasera ho cucinato un piatto di spaghetti all’amatriciana per un ragazzo giapponese e uno svizzero. Ne abbiamo spazzolati 7 etti e mezzo in pochi secondi. Faceva proprio caldo, ho fatto un pezzo di strada sotto il sole camminando di buon passo e sono rimasto sfiatato, ho anche incontrato una mia cara amica e non l’ho riconosciuta, facendo la mia gaffe preferita. Ho pensato all’estate che è arrivata e mi è venuta in mente Amatrice.

Non per ricordarmi del terremoto, dei danni, dei ritardi della ricostruzione, ma che dico ritardi, ancora è tutto di là da venire. Non ho la forza di entrare in una polemica che riguarda le persone più colpite dal sisma, rispetto a loro mi sento in debito come cittadino e basta. No, vorrei ricordarmi di quando ad Amatrice ci andavamo a prendere il fresco, in vacanza o nel weekend.

Arrivavamo su, scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro qualche faccia del paese che salutavamo. Ci accoglievano con il solito “ti fermi?” che ti faceva capire che avevano aspettato questo momento tutto l’anno e che finalmente la bella stagione riportava gli amici, le feste, le mangiate, i balli, i racconti della sera sotto le stelle, facendo piazzetta fino a tardi, col fresco che ti sale piano piano e te lo godi tutto pensando all’inferno metropolitano.

Quando torneremo in vacanza ad Amatrice? Ma anche ad Accumoli, Arquata, Visso, eccetera. Quando passeggeremo per Corso Umberto e torneremo a sederci per bere un caffè? Quando risaliremo sui sentieri dove siamo cresciuti per andare in montagna ciascuno alla propria fonte, alla madonnina, alla croce, al bosco a fare funghi, al lago? Quando rigiocheremo il torneo delle frazioni? Quando rifaremo la ‘ncotta con le patate e la panonta col prosciutto infilzato nello spidone? E le pizze fritte? E le magnate di pecora in montagna? Quando risentiremo suonare le ciaramelle e la saltarella in una piazza pulita, con i festoni e le bandierine e la gente seduta che fa cornice tutto intorno?

L’inverno è stato lungo e amaro. Prima del maledetto 2016 era sempre così, era un inverno di solitudine e freddo, passato a prepararsi per l’estate, chi stava su e aspettava, chi stava altrove e lavorava aspettando le ferie, pregustando le gioie del ritorno al paese. C’è gente che non ci poteva rinunciare e gli toccherà farlo, e chissà fino a quando. Le ore passate su, adesso, sono ore rubate. Le perdi a contare i passi in mezzo alle macerie, a chiudere gli occhi immaginando sia ancora in piedi quello che non c’è più, a rivedere le case, le stalle e i pagliai crollati com’erano, con la gente che ci entrava e ci viveva, e ci lavorava. Mieteva e trebbiava, rimetteva la legna e il fieno, ricavava le patate, aggiustava la staccionata, ferrava potava, falciava, coglieva, fruttava, puliva, asciugava, preparava la brutta stagione che presto, sempre presto sarebbe tornata. Lo si sentiva da come cambiava il vento, dal rumore delle foglie, dall’odore della terra sempre più bagnata. Lo si sapeva quando si vedevano scendere le pecore per tornare a quote più basse e all’aria temperata.

Prima, però, c’era stata la festa del paese, la messa tutti vestiti bene, le pizze fritte, gli auguri di buon ferragosto, le chiacchiere con compari, cugini e qualche faccia nuova arrivata al seguito di gente del posto. C’era sempre una corsa in montagna da fare, un bastoncino da intagliare, una macchina da lavare, la carne buona da cucinare. L’osteria e lo spaccio. La visita ai parenti e agli amici della frazione vicina. La partita a briscola. I baci alle ragazze. La morra. I girini al fosso. La caccia alle vipere. Non c’è più niente.

La foto qua sotto l’ho trovata sul web facendo lo slalom tra le foto delle macerie. Ci sono solo foto di macerie, vigili del fuoco, zone rosse, palazzi crollati, autorità in parata, gente che piange e cerca di riorganizzarsi, chi fa volontariato e chi beneficenza, chi non sa cosa fare e scrive per farsi coraggio o per sfogarsi. E arrivano le notizie tristi della gente che si arrende e di quella che tenta di approfittare della situazione per fare cose turpi. Questi nove mesi hanno cambiato i connotati anche alla memoria. Non so quanti potranno andare in vacanza nella zona, qualcuno ci vive ma manca tutto. Anche il coraggio di affrontare la notte con la paura di tornare a sentire quel rumore devastante che si mischia alle grida dei tanti, troppi che sono morti.

Sento di un brutto terremoto a Lesbo, in Grecia, con danni ingenti e poche vittime. Mi chiedo perché sia successo tutto quello che è successo. Non so rispondermi, ma so che fa caldo, sì, che comincia un’estate.
Senza Amatrice. Chissà per quanto.

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