Cosa succede in città. O sul divano

Ho letto ieri su facebook un appello di cittadini del quartiere dove sono nato e cresciuto, a Roma, che si davano un appuntamento per cercare di capire cosa fare per avere strade pulite. E’ un’iniziativa lodevole, perché dimostra che c’è ancora chi cerca di andare oltre le parole vuote per mettere a fuoco le necessità basilari.

C’è stato un tempo in cui, raccontano le cronache, si reagiva spontaneamente a certe sollecitazioni mobilitandosi sul posto e portando avanti le più varie forme di lotta e di resistenza. Dal rischio più grande, quello della vita, che innescò la Resistenza contro l’invasore nazista e i suoi collaboratori locali, fino a questioni all’apparenza meno cruciali, come l’aumento delle tariffe dei trasporti.

 Si andava in piazza e si manifestava, si presidiavano aziende e cantieri, si lottava per la casa e per una vita migliore. Poi le cose sono cambiate: chi ha continuato a lottare si è spostato su territori a metà strada tra l’enclave politicizzata e la riserva indiana, gli altri hanno badato a tirare a campare, accettando i doni che il sistema gli ha fatto pervenire pur di placarne gli appetiti.

Un passettino avanti, una macchina nuova o usata, qualche bel vestito, una vacanzina a Sharm El Sheikh, in cambio dei trilli soffusi e dei volti luminosi della televisione. Per chi gradiva, qualche paradiso artificiale a buon mercato, e, su tutto, l’affermazione definitiva del valore principale: il successo, che porta soldi, sesso, popolarità, fortuna, occasioni, e lascia indietro briciole di cui si cibano i pesci pilota.

Il senso di appartenenza si è così trasferito a una sorta di comunità catodica e ce ne siamo andati via dalla strada. Oggi leggo di persone che vivono in una città diversa da quella in cui sono nate e ne scoprono i meandri più reconditi con meraviglia, attraversandone con interesse ogni propaggine, assorbendone la cultura. Lo faccio anch’io qui a Siena, con maggior interesse alle cose umane all’inizio, mentre oggi mi focalizzo più sulla bellezza incomparabile del territorio.

Mi viene in mente che, per quanto io non sia disattento a certe cose, non ho fatto altrettanto nella mia città natale. Se m’interrogo su Roma mi rispondo che sì, mi sento parte della metropoli, la riconosco come il posto dove ho imparato a vivere e a lavorare, ma che le mie radici si trovano nel quartiere di Centocelle e che c’è una distanza netta tra lo stare lì, in qualche altra periferia o in centro, intanto, e che questo porta a rimanere lontani dal modo migliore per godere della ricchezza della città. E’ un po’ difficile da dire.

Ho incominciato, per esempio, a recarmi sistematicamente in centro, a Roma, soltanto da quando non ci vivo più. La conosco bene, mi ci sono sempre spostato con facilità, conosco le strade meglio di un tassinaro, ma ho una conoscenza superficiale dei luoghi notevoli, dei palazzi, dei monumenti, dei musei. Conosco meglio le zone che ho frequentato per divertimento o per lavoro ma farei fatica a identificarmici e ho reazioni istintive al degrado solo quando mi trovo a Centocelle a fare lo slalom tra le buche e i sacchi dell’immondizia, mentre non mi crea nessun disagio vedere alterarsi i connotati di chi ci abita, perché Centocelle come crogiolo d’immigrati e nata e cresciuta e non è sostituendo cinesi a calabresi o rumeni a abruzzesi che se ne cambia l’essenza.

Cambia, invece, la sensibilità, cambia il senso d’appartenenza, cambia la coesione sociale, manca la consapevolezza che di fronte a certe esigenze si deve fare gruppo per imporsi e far sentire la propria voce. Non c’è più un dialogo tra le istanze che vengono dal basso e chi può rappresentarle, la politica è lontana e quella più militante sembra avere finalità diverse o, comunque, approcci differenti alla normalità.

Casa, lavoro, ambiente che si condivide, opportunità di crescita, sicurezza. Non se ne parla sotto casa, ma attraverso la mediazione di alcuni canali verticali, dalla televisione in giù. Di quello che ci dicono poi discutiamo tra noi, in un continuo ripetersi di “hai visto ieri quello?”. Allo stesso modo condividiamo tormentoni social. Poi ogni tanto succede che la strada rompe lo schema, e, in casi come quello del Baobab, si capisce che il senso d’appartenenza passa per forza attraverso gesti umani, come quello elementare di privarsi di qualcosa di inutile che può essere utile agli altri.

Mi viene spesso da pensarci. Spero di non affondare in qualche luogo comune, ma ho la sensazione che il nostro torpore da divano sia la prima causa delle cose che, rientrate in casa nostra attraverso il filtro della tv o di facebook, ci fanno indignare. E’ come un boomerang: più ci addormentiamo più ci sembra lontano il centro delle cose, più ci pare che i guai non dipendano da noi. Ma sta a noi fare qualcosa per cambiare.

Il fastidio con cui ho seguito ieri la vicenda del voto alla riforma elettorale me l’ha ricordato ancora una volta: loro sono inqualificabili, ma sono i nostri rappresentanti.
E noi stiamo sul divano e sul social, anziché uscire per strada e riprenderci la nostra esistenza. Il delitto perfetto.

 

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