Carrello selvaggio 2/Occupazione

Sabato scorso era una bella giornata. Il venerdì era festa, dunque eravamo nel mezzo di un ponte, c’era il sole, l’aria era lieve, si stava alla grande. Infatti in giro c’era poca gente, ci si muoveva fluidamente, si parcheggiava facilmente, si sorrideva e si pregustava la madre di tutte le partite che doveva disputarsi la sera. Real-Juve. La Champions. Quella che se tu preferisce uscire con moglie invece di birra gelata e finale Champions forse vero amore ma no vero uomo, come diceva Boskov.

La finale di Champions valeva bene una magnata di pesce e a questo puntavamo: una volta dentro scoprivamo che se le strade erano vuote un motivo c’era e non c’entrava, col ponte e la bella giornata. Erano tutti incastrati tra i banchi dell’ortofrutta della Coop. Si contendevano cetrioli e melanzane selvaggiamente, contavano ciliegie una a una, sfogliavano la margherita dell’acquisto con la lista in mano, oppure comunicando col mondo esterno alla battaglia attraverso il cellulare.

Il tutto, naturalmente, perdendo ogni controllo del corpo nello spazio, figurarsi del carrello, per tacere dell’orrendo sparpaglìo di macchine nel parcheggio. Dopo una lunga lotta abbiamo guadagnato, laceri e ansanti, la cassa, e davanti a noi si ergeva un fulgido esempio di boicottatore del consumatore in fila. Trattavasi di ometto tendente all’anziano, con forma a pera, maglietta polo di filo avana un po’ lunga sopra a jeans e scarpa con i lacci di quelle impagliate da vecchino.

Il carrello dell’omarino era l’Arca di Noè del supermercato. Vi era infilato dentro in almeno duplice esemplare ogni prodotto venduto negli scaffali che fosse rivendibile in un pubblico esercizio. Almeno, questo credo fosse l’utilizzo ultimo dell’enorme mole di derrate acquistate, lasciando sempre uno spiraglio alla possibile lettura della famiglia esageratamente numerosa, composta da almeno 26 tra figli, nipoti e acquisiti.

Le forme di cacio erano 6 fresche e 6 stagionate, il radicchio tondo almeno in 15 pallocche, i boccioni di vinsanto potevano allietare il dessert di un plotone di mogli di ussari in trepida attesa del ritorno dei loro cavalieri. E poi salami, pastasciutte, creme spalmabili, sughi, maionesi, carote, salsicce, fettine, peperoni, finocchi, arance, pere, carciofi, banane, ceci, succhi di frutta, birre, trapani elettrici, personal computer, pagaie, shampoo, filo interdentale, ciabatte di spugna, carta da foderare, pentole, padelle, acque minerali, prodotti vegani, cioccolato di modica, gallette di riso, salse di soia suzie wan, patatine classiche, biscotti Gentilini, caffè e decaffeinato, miele di sulla, cerotti per i calli, anacardi, mutande, soda caustica, croccantini, sgorgatori per pozzi neri, giornali quotidiani, gerani, lambrusco, coltelli, pop corn.

Il miracolo del tutto in un carrello, manco fosse l’Aleph. L’omino ha posto sul nastro tutto quel ben di dio e la cassiera l’ha straccamente acquisito, azzeccandolo in uno scontrino che doveva essere lungo diversi metri. Alla fine, l’astronomico totale. L’acquirente socio Coop si frugava così le tasche in cerca del denaro necessario, e tirava fuori un mazzetto di contanti che la cassiera faceva girare dentro la macchinina verificatrice. L’ordigno rifiutava sdegnato ogni banconota, di qualunque taglio fosse. La cassiera allora l’apriva e cominciava ad armeggiarci dentro, con fare disperato. Dietro, la folla mormorava e la fila cresceva. L’intervento della collega accanto non sortiva effetto. “Soffiaci!”, gridava lei alla collega inebetita, che con sguardo vitreo rispondeva: “Ma che ci voi soffià, se s’è rotto l’elastico?”.

A quel punto si rendeva necessario l’intervento dell’altra cassiera, che verificava le banconote, rivelatesi non false ma nemmeno bastanti a chiudere il conto. L’omino estraeva così il bancomat, cosa che avrebbe potuto fare prima se non fosse che era lì di sabato mattina a infilare nel carrello provviste per un inverno nucleare per il solo gusto di paralizzare l’attività di un intero supermercato. Recuperato il mazzetto di banconote, saldava con la carta digitando con poca certezza le cifre del pin, che per nostra fortuna si rivelava esatto, incassava il saluto della cassiera senza rispondere, e si allontanava, bello tranquillo, spingendo il suo Aleph-carrello, verso le nebbie del suo sabato.

Speriamo almeno fosse juventino.

Carrello selvaggio

 

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