L’informazione e la questione degli schiavi che si sentono liberi

Sul lavoro e sull’informazione, scritto da Antonio Cipriani per Emergenze.
Da leggere con pazienza.

Informazione e lavoro al tempo degli schiavi contenti: per difendere la democrazia dei saperi è necessario tornare a coltivare cultura.

di Antonio Cipriani

Parlare d’informazione, con un riferimento diretto al lavoro, ai diritti negati in questa epoca di oscurità, alla complessità del rapporto tra lavoro, giustizia sociale, narrazione e dignità umana, è davvero una sfida. Per di più impari. Perché il tema del lavoro non esiste più: è scomparso dall’agenda informativa a vantaggio dell’impresa, dei bizantinismi della politica, di quel misto tra mistificazione e ignoranza che caratterizza buona parte dei media.

Le sfide impari, però, mi sono sempre piaciute. Per formazione culturale e politica. Così, con gioia e stima per gli organizzatori, sono andato a Forlì a discutere di tutto questo, delle forme narrative e del ruolo del giornalismo, delle retoriche che propugna, della libertà di stampa come vessillo chiuso in una teca privatizzata, del Mercato e delle sue declinazioni, e della battaglia contro le false notizie, quando sarebbe tanto utile quella per le notizie con fonti chiare.

Sono andato a parlare e ad ascoltare, a cercare di capire di più, a trovare soluzioni e idee nuove per sovvertire l’impressione che vincano sempre le voci flautate da Dulcamara dei media e della politica, che prevalgano la rabbia inutile e il razzismo, il decoro come fiore all’occhiello di una legalità eticamente discutibile, l’assuefazione all’ingiustizia e quindi l’indifferenza.

Con me, in viaggio, ho portato un sacchetto di semi. I progetti di questi anni, coltivando cultura, vangando il terreno arido della cura e dell’attenzione; ho portato la voglia di riprendere il filo rosso dell’agire in un collettivo – in quest’ultimo caso Emergenze – che faccia del rovesciamento delle regole di buon senso comune, e passivamente accettate, il principio attivo: emergenze, non quello ci fa paura, ma ciò che emerge dal torpore senza permesso. Con cuore puro, con lo spirito critico e l’utopia, continuando a pensare che esistano diritti inviolabili di civiltà e giustizia che vanno oltre le leggi. E che si debbano progettare piramidi di meraviglia per il domani, per dare ai nostri figli un futuro reale, di libertà e diritti. Idee semplici che talvolta hanno ottenuto risultati sorprendenti.

Curiosità e azione, prassi politica e culturale con coerenza e conoscenza, lontani dalle banalità formali da pipparelli metropolitani con il loro portato di trasgressioni conformiste. Sono contro il format, si è capito?

Con me ho portato la bellezza dell’arte come grimaldello per spalancare una visione del mondo diversa. La grandezza poetica dei rapporti intergenerazionali. L’agire ad altezza uomo sui territori: per definire l’umanità necessaria e anche un modo di essere, con la schiena dritta, camminando domandando, ricordando che la testa pensa dove poggiano i piedi e non solo dove si muove il mouse.

Fertile è il terreno del confronto, lo spazio temporaneamente libero dell’azione creativa sovversiva.

Ho usato volutamente la parola “sovversiva”, perché vuol dire sovvertire, da sub-vertere, capovolgere un modo di vedere, di pensare, di obbedire che crea dolore, ingiustizia e ferocia sociale. Essere sovversivi – a qualunque età – per non essere ottusamente conformisti. Le parole non devono essere recinti, devono poter esplodere con la loro potenza. Occorre imparare di nuovo, imparare a non arrendersi di fronte all’evidenza. A questa banale, rassicurante, respingente evidenza che giorno dopo giorno, narrazione tossica dopo narrazione tossica, ci fa affondare in una palude senza sogni, in un vuoto di memoria e di bellezza, in luoghi troppo scintillanti ed espliciti, disumanizzati, futili eppure brutali culturalmente e socialmente.

Fatta questa premessa, scriverò della fatica del non aver lavoro. Della mortificazione della propria dignità, dei dubbi e delle paure. Perché per affrontare a mani nude e con cuore coraggioso il tema del lavoro in senso generale, la questione culturale legata alle politiche di giustizia sociale rispetto al lavoro, e la narrazione che innerva i saperi del tempo, occorre mettere in questione il nodo tra informazione e disoccupazione, tra media e precariato, tra libertà di stampa e padroni della libertà di stampa. Senza fingere che siano questioni già risolte una volta per sempre e che la democrazia va benissimo così, perché non è vero. Questa democrazia nata sul sangue dei nostri padri va difesa oggi più di ieri e la partita si gioca su un fronte ben chiaro, anche se non a tutti evidente: la capacità di demistificare quello che con pudore o conformismo viene chiamato storytelling, e che un tempo si chiamava propaganda, balle, o la capacità del potere di costruire un consenso alterando i dati di fatto.

Di questo parliamo, di come ricomporre i frammenti di una narrazione democratica, di come organizzare le forze e le idee, a fronte della potente e indiscutibile narrazione mainstream. Parliamo di come sia fondamentale affrontare la questione-lavoro nel mondo dei media, con tutto il carico di precariato, sfruttamento e ricatti.

Il guaio del giornalismo attuale, a mio modo di vedere, è nelle diminuizione progressiva, e logica aggiungo, di quello spirito critico culturale e sociale che produce gli anticorpi democratici e rende l’informazione il cane da guardia del potere. E nella corrispondente esponenziale crescita di un conformismo straordinariamente interessante, perché racchiude al proprio interno ogni aspetto dialettico, capace di agitare dibattiti infiniti e accesi sui più disparati temi, attraverso eccessi di atrocità o di sentimentalismo, o retoriche ideologiche, senza che mai venga sfiorata la coscienza. Il cittadino si schiera e ragiona, indottrinato, sulle dichiarazioni di Serracchiani e Franceschini piuttosto che su quelle di Boschi o di Salvini. Posizioni stringate, virgolettati che poche volte, quasi mai, contengono un frammento più evoluto rispetto a uno slogan o a una bugia.

Tutto intorno il niente che possa mettere in questione il potere. Altro che cani da guardia, direi da compagnia, se non da passeggio dentro una borsetta Gucci.

Come è possibile? Descriviamo il mondo dei media: pochi garantiti, tanti precari e quindi non garantiti. Tra i garantiti, alcuni lo sono molto e altri sono in bilico, sottoposti a ricatto occupazionale. Tra i precari con vista sul contratto tende a prevalere chi si adegua meglio e prima. Non è una critica, se vogliamo è una capacità. Anni fa, mi colpì ma non ricordo il nome dell’autore, lessi un interessante articolo che parlava esplicitamente della Congiura dei Mediocri. In sintesi: se un capo viene messo in un posto di responsabilità per questioni di salotti giusti frequentati o di raccomandazioni, cercherà di non essere discusso, quindi si contornerà di personaggi di livello più basso, adulatori, carrieristi. Che a loro volta replicheranno il modello verso i subordinati, con uno sviluppo di una catena di comando (nei media non è difficile da vedere) per lo meno conformista, che per funzionare non ha bisogno di scossoni o teste anarchiche, figuriamoci se ha bisogno di cani da guardia del potere.

Credo che la Congiura dei Mediocri sia evidente in tanti aspetti della nostra società. Ma nell’informazione la situazione è drammatica, perché si regge su un non-detto, su un cinismo di base che ha distrutto ogni forma di solidarietà, su un ruolo, quello del giornalista, che vuole essere indiscutibile. E non lo è. Di potere, e non deve esserlo.

Andiamo per punti. Come si forma oggi un giornalista e come funziona un eventuale ingresso nel sistema informativo? Una volta funzionava la gavetta. Il mestiere si imparava prima in strada, poi con curiosità e capacità di vedere quello che agli altri sfuggiva. Quindi imparando dai colleghi bravi in redazione. Questa è stata anche la mia storia: ho lavorato fianco a fianco con persone notevoli che mi hanno trasmesso saperi e sapienza, cura per il dettaglio, attenzione e valori. Umanità, etica, spirito di sacrificio, desiderio di imparare cose nuove e di impararle meglio. Ovviamente in redazioni di giornali di sinistra, dove forte era la solidarietà e fortissimo il senso di lavoro di squadra.

Non erano tutte rose e fiori, un certo degrado si percepiva nell’aria, ma se faccio il conto delle persone per bene che ho incontrato per strada nella prima fase della mia storia, mi rendo conto che sono tante e fondamentali per una crescita professionale.

Poi la gavetta è sparita, sostituita da forme di accesso alla professione che in teoria dovrebbero garantire meritocrazia e conoscenze superiori. Per esempio l’università. E le scuole che costano un botto di soldi e che concedono addirittura il praticantato senza fare alcuna pratica. Laboratori freddi che producono giovani pieni di informazioni, molto in linea con i tempi, affascinati dal giornalismo anglosassone, tecnologici e sognanti. Ma destinati a mettersi in fila, a rispettare le logiche più aberranti, a vedere la meritocrazia diventare uno straccio che sventola in alto sul pennone della libertà di stampa, a giustificare omissioni, a garantire precariato per anni per due lire. In un sistema-palude dove non sono i migliori che vanno avanti, ma i più resistenti per vari motivi. I più veloci a interpretare il pensiero di chi decide.

Con due aspetti classisti. Come è ormai evidente nella società dei lavori creativi e virtuali, nel sottobosco prevale chi fa il lavoro fighetto senza avere la necessità di guadagnarsi da vivere. E poi la meritocrazia favorisce il salotto buono. Non voglio avventurarmi su questo terreno ulteriormente, ma mi sembra di essere stato anche troppo esplicito.

Così la situazione è che i garantiti sono conservatori, hanno bisogno di mantenere privilegi economici e di potere, piccolo o grande che sia. I precari non possono osare. I disoccupati oltre una certa età sono fuori da tutto, anche se bravi.

Poi uno si lamenta dei media, ascolta il Tg1 sulla decisione del Tar per i direttori stranieri dei musei e poi sviene dalla vergogna… Il sistema è questo e si regge sullo sfruttamento dei più deboli, è in linea col pensiero dominante. Si basa sull’indifferenza di chi possiede nei confronti di chi non possiede. E sul fatto che nessuno metta in dubbio il sistema stesso e l’assioma della libertà di stampa. Se c’è una cosa peggiore del servo che non si ribella per paura, è il servo contento: quello che non si ribella perché è convinto che la sua condizione sia perfetta.

C’è però un’altra questione che pongo, oltre a quella dei garantiti e dei precari, dei ricattabili che forniscono informazione quotidiana: è quella dei padroni della libertà di stampa.

L’informazione, pane quotidiano delle conoscenze che servono per formarsi un’opinione, per organizzarsi socialmente e definire modalità democratiche di gestione delle nostre vite, è nelle mani di pochi che utilizzano spietatamente precari e garantiti per raccontare giustizie e ingiustizie, per raccontarci la vita che viviamo, con esagerazioni e omissioni.

La scelta delle informazioni, il tono del dibattito sempre così involuto e apparentemente da super esperti, la dimenticanza di tutti i temi che possono essere scomodi, sono figli di questa particolare condizione del mondo informativo: conformista, pieno zeppo di precari ricattabili e di manichini, nelle mani di chi è parte in causa nella normale dialettica democratica. Per capirci: nelle mani di chi ha interessi diretti nel funzionamento della società.

Per questo prevale la retorica del buonismo o dell’atrocità, il giornalismo dei sentimenti e del cicaleccio, della spiata dietro il buco della serratura, dell’intercettazione insignificante usata come un randello, del gioco sporco contro questo o contro quello.

Perché il sistema non potrebbe supportare altro. Non esiste un’informazione che non sia di parte. Ma se le parti sono asimmetriche è presto fatto, le conoscenze dei fatti sono asimmetriche.

Questa è la realtà, queste sono le evidenze non evidenti, il tessuto di ciò che parliamo. Non è un sistema che sarà così per sempre. Siamo ai limiti, o si passerà al fascismo globale e tecnocratico, o per difendere la democrazia dei saperi sarà necessario tornare a coltivare cultura, a percorrere strade secondarie, a prendersi responsabilità, a vedere di meno, ma vedere meglio. A ristabilire concetti semplici che sappiano guidarci fuori dalla palude. Ho accennato ad alcuni temi, sui quali tornerò. Per esempio le fonti dell’informazione, quindi le verifiche che sarebbero rivoluzionarie. Temi che tratteremo, volendoci mettere le mani dentro pesantemente.

Avevo parlato di senso critico, ma anche di utopia. Ecco l’utopia concreta. Questa citazione ha aperto il mio intervento a Forlì.

“E’ difficile fare le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi”.

Un grande Gianni Rodari, noi di Emergenze ne abbiamo fatto un manifesto. Per ricordarci che nel tempo del format semplificato, sia necessario rimboccarsi le maniche e fare le cose difficili anche quando sembrano impossibili. Coltivare cultura, con lo sguardo e lo spirito di un bambino. Solo così si può sperare di liberare gli schiavi che – per assuefazione e indifferenza – si sentono liberi.

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