Il lavoro visto da un’altra angolazione

Parliamo spesso di lavoro perché è un tasto dolente di questi tempi avvelenati. Cerchiamo di ragionare su quello che succede contando solo sull’esperienza e trascuriamo di interrogarci sulle persone che vengono a trovarsi in difficoltà per problemi legati al lavoro. In genere si tira una riga tra quelli che il lavoro ce l’hanno e quelli che il lavoro non ce l’hanno, concentrando l’attenzione, com’è ovvio, sui secondi.

Un esercito di disoccupati, molti dei quali in attesa di prima occupazione. Gente che cerca e non sa cosa troverà e se lo troverà. Chi ha lavorato sa come si cambia, nel corso di un’esperienza professionale. Ricorda l’insicurezza iniziale, il desiderio di fare, la soddisfazione che si prova a ottenere i primi risultati e a guadagnare.

C’è una crescita personale innegabile legata al lavoro che si fa e a quante prospettive ci sono per evolversi professionalmente, qualunque sia il percorso di carriera che s’intraprende. E fin quando si spera di crescere non si mette in discussione la propria posizione in un’organizzazione, a meno che non siano gli eventi a farlo.

Tutta la vita, a pensarci bene, è un susseguirsi di opportunità, un aprirsi e chiudersi di sliding doors che influenzano il dopo. Nel momento in cui si prende una decisione si segue una strada e qualche volta, ripensando a quello che è stato, si capisce di aver sbagliato dove si credeva di aver fatto bene. Succede. Il cervello rielabora continuamente i ricordi e rappresenta ogni punto di vista alla luce dei cambiamenti successivi. Il mio pensiero va a chi ha lavorato anni e anni da qualche parte costruendosi una posizione solida, una reputazione, una qualità lavorativa legata a una singola realtà che è difficile ritrovare altrove nel momento in cui viene meno.

Gente che in un gruppo di lavoro, in un’organizzazione precisa che opera in una situazione data vale tanto e che scaraventata fuori, su un mercato spersonalizzante come non mai, trova difficoltà a farsi prendere in considerazione. Opportunità perse da datori di lavoro che non sanno quanta gente capace e affidabile c’è in giro e si lamentano perché non trovano il modo di creare un’organizzazione che gli vada bene.

La perdita di certi punti di riferimento può essere traumatica, soprattutto se cambiare lavoro è un’ipotesi che non era contemplata. Chi sta in una struttura nella quale è fortemente coinvolto difficilmente volge lo sguardo altrove, a meno che non ci siano precisi motivi legati a ragioni economiche, di precarietà, logistiche o cosa.

Lo smarrimento da perdita di lavoro (o da rischio di perdita) somiglia vagamente a quello che segue a una separazione traumatica tra coniugi. Si vagliano tante possibilità, ci s’immagina in scenari futuri che oscillano tra il trionfale e il catastrofico, si antepone la riconquista della tranquillità alla sopravvivenza dell’universo. Questo perché abbiamo bisogno di punti di riferimento e quelli che ci danno stabilità sono un lavoro soddisfacente, dal quale discendono la sicurezza economica, l’inserimento sociale, la consapevolezza di essere punti di riferimento del proprio nucleo familiare, oltre alla stabilità del quadro affettivo familiare che desideriamo, da una famiglia pletorica à la Malaussène a nessuna famiglia, con tutto quello che c’è in mezzo.

Così possiamo dare di noi un’immagine squilibrata, da disoccupati, o da incerti, e sembriamo aver perso la sicurezza, la stabilità, la capacità di programmare il futuro. In realtà abbiamo paura ed è normale che sia così, perché, soprattutto in età non più verdissima, sappiamo che non basta avere capacità ed esperienza per mettere insieme un soddisfacente inserimento lavorativo. E cambiare mestiere, per quanto in  superficie possa essere stimolante, diventa stressante oltre ogni misura quando si è consapevoli di ciò che si è fatto e di quello che si è imparato in tanti anni. Qualcosa che vale tanto ma che non è, oggi, merce di scambio che sia valutata adeguatamente.

La realtà è che chi è fermo ha un bel problema e che il fatto di essere bravi non basta a risolverlo. Fare delle scelte, forzate o meno, espone al rischio di un errore che si può pagare con l’uscita dal mondo del lavoro, in modo volontario o involontario. Una situazione traumatica oltre ogni misura se si è inseriti in un meccanismo che non consente fermate, come può essere quello, elementare, di mantenere una famiglia. Che, a pensarci bene, è il principio vero dell’inclusione sociale: mantenere se stessi, come minimo, e contribuire al benessere del proprio gruppo familiare.

La crescita di un Paese non si misura dal PIL, ma dalla capacità di far crescere gli individui, dando loro l’opportunità di realizzarsi come tali nel lavoro, nello studio e nell’inclusione sociale, combattendo diseguaglianze e debolezze.

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