La chiavetta

Avevamo tutte queste chiavette per giocarci, come quelle che si vedono nella foto in basso. Sulla chiave c’era una tacca, ci infilavi dentro una linguetta sporgente e aprivi la scatola di carne Simmenthal girandole intorno. Il contenuto era un cilindretto di manzo o chi per lui, intrappolato dentro a un po’ di gelatina, poca per essere tremula ma affascinante, almeno per i bambini. Consistenza gelatinosa, trasparenza accattivante.
A fianco del cilindro qualche volta c’era una placca di grasso. Bianco.

Tutti la compravano, la pubblicità ci martellava, si faceva insieme con i pomodori e con l’insalata, era fresca di frigo e pareva buona. Chissà cosa ci mettevano, a vedere il sito del produttore oggi c’è ogni sorta di prelibatezza ma mi permetterei un po’ di scetticismo.

La chiavetta era fantastica, si diceva la usassero per spadinare le macchine e fregargli lo stereo 8 (o anche portarsi via tutto). Le scatole erano di latta e avevano quel formato cilindrico, piccole o grosse, che i grandi riciclavano per farci dei contenitori da usare per tenerci dentro i chiodi, le viti, i fermagli, cose così.

La carne Montana invece era una specie di patè, rosa, senza gelatina ma anche lei con la chiavetta. La potevi fare a fette, diceva Carosello, ed era anche più buona, con il suo misterioso contenuto, una specie di terrina di chissàche, di ‘nsaimaichetemagni.

Il barattolo della carne Montana era meno pratico, essendo più grosso. Per l’uso hackerato era preferibile il magnifico parallelepipedo con i bordi smussati dell’olio Sasso, vero must per i bricoleur di tutto il mondo. Mio nonno ci teneva i bollettoni lunghi che piantava nei tavolini che costruiva, nell’altalena da mettere nell’orto.

Anche le sardine avevano la chiavetta ma se ne mangiavano meno. Ne ho mangiate certe biologiche l’altro giorno ma non so se avessero la chiavetta, immagino di no. L’attrezzo è stato sostituito dalla moderna apertura a strappo, che non lascia residui riciclabili con la fantasia. Sorte che toccava, oltre alle chiavette, anche alle lattine, oggi tristemente ribattezzate tappi corona, inguattate nei pertugi dei supermercati che le mettono a disposizione di chi ancora si fa la passata in casa, o magari gli piglia il ghiribizzo di autoprodursi la birra.

L’apriscatole piccolo da scatoletta di tonno, invece, quello piatto con rilevata una specie di piccola pinna di squalo, era off-limits perché ti ci potevi tagliare. Ti tagliavi più facile col coperchio della scatola, se non lo piegavi prima che finisse il giro: affondava nell’olio che diventava micidiale, le dita scivolavano sulla lamiera tagliente, il sangue metteva fine all’avventura. Ma con l’apriscatole universale non c’era partita, le chiavette erano un’altra storia.

Anni fa a Lisbona sono capitato in uno STREPITOSO negozio di conserve, aveva scatolette BELLISSIME, di tutti i colori. Comprai un meraviglioso tonno con la scatola gialla come souvenir. C’è un locale a Siena che fa la Simmenthal del Chianti. Si chiama Pretto, il locale, la carne è buonissima e sembra davvero un pezzo (molto più buono) di quella che compravamo in scatola. Se ci capitate assaggiatela. Chissà quanta gente tiene ancora un barattoletto di Simmenthal in dispensa. Io non ne mangio da decenni. Domani la compro, chissà se ha ancora la chiavetta.

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