La classe operaia non c’è più. Ma dov’è finita?

Dice l’Istat che la classe operaia non esiste più. Ma dov’è andata? Non si è spalmata mica in quelle nuove classi sociali su cui ragiona l’Istituto. Può anche darsi, cioè, ma non ha senso liquidare una storia lunga secoli in una fredda riclassificazione basata sul reddito e sulla composizione del nucleo familiare.

E’ sparita, la classe operaia, ma senza andare in paradiso, come auspicava Elio Petri. Semmai è scivolata nell’inferno della disoccupazione, delle fabbriche chiuse e delocalizzate, dell’economia che di reale ha sempre meno, della rincorsa affannosa a un reddito che non sia da welfare. Ché la Cassa Integrazione ottunde i sensi e uccide, la disoccupazione indennizzata è il conto alla rovescia verso l’irrilevanza e il poco lavoro che si trova, sgomitando con gli immigrati, è dentro i toboga infernali dei corrieri, nelle attività stagionali, in tutte quelle proposte lungorario, paga da negrieri e nessuna qualificazione che rappresentano l’occupazione residua per chi è stato espulso dal mercato del lavoro.

La scomparsa del lavoro ha mortificato i lavoratori, costretti a fare passi indietro da gigante sul fronte dei diritti, in deroga a orario, sicurezza e dignità. Perdendo ogni rilevanza, non avendo voce, non trovando rappresentanza politica. Perdendo, soprattutto, reddito, garanzie, assistenza, possibilità di far studiare i figli, di curarsi e di condurre un’esistenza dignitosa.

Il tutto è servito a far più ricchi alcuni ricchi, che nemmeno loro, in gran parte, abitano qui. I ricchi veri tirano le fila dalle loro torri d’avorio, anzi d’oro, e sorvegliano lo scorrere di immani flussi di denaro verso tasche sempre meno numerose.

Hanno redistribuito qualcosa alimentando il canale delle merci rese disponibili a buon mercato di cui ci hanno riempito, prendendosi in cambio tutto quello che avevamo guadagnato in decenni di lotte e di progresso sociale che avevano ottenuto una più equa distribuzione del reddito e un diffuso benessere, in cui si poteva sperare di crescere e di far crescere i propri figli. Oggi non rimane niente, se non quello che riesce a fare qualche nicchia virtuosa di imprenditori rimasta attiva qua e là, nascosta in mezzo all’economia predona fatta da disperati e malavitosi che si è presa la scena, inutile e inerte la politica, lontani gli orizzonti della qualità di cui si era alimentato il boom economico.

C’è rimasto solo il debito pubblico, in attesa che a qualcuno venga in mente di ridurlo facendolo pagare a noi. Serve un cambiamento ORA, perché il lavoro non può essersi ridotto allo sbattersi quotidiano per raccattare una mancia da spendersi in mutande a basso costo, cheeseburger e bevute di pessima qualità fatte per dimenticare.

I politici che litigano per il potere, quelli che cercano di far finta che la colpa sia di quattro disperati in fuga dalla guerra, quelli che sperano di passare alla cassa sull’onda lunga dei populismi e degli slogan di Trump si mettano in testa che non c’è più niente da raschiare per molti e che stagnazione, crescita zero, deflazione, disoccupazione, perdita del potere d’acquisto, blocco della mobilità sociale stanno producendo le condizioni per un futuro buio e pericoloso. Una tigre che non possono illudersi di cavalcare.

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