Morte in periferia

I Rom, i nomadi, gli zingari, i Sinti, i Camminanti, i giostrai, chiamiamoli come vogliamo, a Centocelle ci sono sempre stati. Ci sono arrivati come gli altri, prima dell’ultima guerra, e hanno continuato a viverci, andando e tornando, alternandosi nei vari punti del quartiere e altrove.

E’ una convivenza difficile ma necessaria, e va avanti da decenni.
La gente si lamenta di furti e furtarelli, del rovistare nei cassonetti, dei fumi puzzolenti e tossici. Da piccolo mi dicevano di stare attento, che gli zingari portano via i bambini. Anni fa mi trovavo ad Aigues Mortes, in Camargue, e una donna molto bella e ben vestita mi avvicinò per chiedermi l’elemosina, dicendomi “hai paura di noi gitani? Regalami qualcosa, per favore”. E’ così da sempre.

Ci sono molti luoghi comuni, tipo quello degli zingari ricchi, che evidentemente esistono pure, ma non credo sia il caso di questi Halilovic, cognome assai diffuso, che dormivano in 13 in un camper. I ricchi non vivono in 13 in un camper.

Su facebook c’è stata anche una gara a rallegrarsi dell’accaduto, ma non diamole spazio: sono morte una ragazza e due bambine nel modo più atroce. Questo ci deve far sentire umani, se abbiamo ancora un po’ di sangue nelle vene, e lasciare da parte i cattivismi che servono solo a creare un ambiente invivibile.

I rom vivono in massima parte in condizioni assurde e indegne di una società moderna e opulenta come la nostra. E nessuno sceglierebbe di vivere così se avesse delle alternative.

Non è vero, secondo me, che la gente è esasperata perché la situazione peggiora: la gente è esasperata da decenni, e non ha mai visto di buon occhio questi ragazzini cenciosi con le donnone che li portano in giro e queste carrozzine scassate con cui trasportano cenci e scarpacce vecchie. Non sopporta il ciondolare degli uomini che spesso sfruttano donne e bambini.

Ma non tutto è uguale, non tutto è inevitabile, non si può generalizzare sempre. E non è automatico, poi, che non si possa convivere, anzi, di fatto lo si fa, e in una realtà come quella di Centocelle i rom non sono altro che una delle sfaccettature del caleidoscopio, un ingrediente un po’ piccante dentro il melting pot.

Quando succede un fatto brutto ci deve essere una reazione positiva, di partecipazione, empatia, pietà, chiamiamola come vogliamo. E c’è stata. Meglio sarebbe stato se si fosse proclamato un lutto cittadino.

Quanto a liquidare i rom soltanto come presenze negative, stiamo anche attenti al contesto: anni fa a via dei Noci mettevano su, la mattina presto, un apparecchiamento di stracci vecchi che mascherava un piccolo commercio di oggetti sgraffignati chissà dove. Ho assistito personalmente alla scena di signore ben vestite che compravano oggetti d’oro.

Il problema dei rom non è la loro tradizione, ma la loro assoluta marginalità, che li rende in gran parte cittadini senza diritti, che vivono di espedienti e, spesso, muoiono giovani e in circostanze assurde. Che facciano o meno il loro dovere di cittadini, perché questo sono, anche se li si considera di serie B. Un po’ come faceva un tizio con i baffetti, che però amava internarli in dei campi di sterminio, insieme agli avversari politici, agli ebrei, agli omosessuali. Mica vorremo confonderci con un simile assassino.

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