Carrello selvaggio

Guidare un carrello del supermercato nella selva di umani che ne popola le corsie è un’esperienza particolare, se la fai senza immergerti nella lotta per l’accaparramento della zucchina più fresca o per il pallido asparagio veneto rilasciato in modica quantità.
Si va dallo scarso controllo del mezzo/carrello alla totale perdita della coscienza del proprio corpo in movimento. Gente che ti entra nelle reni e poi si scusa, gente che manco si scusa, gente che avanza sbandando, finta a destra e chiude a sinistra per poi di nuovo rimbalzare a destra, e te che gli dai di freno per non tamponare.

E poi, lo scaffale. Una volta ho visto una signora che rompeva le uova a ditate. Spesso ce ne sono che occupano militarmente le bilance, disponendo i carrelli a losanga e mettendosi in circolo a raccontare dei casi propri, dell’ultima puntata della novela o della sicurezza che ormai è un ricordo dei bei tempi che furono anche in quel di Sovicille o di Monteroni. Poi ci sono gli incontri di sguardi fugaci, rapinosi e assassini lampi di seduzione tra le gallette e i prodotti vegani. Padelle e cuccume ci guardano sconsolate, inerti e ignorate, poste alla fine dell’estenuante percorso che riconduce ai surgelati che preludono alle casse, prese d’assalto da vecchini che si assopiscono appoggiati al carrello, allo stremo delle poche energie, consumata tutta la scorta per decifrare l’interfaccia della bilancia.

Il parcheggio non è da meno: se entri bene, ma se esci occhio a dare la precedenza, ché quando si sta davanti al canape non si cede il passo a nessuno. Sulla rampa, poi, bisogna essere tattici: oggi una macchina si è fermata nel mezzo e non riusciva a ripartire, il/la pilota intento a bruciare ogni residuo attivo di frizione. La fila s’era fermata in fondo alla rampa, non sia mai si dovesse ripartire dove la pendenza è massima, che il freno a mano è sempre stato oggetto di sospetti inconfessabili. Fuori, lo sfolgorio dei trenta all’ora ci accoglie. Questa volta, confesso, ne avevo nostalgia.

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