Ma Centocelle se ne frega

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“…al capolinea di piazza dei Gerani ci arrivo da solo e il conducente smonta spegnendo le luci, chissà se ne ripartirà un altro, di 19, mi chiedo, nella piazza non ci sono gerani né un’anima viva e senza occhiali da vista tutto è confuso e tenebroso, pazienza, animo, mai chiedere aiuto, mai disperare, mica è il Bronx, sono in buona forma, grazie al nuoto, il mio fisico è abbastanza compatto, non dico di incutere rispetto ma insomma, non sono mica una nonna con la borsetta e posso pure tornare a piedi, fino a un certo punto, poi nel mondo civilizzato troverò un taxi o qualcosa. Ed è pur sempre una bellissima e calda notte romana di fine agosto.”
(Edoardo Albinati – 19)

A Centocelle le cose stanno cambiando. Il deserto raccontato da Albinati qualche anno fa rimane, ma aprono pizzerie, bar, negozietti alternativi già da qualche anno, e qualcuno che vola con la fantasia parla di nuova frontiera di Roma Est, di evoluzione del Pigneto, del Village, di San Lorenzo e di Torpigna che fanno corona alla mecca della nuova gentrification made in della Caput.

Ho chiesto lumi alla mia madre residente, che ha scrollato le spalle sentenziando un laconico “la gente ci ha i soldi da buttà”. Non è proprio così, sono i tempi che cambiano. Si mangia fuori più spesso rispetto a qualche lustro fa e la pizzeria piena e l’apericena non possono bastare, da sole, a certificare il benessere di un Paese, come un presidente del Consiglio dalle grandi orecchie tentò di contrabbandare qualche anno fa.

Comunque aprono. Pizzerie, Bistrot, Caffè, Ristoranti, Piadinerie, Bisteccherie, luoghi dai nomi improbabili e moderni, pub che raccontano glorie irlandesi, cultori del baccalà, autoproclamati artisti di questa o quell’altra arte culinaria. Una malattia indotta dai talent-show televisivi o che, non si sa.

Se ci mettiamo a misurare palmo a palmo la sua rete fitta fitta di strade ortogonali ci rendiamo conto che riempire Centocelle di locali alla moda è impossibile. Il quartiere è enorme anche se occupa uno spazio limitato. Si sviluppa in verticale ed è denso come una spiaggia di Ostia a Ferragosto: ‘na pipinara.
Così se ti metti a contare i ristorantini e i simpatici baretti scopri che non supereranno mai lo spaventoso numero di farmacie presenti nel quartiere. Almeno una ventina, seconde solo al numero di sportelli bancari, che manco a Ginevra.

Perché a Centocelle ci abita tanta gente, nessuno sa dire quanta. Lo vedi dai cassonetti che traboccano monnezza. E la gente se la prende con la sindaca, e prima ancora con i suoi predecessori, e con l’azienda municipalizzata. Poi scende di casa a notte fonda e deposita vicino al cassonetto la poltrona vecchia di zia Maria, il frigorifero rotto, la televisione sostituita dal megaschermo piatto, lo scaldabagno guasto, il laptop fulminato, il materasso smollato, il water scardato, i tappetini della macchina consumati, la lavatrice che dà la scossa, le buste piene di giornali, e stracci, scarpe vecchie, pannolini usati, cocce de cocomero, bottiglie rotte, autoradio voxson, padelle incrostate, comodini zoppi, sedie spagliate, termosifoni, borchie, caldaie, cavalli a dondolo, passeggini, carretti da mercato, doposci, deambulatori, ferri da stiro, batterie usate, bottiglie di plastica, mutande, libri gialli, ciabatte vecchie.

La mattina poi esce di casa e butta il sacchetto dell’immondizia normale, anche differenziata, nel cassonetto vuoto, lamentandosi di quella montagna di carabattole abbandonate tutte intorno. Rovistate dai misteriosi mestatori notturni di cassonetti e sparpagliate sui marciapiedi e a bordo strada.
Poi si avvia, calciando pacchetti di sigarette appallottolati, schivando merdine di cani piccoli e caccone di cani truci che s’avvicendano addannati sui marciapiedi sbrecciati e rattoppati, un pezzo grigio e uno nero, una scopa vecchia appoggiata al muro istoriato di tags apposti da incerti writers, che si fanno le ossa con i graffiti sui graffiati delle palazzine quattro piani, certe ocra, altre verde acqua, altre ancora rosine, con i balconi bianchi di calce e l’invidia per il palazzo a cortina con l’ascensore e i terrazzini di ferro che ogni tanto spunta, memoria dell’opzione-lusso dell’iniziativa edilizia anni ’50 o 60.

Si lamenta, l’autoctono, dei monnezzari, mentre smonnezza selvaggio.
Crede al nuovo e smette di credere in un istante. Si esalta e si abbatte nel breve spazio di un battito di ciglia.

La sera staziona davanti alla tv dopo avere a lungo battagliato per parcheggiare la macchina nelle lunghe strade ortogonali di cui sopra, che mai un posto libero. La notte parte la caccia creativa al posteggio sicuro. Sperando non passi il vigile la mattina sbagliata, quando ha litigato con la moglie, ha perso la Roma o ha ricevuto ordine di staccare qualche multa e sanziona accanito chi si apposta sulle strisce, chi occupa le rampe dei disabili, chi s’appoggia all’incrocio o al cassonetto, chi la lascia sul marciapiede o in mezzo alla strada.

Sono macchine vecchie, mangiate dalla ruzza, sporcate di guano dei gabbiani che ci si appoggiano sopra mentre concionano ribaldi e sbruffoni. I macchinoni stanno in garage. In cima ai platani invece stanno i pappagalli, mentre er Cecio tira la moto giù per la discesa di Via delle Robinie.

La gente si muove lenta e intorpidita, butta un occhio alle vetrine dei cinesi e si lamenta: se stanno a prenne tutto loro. Poi entra e compra un ombrello, una penna, un par de ciavatte, una cornicetta. Costano quattro soldi, valgono quanto costano, durano poco. E giù contumelie. Ogni traversa ha un negozietto di Bangla o di Cinga. Flutta e veldula. Cibo etnico. Tamarindo muffo, tahini, noodles, puntarelle, carciofi quelli boni, quelli romani, ‘e mamme. Hai da sentì che te magni, signò. Hanno imparato a dirlo romanaccio. Non fanno mai lo scontrino.

Fuori dai portoni la tasca per mettere la pubblicità che i volantinari vorrebbero mettere in cassetta. È una guerra come quella che si combatte con i call center al telefono. Loro citofonano, tu non apri. Apre però la vecchietta rinco del secondo piano, e loro mettono in cassetta. Poi tu la riprendi e la rimetti fuori. Nessuno la butta per terra, ma per terra è pieno. Arrivi a casa e ti chiama una compagnia elettrica per dirti che la concorrente ti ha sbagliato di proposito la tariffa. Li insulti. Se la prendono e ti richiamano per farti la morale.

Accendi la radio e ci sono le radiodecarcio, vendono condizionatori a non so quanti btu e intervistano vecchi campioni o pseudo tali suonati come campane. Per le scale non si sentono più le puzze di cavolo di una volta, ma da qualche parte le spezie sono in vantaggio. E i vicini si lamentano del tanfo. Ma come fanno a magnasse quella zozzeria, nun se sa, dicono mentre spadellano i quattro salti. Intanto i canini abbaiano. Per strada i vigili transennano in vista della strapaesana del weekend, sapori calabresi, caci abruzzesi, pani pugliesi, olive e salami alle erbe, vino d’Olevano e di Frascati, olio sabino.
Ma che gentrification, ma de che state a parlà.
È Centocelle.

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