Vita quotidiana di una (morente) società di calcio

L’altro giorno ho appreso la triste notizia della morte di Olinto Giglioli, l’uomo che curava il manto erboso del Rastrello, lo stadio di Siena, conosciuto anche come “Artemio Franchi”, il che lo confonde con il Comunale di Firenze, oppure, in passato, come Monte Paschi Arena, abbinamento salutato con fastidio dai frequentatori più accaniti.

Non conoscevo personalmente Olinto, ma l’ho visto per anni intervenire sul prato prima, durante e dopo la partita e ne apprezzavo il lavoro di altissima qualità. Con me, una nutrita schiera di papaveri del calcio professionistico. Rivederlo in foto e leggere il ricordo commosso dei tifosi mi ha fatto ricordare dei giorni in cui ho lavorato per l’AC Siena.

Ci capitai per caso: venivo da un periodo di fermo per una cassa integrazione di lunga incubazione che mi aveva snervato. Avevo finito uno stage da cui non avevo cavato grandi prospettive e cercavo qualcosa da fare. Feci una capatina in un’agenzia e la chiamata arrivò dopo qualche ora. Con mia grande sorpresa si trattava dell’AC Siena, dove sembrava che nessuno volesse lavorare. Il motivo lo scoprii presto: lo stipendio era difficilissimo da afferrare, diciamo così. Lo stato di salute della società era allarmante.

Mi ricordo ancora il colloquio, fatto con un signore dal nome quasi più strano del mio. Una stanza un po’ trasandata, adorna di trofei ma un po’ sporca e disordinata, una sede grande ma in parte deserta, un po’ buia, in una via del centro di Siena. L’uomo non fece mistero della situazione. Io accettai per curiosità, facendo un calcolo: era novembre, quasi dicembre, e la stagione sarebbe finita a giugno. Poi qualcosa doveva succedere per forza, quindi si trattava di rischiare di stare qualche mese senza stipendio. Intanto, da somministrato, per qualche tempo mi pagava l’agenzia. E poi la passione per il calcio mi spingeva ad accettare. Lo feci. Non me ne sono mai pentito.

La vita quotidiana in una società di calcio è bella, se si riesce a prendere le distanze dal disastro di un’azienda in stato prefallimentare che non chiude i battenti perché lo spettacolo deve continuare almeno fino alla fine della stagione. Se la si guarda dall’ottica del lavoratore è un inferno: nessun interlocutore attendibile, niente soldi, gente che si fa in quattro per mettere insieme il necessario per giocare le partite, organizzare le trasferte, mantenere in esercizio gli impianti dove ci si allena e dove si gioca. Creditori inferociti, ufficiali giudiziari, banche scettiche, ce n’era per tutti i gusti e sono stati mesi che non si augurano a nessuno. La ricordo, però, come una bella esperienza: il contatto quotidiano con la gente, il momento della partita che è irripetibile, perché in nessuna azienda si tocca con mano il “risultato” di un lavoro come nello sport.

Una società di calcio è una cosa viva. Per i ragazzi che ci giocano, che sono la parte migliore. E per i tifosi: è incredibile il calore umano che ti arriva addosso da tutte le parti. La gente che chiama per i biglietti e per tutte le informazioni più strane, i gadget, gli ingressi per i disabili, i volontari valorosissimi che scarrozzano e accompagnano i ragazzini sui campi di allenamento e nelle trasferte, i piccoli dirigenti che pagano le cose di tasca propria e non riscuotono un euro, e manco grazie.

L’avventura si è chiusa, poi, con un triste fallimento e non è il caso, per questo, di entrare nel merito di cose che tutti sanno o immaginano sulla gestione scriteriata della Società, in cui si è andati oltre ogni limite. Resta lo sforzo fatto da tante persone di buona volontà per cercare di evitare il peggio. Gente che ha portato il peso di un’intera stagione calcistica sulle proprie spalle, inventando soluzioni, organizzando e risolvendo problemi senza ricevere soldi né ringraziamenti.

Ho avuto il privilegio di lavorare con loro e mi sono arricchito umanamente, se non materialmente. La società che è nata dalle ceneri dell’AC Siena sta muovendo i primi passi con un po’ di fatica. Non riesco a vederla, da straniero, come una continuazione della vecchia società. La fede calcistica non si cambia, e resto un appassionato tifoso della Lazio. Il Siena, però, mi ha regalato grandi emozioni, che non posso dimenticare.
Legate alle persone come Olinto: gente perbene, piena di passione.

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Olinto Giglioli.  Foto di Nicola Natili

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