L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità

Scritto per Emergenze il 31/8/2016

I giorni passano. L’attenzione sulle zone terremotate è ancora alta, ma il funerale celebrato ieri ad Amatrice ha segnato un punto di svolta. È stato emozionante vedere uniti Stato e Cittadini, in un abbraccio che ha superato persino le pastoie del protocollo e della sicurezza. Tutti vicini, a contatto di gomito, in un afflato che si può leggere in molti modi: siamo tutti alla mercé degli eventi, da una parte; non siete soli di fronte alla tragedia, dall’altra.

Ad Accumoli, Amatrice e Arquata l’inverno arriva presto. Già adesso l’escursione termica tra giorno e notte è notevole, soprattutto se piove. La ricostruzione degli edifici ha bisogno di tempi lunghi, incompatibili con la condizione dei senza tetto. Bisognerà allestire in fretta degli alloggi adatti a difendere la gente dal freddo che in zona si fa sentire, con temperature che possono scendere di molto sotto lo zero.

C’è da sgomberare l’enorme quantità di detriti, e c’è da mettere in piedi un progetto per una ricostruzione intelligente. Da una parte, come hanno chiesto i sindaci e i cittadini, che rimetta in piedi i luoghi per come erano. Dall’altra, che rappresenti un’opportunità per rimettere in moto la vita da dove si è fermata, creando prospettive per un futuro migliore.

L’identità dei luoghi.
Più che i paesi distrutti dal sisma, però, c’è da ricostruire un’identità dei luoghi che va oltre la loro architettura. Il terremoto ha privato la popolazione di tutti i punti di riferimento: ha distrutto le case, gli edifici istituzionali, le botteghe, i supermercati, gli impianti sportivi. Quello che è rimasto in piedi è in massima parte inagibile. I tempi necessari ai sopralluoghi, al censimento delle costruzioni danneggiate e agli interventi di ripristino o di demolizione superano abbondantemente l’inverno, che sarà perciò la fase più delicata.

La gente è stata strappata via dai suoi percorsi abituali: dal lavoro, dalla cura della casa, degli orti, degli animali da cortile. Dal gioco, dallo sport, dalla frequentazione dei luoghi di intrattenimento. Molti hanno perso le loro cose: la casa, ma anche la macchina, i vestiti, i libri, i dischi, i computer, la televisione, gli oggetti personali, gli hobby. Non ha più senso alzarsi a orari prestabiliti, ma non è possibile nemmeno rimanere a letto. Gli spazi personali non esistono. Non si può leggere, guardare la tv, studiare, scrivere, cucinare. E’ una condizione terribile, che si somma al lutto e allo shock dell’evento catastrofico.

Tutti si trovano scaraventati in un vortice di precarietà, in attesa di mettere un punto per ripartire. In una microcomunità come questa sono venuti meno familiari, amici e punti di riferimento che segnano la quotidianità.

Su internet la gente che ha un legame col territorio ha cercato di mettere insieme i ricordi. Si tratta per lo più di persone che frequentano questi luoghi di villeggiatura e che scrivono dal posto dove vivono abitualmente. C’è chi racconta il suo paese e i suoi abitanti come può, chi setaccia Youtube per trovare documenti su feste, danze e canti che rammentino le tradizioni locali. Un tentativo di testimoniare la propria identità che proseguirà.

Fioriranno le pagine facebook, le raccolte di foto di case danneggiate e di paesini com’erano prima del disastro. Documenti che serviranno a rimettere insieme l’identità di questi paesi, che si è manifestata forte e chiara nel momento in cui per motivi logistici si è ipotizzato di celebrare nella lontana Rieti i funerali solenni di ieri.

Una risposta che è stata una fiammata di vitalità e ha ottenuto di celebrare questo giorno del ricordo sul proprio suolo martoriato. I sindaci e le autorità hanno parlato per tutti: nessuno mollerà, bisogna sopravvivere per impedire che questa sciagura sia l’ultimo atto di una storia millenaria. Sottrarsi al declino incombente, però, non sarà facile.

Si devono recuperare l’organetto, le ciaramelle, la poesia a braccio, oltre alla gastronomia, al dialetto, ai racconti dei bei tempi passati: tutte cose che creano coesione e che aiuteranno la gente a ricordare. Le radici comuni sono importanti.

Più importante sarà, però, l’apertura di un processo di ricostruzione che coinvolga la popolazione in prima persona, per quanto possibile. Intanto mantenendo il contatto con i luoghi anche durante la ricostruzione: la paura delle scosse, la perdita dell’agibilità della casa e di tutti i punti di riferimento nel territorio, oltre che delle persone più prossime, potrebbero accelerare definitivamente lo spopolamento che minaccia questi luoghi da decenni e che già ha prodotto una miriade di località prive di cittadinanza stabile, aggregati di seconde case che rivivono solo d’estate e che, danneggiati come sono, rischiano di trasformarsi in paesi-fantasma.

Lavoro per rinascere.
Perché questo accada è necessario che la gente abbia un lavoro, che le scuole siano aperte e che si ricrei un tessuto connettivo sufficiente a far rivivere una comunità che possa, con la propria energia, indirizzare lo sforzo esterno per la ricostruzione. Non una cittadinanza passiva in attesa di un intervento dall’alto, ma una compagine unita che decida, per quanto possibile, l’indirizzo da dare alla ricostruzione.

Questo sarà fondamentale perché si possa cogliere l’opportunità di rinascita che una ricostruzione da zero porta sicuramente con sé: l’intervento più profondo che si possa immaginare per rifondare una comunità.

È qui che si decide se da questa fase si può ripartire per crescere, o se si tratta soltanto di rimettere in piedi qualcosa dove possa continuare a vivere, cercando di dimenticare tutto questo dolore, una comunità di superstiti destinata al declino.

Perché ciò accada è necessario che ci sia un rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Chi guiderà la ricostruzione dovrà interfacciarsi con la gente, capirne le esigenze e riprogettare la comunità cercando di individuare le possibili linee di sviluppo future.

Legate al turismo, al Parco, all’attrazione di nuovi visitatori e al ripristino del tessuto dei paesi dove i villeggianti aspirano a tornare. Semplici luoghi della memoria, cioè, che s’incrociano con luoghi per cui la memoria deve essere il punto da cui ripartire per costruire una nuova storia: dalla costruzione di questo equilibrio dipende il futuro della Conca amatriciana e delle altre zone interessate.

Ricreare una comunità in grado di costruirsi da sé le giuste opportunità. Una bella sfida da raccogliere per un paese che fa fatica a sottrarsi alla deriva degli ultimi anni: vivo d’estate, vuoto di gente e di cose durante la brutta stagione.

Qui viene meno, con ogni evidenza, l’accostamento fatto con la realtà aquilana, fatta di grandi numeri e questioni molto più complesse. La vicinanza con la Città ferita, però, può far sì che Amatrice, Accumoli e Arquata abbiano un punto di riferimento importante, che si è già misurato con i problemi legati alla ricostruzione. Lo stesso vale per Norcia, da più parti citata, in questi giorni, come esempio di rinascita virtuosa.

La necessità della ricostruzione di Accumoli, Amatrice e Arquata offre, poi, l’opportunità per riordinare le norme e cominciare a fare qualcosa per prevenire futuri disastri, lutti e sciagure cui siamo abituati da sempre. La frequenza con cui accadono certi eventi è impressionante. Le parole dell’omelia del Vescovo di Rieti, però, sono state illuminanti: il terremoto modella da sempre la terra in cui viviamo. Non è lui a uccidere, ma l’uomo. Non il destino, cioè, ma l’incuria.

Lo slancio riformatore del Governo avrà pane per i suoi denti, insomma: avviare un cambiamento epocale che porti la cultura della prevenzione. Mai più Amatrice, l’Aquila, Gemona, Belice, Norcia, Modena, Sant’Angelo dei Lombardi, Assisi.
Chissà che non sia, almeno questa, #lavoltabuona.

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