Amatrice, riscoprire il bene comune per salvare la mia città di rovine

Scritto per Emergenze il 28/8/2016

Non è ancora finita, l’emergenza. Mentre scrivo le repliche della scossa assassina delle 3.36 del 24 agosto sono più di 1500, e il numero dei morti si avvicina pericolosamente a 300, un altro dato che accomuna il sisma di Accumoli, Amatrice e Arquata a quello aquilano.
Sono state dette e scritte tante cose per raccontare questi luoghi che qualcuno definisce, forse a ragione, dimenticati. Questo è ovvio, se se ne considerano anche soltanto le dimensioni.
Si tratta, però, di luoghi che diventano importantissimi perché su di essi si concentra l’empatia che tutti stanno provando in questi giorni, in tutto il mondo.

La grande mole di messaggi positivi che è circolata fuori dai media convenzionali, che dimostrano una volta di più la loro drammatica inadeguatezza ai tempi, è stata sufficiente a sovrastare il frastuono che caratterizza la comunicazione social. I seminatori d’odio e di bufale, lungi dal tacere, sono stati zittiti da una valanga di sentimenti positivi autentici. E non è vero che il fatto che esprimerli costi il piccolo sforzo di un clic ne ridimensiona la portata. È, invece, il risultato tangibile di un coinvolgimento reale.

Hanno ripreso autorevolezza i tradizionali portatori di messaggi edificanti: il Papa e il presidente della Repubblica, che è come dire la Chiesa e lo Stato. La disponibilità della gente si è concretizzata in una quantità di gesti, dalle file per la donazione sangue, da più parti testimoniate, alla sovrabbondante raccolta di viveri e beni di sussistenza anche apparentemente marginali, all’attivazione di canali per la raccolta di fondi.
L’attenzione per l’informazione è elevatissima: televisione, radio, giornali, siti, ma anche racconti fatti da gente del posto che ha preso di petto l’angoscia raccontando con passione quello che forse non tornerà più.

Tutto questo può sembrare scontato, ma se si pensa allo scenario antecedente al terremoto si capisce che non è così. Hanno perso la scena le nefandezze e i parapiglia da pollaio che caratterizzano da tempo tutti i media. In tanti, indignati, si sono messi a denunciare le bugie che infestano la comunicazione e a deprecare gli sciacalli virtuali quanto quelli che sono stati trovati a rovistare nelle macerie alla ricerca di valori abbandonati da rubare.

Non è poco, perché tutto quello che ci spinge ad agire per partecipare in positivo alla conversazione è un mattone che serve alla ricostruzione di valori che può ripartire, paradossalmente, dal crollo di queste piccole città di provincia, situate nel cuore di uno dei Paesi più importanti del mondo, per l’enorme patrimonio culturale che contiene.

Gli effetti di questi soprassalti di umanità si faranno sentire eccome. È di questa sintonia con il bene che c’è bisogno quando si accosta lo sguardo a immagini come quelle che arrivano da Aleppo, sinistramente simili a quelle di Amatrice. Riflettere sulle cause diventa doveroso e proficuo ed è sicuro che l’occhio solidale e compassionevole si può allenare. La scossa delle 3.36, insomma, può portare, se non altro, l’effetto positivo di svegliare almeno un poco le coscienze.

La ricerca delle responsabilità umane nel disastro è appena cominciata. Chi avrà sbagliato pagherà. Finiranno sul banco degli inquisiti i tanti che localmente avranno lavorato alle costruzioni e alle ristrutturazioni, animati dallo stesso spirito che muove i piccoli operatori di questo tipo: guadagnarsi la pagnotta, dribblare gli ostacoli della burocrazia, scavalcare gli ostacoli delle verifiche e delle restrizioni, farsi pagare dai clienti.

Una marmellata che innesca le bombe a orologeria che sono questi paesi costruiti dal medioevo in avanti, dove tutti hanno agito in base alla propria convenienza, chi ricavando una stanza da un pertugio, chi aprendo una finestra in un muro portante, chi regalando qualcosa a un funzionario compiacente, chi muovendosi nelle regole ma affidandosi a imprese che hanno lucrato risparmiando sul materiale e sulla manodopera. Cose che si sanno e che produrranno conseguenze soltanto sul posto, dove le carte saranno soppesate a dovere, mentre altrove si procederà come sempre, perché continueremo a tenere tutti famiglia e a valutare certi interventi sulle case che compriamo o che prendiamo in affitto soltanto per il denaro che ci costano e non per gli effetti che producono.

Il che sembrerà normale, se così fanno tutti, anche quando il committente dei lavori è pubblico e dei servizi usufruisce la collettività, che paga conti spesso gonfiati per opere difettose, che poi si sbriciolano sotto ai colpi della natura.

Il territorio di Accumoli, Amatrice e Arquata, esposto a terremoti distruttivi raccontati precisamente dalla storia (almeno 6 negli ultimi 400 anni), ha subito altri cambiamenti dovuti a frane, a valanghe, a modifiche apportate all’ambiente dagli uomini. Lo racconta Agostino Cappello, di Accumoli, nelle sue Osservazioni geologiche e memorie storie di Accumoli in Abbruzzo, scritto nel XIX secolo, leggibile integralmente su Google Books.

A Capodacqua, salita alle cronache in questi giorni, ogni tanto veniva giù la montagna e seppelliva paesi. Lo stesso da Accumoli verso l’interno. Terremoti e frane ridisegnavano il paesaggio, creando e cancellando luoghi, spostando sorgenti e fiumi, imponendo la propria legge alla popolazione, che ripartiva ogni volta da zero rimanendo esposta al capriccio degli elementi.

Niente di nuovo, insomma: non facciamo altro che perpetuare gli atteggiamenti dei nostri antenati, apportando piccole modifiche se e quando costretti da vincoli esterni, o dall’illuminazione di un lampo d’intuito. Dovremo cambiare sistema, ma forse costerà di meno fare degli interventi usando le risorse rivenienti dalla solidarietà e dagli stanziamenti straordinari che sarà possibile fare.

Il che frutta sorrisi e primi piani in televisione, posponendo alla prossima tragedia i commenti critici al proprio operato, resi blandi dal prevalere della reazione emotiva all’evento, dall’empatia con le popolazioni colpite, dallo strazio delle storie dei bambini morti sotto le macerie.

Se ci mettiamo a cercare sul web possiamo facilmente ricostruire quello che è successo dopo il terremoto dell’Aquila. Le polemiche sulla costruzione degli edifici per gli sfollati, l’orrenda storia degli sciacalli che ridevano al telefono, l’oblio per una delle più belle città d’Italia, il cui centro è ridotto allo stato di una città fantasma di quelle che visitano i turisti nel west.

Uno scenario che tenderà a ripetersi, perché la legge che domina le nostre azioni è quella del rapporto costi/benefici, e alla voce benefici la collettività viene sempre dopo il nutrimento necessario ai meccanismi di potere, quali sono, anche nella piccola dimensione locale, le strutture che amministrano, qui e altrove, il Bene Comune.

Serve, anche qui, una scossa, e non possono darla vuoti slogan che non cito. Servono i fatti, che non vanno più di moda, perché questo è il momento in cui il consenso si conquista con le bugie e con le bufale. Quelle stesse che i sentimenti che ha scatenato questa sciagura ha relegato, per un attimo, in seconda pagina. Dobbiamo imparare da questo: vale tanto, un moto dell’anima, uno slancio sincero provato anche su un divano a duemila chilometri di distanza dal disastro. Vale tanto una My city of ruins cantata oltreoceano e dedicata alle vittime del terremoto da Bruce Springsteeen, come sempre Maestro che insegna a restare umani.

Il Disegno che molti vedono dietro certi accadimenti (Signore, che si fa?, diceva il Vescovo di Ascoli) lo determinano le nostre azioni concrete. Nient’altro.

Come cittadini starà a noi pretendere che lo Stato legiferi per far muovere al Paese passi decisivi per prevenire le sciagure a venire. Non serve sgranare il rosario dei terremoti degli ultimi 50 anni, l’abbiamo fatto fino alla noia. Ce ne saranno ancora.

La soluzione non partirà dal basso, se non sarà il basso a pretendere che ci si muova in tal senso. Non conviene ai politici, non conviene ai cittadini. Il punto è cambiare paradigma e smettere di pensare in termini di convenienza.

Riscoprire il valore del Bene Comune, anche superando quel senso comune di cui tutti siamo diventati ottimi portatori, a cominciare da chi siede sugli Scranni delle Istituzioni politiche che governano in Italia, in Europa e nel mondo.

Che è solo una finzione, se non muove verso il superamento degli squilibri che stanno distruggendo, oltre al pianeta, la qualità della nostra vita.

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