Morte di Amatrice, tradita dalla bestia assassina

Scritto per Emergenze

Nel mio ultimo breve itinerario amatriciano, pochi giorni fa, sono capitato in un paesino, Colle Magrone, che non esiste più. Non per il terremoto, no: il pezzetto che ho visto io era una strisciolina di strada lunga cento metri, con un caffè e una tavola calda chiusi e arrugginiti dalla polvere e dal tempo, e un’improbabile insegna di ferramenta.

In mezzo al nulla, o meglio, al nulla amatriciano, che è fatto di prati verdi e boschi fitti, di cieli blu e di montagne alte che se stai nei luoghi della Conca ti sovrastano verticalissime e sembrano ricordarti che siedi sulle loro ginocchia possenti.

Che basta un niente.

Al paese mio, che è un nido di aquile, il più alto di tutti, la parola terremoto non si pronunciava mai. Si alludeva, si sottintendeva, e se proprio si doveva si usavano delle parole in codice.

Ha refatto santemiddiu – dicevano i vecchi – ha tretticatu, esselu, lu se’?
Eccolo, lo senti? Ha tremato, ha fatto Sant’Emidio, una definizione che è anche una raccomandazione al Santo che protegge dal terremoto, patrono della città amica, di Ascoli Piceno, dove si va a vedere i fuochi per la festa, scendendo lungo la Salaria, passando Accumoli, Grisciano, Illica, Pescara, Arquata, Trisungo. Tutti posti spazzati via dalla Bestia.

L’altra sera all’Amatrice c’era una piccola festa, la Notte Aquilana. Si rendeva omaggio con i canti e con qualche sobria mangiata alla Grande Sorella che sta di là dalla montagna, L’Aquila, colpita al cuore dal terremoto orrendo di qualche anno fa. Un gesto di amicizia e una comunanza di sentire che oggi l’immonda Bestia salda ancora di più, con la sua violenta irruzione, nel cuore della notte, tra le tre e le quattro, come all’Aquila, che dista dall’Amatrice lo spazio di una fettuccia di strada piena di curve, una montagna da scavalcare, tra pascoli e greggi, un laghetto artificiale, la mortadella di Campotosto e il percorso dritto che mi ricordo percorrere attraverso Pizzoli, andando a far visita alla Città offesa, l’anno successivo al Grande terremoto, senza sapere ancora che avrei visto l’inimmaginabile.

L’Aquila in quella notte d’aprile è morta, alla stessa ora in cui Amatrice s’è svegliata, piena di villeggianti come solo alla vigilia della sagra gastronomica, per accorgersi di non esistere più, come dice bene il sindaco, uomo coraggioso e appassionato, che piange e non si dà pace.

Amatrice però parte da presupposti diversi, impegnata com’è da decenni a resistere ai mali dello spopolamento, alla desertificazione delle decine e decine di paesini incastonati nella Conca e sulle montagne che la fronteggiano, chi proteso verso Norcia, chi verso l’antica Falacrine che dette i natali alla gente Flavia. Razza di Imperatori.

Terra antica, romana e poi longobarda, fiera di aver combattuto al fianco di Braccio Fortebraccio e di aver sfidato Carlo V con il suo spirito orgoglioso e indomabile. Terra ridotta a un deserto, ma ancora magnifica.

La crisi accentra le risorse umane e materiali sul centro principale. I villeggianti si ostinano invece a ripopolare d’estate le frazioni, fedeli ai legami di sangue, ciascuno col paese dei padri e dei nonni. Una storia divisa in mille rivoletti, ciascuno geloso delle proprie terre, delle cose, delle chiese, delle montagne.

Uniti dalla pastasciutta, che ha reso famosa la città in tutto il mondo, anche se la via discesa dai matriciani ha portato in dote a Roma la maternità della specialità locale, condivisa con Grisciano per la variante in bianco.

La pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale, diceva bonario il poeta locale. Anche mio nonno amava poetare a braccio. È buona, la pasta all’Amatriciana, un gusto dolce, equilibrato, con il marchio persistente della padella di ferro e la ghiotta combinazione del guanciale e del pecorino. Chissà quanti stasera ne gusteranno un piattone, in giro, consapevoli o meno che nel luogo deputato oggi nessuno potrà cucinarne una forchettata.

Non il mago del Ristorante Roma, non Ma-Tru, non la Conca, non Santino, non la Fattoria a Sommati. Non le massaie e i ragazzi rimasti a vivere sul posto, a occuparsi del poco che rimane possibile fare, chi con la nettezza urbana, chi in un caseificio o in un salumificio, chi ad aspettare la stagione del taglio della legna, chi con il Parco.

Questa è una terra ricca soltanto di bellezza naturale, la cui risorsa principale è il turismo. Per questo è spopolata, impossibilitata a fare sistema come nelle regioni alpine, tra sport invernali e soggiorni estivi.

Una città bella e in declino che resisteva e aveva bisogno di una spinta per guardare al futuro con ottimismo: qualche immigrato di ritorno che ripopolasse i paesi, qualche iniziativa legata al Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Poco, per sperare che sia facile risollevare da terra quei mucchi di macerie, ricostruendo la facciata dimezzata di Sant’Agostino e le case polverizzate di corso Umberto, e le strade e i ponti e i palazzi, belli come quelli di Accumoli, posto che sembra dimenticato se non ti ci addentri ad annusarne il fascino, dove c’è una donna, Roberta, che racconta tutti i giorni su una pagina facebook cosa vuol dire vivere da soli in un Paese vuoto e freddo d’inverno, che si riempie di calore umano col sopraggiungere dell’estate.

La stagione che ha portato la morte e la distruzione.

Chi ricostruirà Pescara del Tronto, un mucchietto di case sulla Salaria Vecchia, ai piedi del Vettore, dove una volta c’era la fabbrica dell’aranciata che bevevamo, da piccoli, all’osteria, accompagnando il nonno, mentre gli uomini del paese giocavano a tressette, rigorosamente arrivando a 51, bevendo birra e picchiando manate allegre sui tavoli, bussando e ribussando e chiedendo la migliore, con un piglio che Chitarrella ne sarebbe uscito con le ossa rotte?

Osterie attrezzate con le stufe e le cucine economiche, e i gabinetti per svuotare la vescica gonfia di birra, dove c’era lo spaccio che vendeva la carne Simmenthal e la pasta Bastianelli. Posti che erano vivi d’inverno non meno che d’estate, dove si giocava a morra e si condivideva il lavoro della montagna e quello delle imprese che capitavano sul posto, chi per un cantiere temporaneo con Costantino Rozzi, chi per una qualche ragione che facesse fare un magro business, attaccati alla poccia della Cassa del Mezzogiorno o che.

Posti ricchi di forza e coraggio, d’orgoglio e dignità. Non certo di risorse economiche e di dotazioni da cui ripartire, che non siano legate alla buona volontà di pochi: un tessuto esile, poca politica, poca azienda, un po’ di commercio, un po’ di allevamento e agricoltura, in una terra resa avara dalla rigidità del clima e dall’altura proibitiva.

Amatrice è morta, stanotte, mentre lottava per sottrarsi al declino delle periferie, dell’inurbazione totale e non più differibile, di tutte le energie determinate a ritagliarsi uno spazio nei posti che contano ancora qualcosa.

Colpita alle spalle da una Bestia terribile, che già l’aveva distrutta più volte, infliggendole danni e perdite che nemmeno la peste. L’Amatrice è morta e se non c’è da illudersi sulla rinascita dell’Aquila, a maggior ragione c’è da disperare di vederla rialzarsi, sola e priva di risorse adeguate che non siano quelle del cuore della sua gente, sempre più sparuta e spinta a fuggire altrove.

A nulla vale muovere le gambe e danzare piano ricordando le note delle ciaramelle di Raffone, o gettarsi a capofitto nel saltarello, che rappresenta il corteggiamento e l’amore che nasce, nella spensieratezza dell’estate, passata la trebbia, prima di rimettere la legna e buttarsi per boschi in cerca di porcini.

Quest’estate che ci ha tradito, alle 3 e mezza di notte, infliggendoci il più cupo e cattivo dei flagelli.

Venerdì à di’ sette del corrente mese di ottobre 1639, mentre fuori dal pensiero d’ogni sinistro avvenimento ciascuno nella città della Matrice, e ne’ luoghi contigui stava riposando, fù sentito alle sette hore di notte in circa un’improviso scuotere di Case, quale apportò non poco timore; ma oltre, che svegliò ciascheduno, lasciò tal paura, che non sapevano appigliarsi ad alcuna risolutione. Si fermò, e quietò il Terremoto per spatio di un quarto d’hora, onde restorno sorpresi di stupore, e spavento. Ritornò poi di nuovo con maggior scossa il terremoto, sì che fece risolver molti a salvarsi la vita, come presaghi di futura rovina, essendo i segni chiari e manifesti. Vi cadde l’intervallo di un altro quarto di hora alla spaventosa rovina. Non vollero alcuni credere, non parendogli potere avvenire; onde rimasero e coperti, e estinti sotto i precipizi. I pianti, le strida, e i compasionevoli gridi, che aiuto chiedevano, accompagnati dall’horrore, e dalle tenebre notturne accrescevano lo spavento. La polvere delli rovinati, e i subissati edifici formava nubi nell’aria, onde offuscava la sua tranquillità. Alcuni fuggirno in Campagna, e altri si ricoverorno nella Chiesa di S. Domenico, ove vi è l’esercizio del Santissimo Rosario, quali furno tutti salvi, invocando ciascuno la Beatissima Vergine per mezana ad impetrar gratia appresso Sua Divuna Maestà, acciò fossero liberi dal restare assorti nelle voragini, che cagionava il Terremoto. (…) Il Palazzo del Reggimento è tutto rovinato, come ancora la maggior parte delle Chiese, Edifici, e Case, con una perdita di una quantità di persone, il numero delle quali s’intenderà con più certo avviso, poiché molta gente restò sepolta tra le rovine, e con le pietose strida, e flebili lamenti, domandando soccorso, movevano a gran pianti, non potendo i Padri aiutare i Figli, i Figli i Padri, i Fratelli le Sorelle, e i Mariti le Mogli, né un’amico soccorrere all’altro.

Questo perché la Bestia abita qui da sempre. Basta un niente, una scrollata di groppa per fare strame di ogni manufatto, e della speranza, e della vita. Però la Bestia si può domare. In una terra con una storia così fitta di terremoti distruttivi attrezzarsi per avitare il peggio dovrebbe essere obbligatorio. Ma mancano le risorse, e, aggiungo io, manca la consapevolezza. Ci fossero aiuti disponibili, obblighi da rispettare e coercizioni varie si potrebbe fare un passo avanti, ma non è dalla gente che nelle case ci sta che ci si può/deve aspettare uno sforzo in questo senso. Anche perché, dicevamo prima, nella costellazione di frazioni amatriciane non ci saranno residenti che porteranno avanti la ricostruzione, ma solo rovine e pianti. Eppure Amatrice ha saputo rinascere dalle rovine dei terremoti distruttivi che ha conosciuto, contando sulle forze di chi voleva continuare a vivere. E torna il tema principale: la Città dell’Amatrice e la sua corona di paesini, morti ieri sera, saranno in grado di alzarsi in piedi e ripartire? È una sfida impossibile, eppure qualcuno la raccoglierà. Ripartendo da qualcosa, da un dove, da una storia passata che non si vuole seppellire sotto i calcinacci. Per questo ci ostiniamo a sperare e faremo il possibile, e alcuni l’impossibile, per passare oltre questa ennesima tragedia. Senza dimenticare che gli occupanti le case destinate ai terremotati di Valnerina ’79, a Villa San Cipriano, sono fuori perché le case sono lesionate. E qua torna ad affacciarsi l’indignazione. Chi è la Bestia assassina, chi ci amministra senza riguardo per il bene pubblico o la natura che fa il suo corso distruttivo?

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