Io e David

David-bowie3La copertina di quel disco faceva impressione. Era bianca come il latte, e lui ci stava sopra ritagliato con una saetta rossa e blu sulla faccia e una goccia come di cera che ristagnava nel bacino della clavicola sinistra.

Se lo aprivi, dentro lui ti guardava a figura intera, magro inguastito, le parti innominabili fasciate in un traslucido niente, a negare.

Ogni volta che andavo a casa dei miei cugini mi mettevo a spulciare quei dischi e Aladdin Sane mi attraeva, anche perché non sapevo niente del suo contenuto. Ancora oggi per me è un disco più copertina che musica. A parte Lady Grinning Soul.

Peccato, perché riascoltandolo ritrovo pezzi interessanti. La scoperta di Bowie fu con Starman, la festa all’età delle medie, ma con la mamma e le sorelle, la Lazio che aveva perso a Sampdoria e rischiava di perdere lo scudetto, le ragazze che erano troppo grandi, che fuori pioveva e Aladdin Sane non lo mettevano, nel giradischi. Girava però il 45, appunto, di Starman.

Appuntamento rimandato: crescevano ossa e capelli, si riempiva la testa di grilli, si vagheggiavano cose troppo grandi. Avevo preso il vizio di disegnare a fumetti, non ero manco il più scarso della compagnia, e Bowie era diventato un oggetto conosciuto un po’ più a fondo. Le cassette, le raccolte, rock’n roll suicide. La propensione alla rottura come insegnamento.

La deviazione dal percorso convenzionale, caricata di significati sessuali che per me non erano condivisibili. Non nel senso del rifiuto dell’androginia di Bowie, che, anzi, mi rendeva curioso. Ma m’importava della musica. M’importava (non capivo la portata dell’artista) la capacità di sottrarsi agli schemi, il cambiare pelle, il riproporsi ora sui ritmi della disco, ora sullo sferragliare di cingoli di una versione berlinese colta e sperimentale.

M’importava niente della sua presunta fascinazione nazista. Il rock con la politica per me ci ha sempre fatto a cazzotti. Strummer suonava per la campagna elettorale di Craxi perché riteneva fosse socialista! Heroes era impressionante, non c’erano altre parole per descriverlo. Come non era descrivibile l’impatto algido di Low, impastato di germanie elettroniche e di agghiaccianti scritture immaginate insieme a Brian Eno, con dentro tutti i mostri della cocaina.

Uscì Scary Monsters, dopo un po’. Io avevo una bella borsa di tolfa, avanzo gruppettaro, ruvida di crosta, chiara di colore, quasi rosa. Presi un disegno di Bowie sul Mucchio o su Rockstar, non ricordo dove. Lo rifeci paro paro sul retro della borsa. C’era lui, con la pupilla dilatata, di profilo. Era bellissimo. La borsa non l’ho conservata perché per natura non conservo le cose. La passai a mia sorella e chissà che fine poi avrà fatto. Ne andavo orgoglioso e non sapevo perché.

Probabilmente era una stupidaggine tardoadolescenziale, però aveva un significato, in qualche modo, alternativo. Era l’adesione inconsapevole a un modello che non voleva essere convenzionale e che perciò a modo suo era lo stesso conformista. Il conformismo anticonformista. Una scelta altra, comunque. Sembra strano, visto che si parla di una rockstar, ma i tardi anni ’70 offrivano solo canzonette, discomusic, cantautori e attardamenti progressive. Il massimo dell’osare era rappresentato da Led Zeppelin, Pink Floyd e Genesis. Bowie era il segno che c’era dell’altro, una sorta di allertamento dei sensi, la spia di un canale da seguire, che poi avrei seguito e che mi avrebbe rivelato cose che per me sono state importanti. Salvifiche.

Quando ho saputo della morte di Bowie non ho avuto reazioni. Ero appena entrato in macchina, avevo acceso il motore e la radio e il GR confermava la notizia della morte, in modo scarno, con toni un po’ sovreccitati. Tutte le persone che ho sentito parlare, oggi, di Bowie, mi sono parse impreparate e frettolose. Ho aspettato di leggere tra le righe delle parole di quelli che conosco e so che sanno. Ma non è una questione di divismo, per me Bowie non è mai stato un’icona da appendere al muro. Era una passione lucida, intelligente. Un apprezzamento, una condivisione. Un attestato di stima.

Il pugno nello stomaco è stata la morte di Strummer, che era sangue e anima. David era cervello, stile, arte, immagine, parola, suono. Era come Lou Reed, complementare a lui, era la parte sfolgorante di quell’universo cupo, ringhiante pretenziosa albagia. Nella mia testa c’era un trio: uno poeta e stronzo, uno genio e puttana, uno che non nomino perché è vivo, fango e latrina.

E quello era il rock che interessava a me, i confini dell’orizzonte del mio giradischi che partiva dal frutto malato della triade di cui sopra, il punk, e lo risaliva controcorrente, fino a prima del prima. Tutta un’esplorazione durata trentacinque anni, fino a quando mi sono deciso, non senza tentennare, a imbracciare una chitarra per vedere se si riesce a tirare fuori qualcosa da tutta quella musica prigioniera nel cranio, tenuta a bada da una manciata di talenti abbozzati e implosi, classificata in uno schedario masturbatorio di inutili informazioni che mi ostino a considerare cultura, per quanto bassa uno la voglia dire.

Bowie era una porta verso la diversità, punto e basta. Che fosse il punto d’imbocco di una strada dove si scoprivano le proprie inclinazioni sessuali oppure, più semplicemente, i propri gusti musicali, il risultato non cambia. Per noi cani randagi omofobi della periferia metropolitana era un cantante vestito da femmina dalla sessualità indefinita, ma nessuno si è mai sognato di classificarlo come musica da frosci. Degli omosessuali ci prendevamo gioco, ma ne eravamo spaventati. Almeno io. Anche delle prostitute. Ero pauroso e ascoltare Bowie mi faceva coraggio.

Prima di uscire da casa ascoltavo almeno un paio d’ore di musica. Finivo sempre con qualche roba punk. Poi uscivo e mi sentivo carico e coraggioso. Quando attaccai col nastro isolante un mangianastri scassato nella mia Dyane celeste Bowie aveva un posto di riguardo. Ascoltavo Ashes to Ashes, Wild is the wind, Heroes, Life on Mars, Space Oddity. Rock’n roll suicide. Poi negli anni ’80 lui prese la strada del jet set, io quella della musica rock più sudata, puzzolente e cigolante. Lui è rimasto un monumento nel mio museo personale, come gli altri due suoi sodali, quello che non c’è più e quello che c’è ancora.

Ho poi finito per fare i conti con la paura e col trovare un po’ di coraggio e quando ci sono riuscito mi sono trovato dentro qualche risorsa in più per aver imboccato quella porta, sia pure con infinita titubanza e senza calarmici dentro fino in fondo. Ma se sono uscito a riscaldarmi al sole di me stesso è stato anche grazie all’amore per Bowie e per gli altri. Ho aperto occhi e orecchie e ho respirato a pieni polmoni, assorbendo quello che ho potuto. Il che è un po’ quello che mi pare voglia dire chi sostiene che la musica ci ha salvato l’esistenza.

Può darsi, per chi non fa musica, che questo possa accadere con quello che si ascolta, con i concerti che si vanno a vedere, e poi con i libri, i film, il teatro, l’arte. Non sono sicuro di niente. Non ero sicuro nemmeno del fatto di somigliare a Bowie, quando ero gracile e capellone, come qualcuno mi disse. Altri dicevano che forse ero più Sting. In realtà non gli somigliavo affatto, ma mi sarebbe piaciuto. Sarebbe stato come rifletterne l’immagine e illudersi di possedere del talento, o anche soltanto quel grande coraggio. E con le donne avrebbe fatto la differenza!

Ma forse David era, come lo dipinge qualcuno, soltanto un narcisista vampiro che era capace di rimasticare l’ispirazione che gli fornivano i compagni d’avventura ricchissimi di talento di cui sapeva contornarsi. In realtà da questo racconto è sempre venuto fuori dipinto come un benefattore dell’arte e del talento altrui. E forse è questo il lato della sua immagine pubblica che più mi piace. Imprevedibile, mai uguale a se stesso, capace di spostare il confine con un guizzo inaspettato. Come quello di morire all’improvviso, dopo una vampa creativa della cui reale portata ancora non ci siamo resi conto.

Avremo tempo, spero, per digerirla, con gli strumenti che lui ci ha suggerito. Perché a questo, è servito: di lui mi resta, più che le canzoni,  l’idea che per osservare il mondo ci voglia una buona dose di apertura mentale. Un modo per procurarsela senza fatica era ascoltarne la musica. Continuerò a farlo. Saperlo morto mi rattrista e mi ricorda che se tutto scorre tutti quanti ci avviciniamo a un capolinea. Il punto è valorizzare il cammino che si fa. Il suo, lungo 69 anni, è stato speso come meglio non si poteva, di stazione in stazione.

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  1. romolo giacani

    Bellissima ricostruzione. Io non l’ho vissuto come te, l’ho sempre ritenuto molto (troppo?) cerebrale, geniale, ma distante. Alcune canzoni indimenticabili, senza dubbio un numero uno, però non mi ha mai appassionato. Mi ritrovo molto in quello che dici per Strummer (ed io metterei vicino a lui Freddy Mercury), Bowie invece mi ha sempre dato idea che fosse troppo “costruito”.

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