Senza guerra, per la pace

La guerra in Europa manca da 70 anni.
Oddio, mica è vero fino in fondo: nei Balcani, come sappiamo, la guerra c’è stata e ha fatto orrore.
Però nell’Europa con la E maiuscola, tra Londra e Parigi, Berlino e Roma, Madrid e Bruxelles, Amsterdam e Milano, la guerra se n’è andata alla fine del secondo conflitto mondiale. Dopo c’è stata la pace. Ed è arrivato il benessere.

Chi ha meno di 70 anni, perciò, non ha ricordi diretti della guerra. I più anziani ricorderanno le città distrutte da ricostruire e avranno giocato da piccoli tra le macerie. Mi colpì molto leggere il racconto di John Lennon che giocava tra i mucchi di detriti dei bombardamenti. Fotografava qualcosa che resta nella memoria. Una cosa che chi, come me, è nato negli anni ’60, non conosce.

Allo stesso modo un ventenne di oggi non ha ricordi diretti della guerra fredda, essendo venuto al mondo dopo il crollo del Muro e la dissoluzione dell’Impero sovietico. Questo non significa che non ci sia una sensibilità adatta a cogliere la drammaticità dell’attacco portato dai terroristi a Parigi, per come irrompe. Le immagini dell’attentato dell’11 settembre, poi, le hanno viste tutti, molti hanno letto saggi e romanzi sull’argomento, alcuni hanno approfondito con le polemiche sulla vera natura di quel terribile episodio. In confronto l’eccidio parigino ancora caldo è poca cosa. Ma anche no.

Lo choc lascerà il posto alla consapevolezza: una cosa del genere può succedere in una nostra metropoli in ogni momento.
Il fatto che sia accaduto a Parigi, già colpita da fatti analoghi in tempi recentissimi, dimostra che poco può anche l’intelligence di una delle più importanti potenze militari al mondo. Che a poco serve la capillare intercettazione delle conversazioni che si fanno a mezzo internet, per definizione (oggi messa a dura prova) trasparente per i governi occhiuti che puntano a controllare scambi epistolari tra cittadini sospetti. Echelon e compagnia spiona che fine hanno fatto? Perché il jihadista comunica indisturbato usando tutti i social network più diffusi e nessuno se lo va a bere? Domande senza risposta.

L’assenza di risposte spiana la strada alla paura. Viviamo in una società assopita dall’opulenza. Abbiamo perso la capacità di mobilitazione che ci ha sorretto fino agli anni ’70, residuo dell’enorme energia profusa nello sforzo di ricostruzione dopo i due conflitti mondiali che ci hanno messo in ginocchio nel secolo scorso.

Oggi siamo, chi più chi meno, in grado di consumare merci in quantità che decenni fa ci sognavamo. Mangiamo quantità di cibo impressionanti, basta leggere le statistiche in giro, consumiamo dispositivi elettronici a rotta di collo, abbiamo accesso a vestiario e mobilio a buon mercato a profusione. Possediamo decine e decine di paia di calzini, di mutande, di magliette, scarpe, tute sportive, giacche, giacconi, cappotti, cappelli, sciarpe, guanti, borse, penne, automobili, telefoni, hifi, computer, tablet. Facciamo voli continentali di continuo, abbiamo dimestichezza con le lingue, usciamo tutti la sera.

Cose che fino agli anni dell’edonismo reaganiano erano desideri da realizzare e che adesso sono il nostro quotidiano. Quando parliamo di sistema di vita messo in discussione dagli attentatori parliamo anche di questo. Parliamo dell’assenza di idee che valgano un sacrificio. Parliamo del cinismo, della mancanza di valori residuali, di chiese vuote, di politica squalificata e vista con odio, di sport come mezzo per raggiungere la ricchezza e la fama, di una vita di relazione diversa, forse anche più ricca, ma squassata da rivoluzioni che hanno una ricaduta nella sfera personale, in termini di stabilità e di sicurezza.

Tutto questo descrive il cambiamento, non vuole essere un giudizio, e se lo è non è per forza negativo. Dice di una complessità “altra” che abbiamo dentro, nel 2015, rispetto alla grande maggioranza di quelli che erano al nostro posto appena 30/40 anni fa. Facciamo fatica, partendo da quello che siamo ora, a capire che cosa può muovere una mano assassina come quella di Parigi.

Non certo la fede, per quanto la rivendicazione possa giurarlo.

Forse il fanatismo, ma c’è da interrogarsi profondamente sul fatto che molti appartenenti all’Isis, coinvolti o meno nella notte dell’orrore parigina, provengano dall’Europa. Non siano cresciuti, cioè, nel disastro del medioriente e del nordafrica degli ultimi decenni, non siano testimoni diretti della povertà senza speranza dei paesi dove, fino a oggi, si sono create le condizioni per una simile carica aggressiva.

Ci sono stati, come sappiamo o intuiamo, sporchi giochi politici e ingerenze delle grandi potenze. Le grandi organizzazioni di terroristi internazionali che hanno compiuto gli atti più efferati nel ultimi 15 anni, Al Qaeda e Isis, sono, direttamente o indirettamente, creature della sporca politica imperialista. Fughe fuori controllo della realpolitik che hanno lasciato scorie che oggi ci avvelenano.

Non siamo in grado di capire, dicevamo, il che è grave, se dobbiamo studiare le contromosse. Ma qualcosa possiamo fare. Possiamo guardare al nostro sistema di valori e cercare di capire quale ruolo abbia avuto la religione nel costruirlo. Ripensare a quello che è stato, quando il fanatismo abitava qui e faceva danni di gran lunga peggiori.

Cercare di capire su cosa si fonda il nostro benessere, in un sistema di giorno in giorno sempre più interconnesso e omogeneo, fondato sulla carenza dei beni e sull’incontro tra la domanda e l’offerta, con conseguenti ricadute sulla libertà dei popoli e sulla loro reale capacità di autodeterminazione. Viene fuori facilmente che il controllo dell’energia e di alcuni mezzi da cui dipende direttamente il tenore di vita delle nazioni più ricche è l’elemento su cui si fondano strategie e equilibri di potere che governano l’intero pianeta. A queste strategie tutto deve essere funzionale e non c’è modo di far inceppare questo meccanismo muovendo dal basso di una cellulla jihadista nascosta in qualche polveroso deserto.

Quello che accade nasce da motivazioni precise, quindi: azioni propedeutiche, programmi di addestramento, reclutamento, formazione, indottrinamento. Cose che sfuggono alla nostra immaginazione, spesso troppo oltre per essere vere fuori da una finzione cinematografica o dal racconto ammiccante e un po’ alticcio di un qualunquista da bar.

Sappiamo però per esperienza, in Italia e altrove, che talvolta la realtà è andata oltre la più ardita immaginazione e che sono stati compiuti, in nome di interessi superiori non identificati, atti inqualificabili. Questo ci dà la forza di non credere a tutto quello che ci viene mostrato/raccontato da una macchina mediatica che sappiamo capace di manipolazioni estreme. Questo ci deve instillare il senso del dubbio.

Dobbiamo dubitare delle versioni ufficiali e dei politicanti da strapazzo. Ascoltare le testimonianze, fare filtro, cercare racconti di prima mano, cercare di capire. Non ci dovrebbe essere difficile comprendere che il fatto di credere in quello stesso dio non è una colpa per nessuno e che non è in atto un cozzo tra aderenti a diversi monoteismi.

E’ falso: l’occidente non è una realtà confessionale, ma nemmeno la parte musulmana del mondo lo è.

Ci sono conflitti continui, c’è un forte braccio di ferro (oggi soprattutto in Turchia) tra chi vuole un’emancipazione definitiva da una visione della società retrograda e chi, invece, vuole puntare sulla strada fondamentalista. Sono conflitti locali ma vasti, che hanno prodotto pesanti ricadute anche nel nostro continente avanzato e moderno, nelle idee e nelle strutture, ma ancora fragile nella sua scelta di pace e nel suo impianto democratico, se è vero che di diritti negati si parla ancora, e con che voce, nell’Europa del 2015.

Il rischio di tornare indietro è palese: le forze più reazionarie sono all’opera, da tempo, cercando d’impedire che si compia un processo d’integrazione che è inevitabile conseguenza della globalizzazione. Questo dipende solo in parte da ragioni economiche.

I paesi in grado di difendere il proprio tenore di vita lo fanno esternalizzando gli elementi indesiderati. Oltre alla carenza di risorse, anche la mancanza o la riduzione di diritti di cittadini e lavoratori rimonta sulle conquiste degli ultimi decenni del XX secolo, attraverso lo spostamento territoriale della produzione dei beni e dei servizi necessari a far funzionare la macchina del consumo che produce una ricchezza sempre più polarizzata.

Abbiamo barattato le nostre certezze per un tinello a buon mercato e un paio di mutande in più, ma non avevamo scelta, se non quella di non consumare. Impossibile. Oggi siamo in balia di turbolenze difficili da capire, ma la frustata della notte parigina deve farci riflettere.

La reazione che i terroristi cercano di provocare porta alla guerra. E’ ragionevole pensare che essi vogliano la guerra, nel senso che cercano una reazione dell’occidente che renda ancora più fragile, fino alla rottura, quell’impianto democratico costruito con una scelta di pace che, sappiamo, ha anche avuto come corollario l’esportazione della guerra in altre parti del pianeta.

Noi dobbiamo fare il contrario: cercare la pace e portare la pace dove manca da troppo tempo. Questo non è semplice e forse si finirà per passare dal solito percorso di atrocità spacciate per aiuti alla ricostruzione e interventi pacificatori.

Però bisogna spingere da qui, evitando il muro contro muro, comunicando tra culture e capendo che la paura oltre a dividere può unire nel desiderio di un’esistenza non più minacciata dalla povertà e dalla violenza che priva dei diritti che ogni essere umano detiene per nascita. Parliamoci, senza negarci. Neghiamo il consenso a chi ci spinge allo scontro di civiltà che non può avere vincitori, ma soltanto causare devastazione, morale e materiale, qui e altrove.

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  1. dmitri

    Il rischio di tornare indietro è palese: le forze più reazionarie sono all’opera, da tempo, cercando d’impedire che si compia un processo d’integrazione che è inevitabile conseguenza della globalizzazione
    E in questa situazione chi vanta il ruolo di progressista è accondiscendente oltre misura, quasi che pretendere l’accettazione di alcuni valori occidentali (uguaglianza tra i sessi, astenersi dall’andare fuori dalle sinagoghe a accoltellare la gente… ah no questo tocca prima spiegarlo a diversi europei, eccetera) sia una violenza. Così le nostre fiere femministe che si indignano per una pubblicità in cui una donna serve a tavola al contempo difendono il “diritto” di indossare lo chador, a sinistra etichettano come razzista ogni posizione che non sia aderente al nuovo comandamento: tutto è uguale, ma noi siamo i cattivi. Invece di fare vedere che su determinati valori non si transige parte la gara al puntualizzazione al “è
    sbagliato ma… e allora le crociate… e i poveri bambini palestinesi”.

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    • postpank

      Caro Dmitri, il politically correct di facciata non serve a niente, o al massimo non serve più, se ci sono i kamikaze per strada. Ci vogliono meno slogan e più fatti. Non basta non dire negro per non essere razzisti, con tutto quel che segue.

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  2. Topper Harley

    In questi giorni la mia riflessione si incentra su quell’Europa con la E maiuscola. Senza spingermi in Medioriente o in Nord Africa, dove fatti del genere sono all’ordine del giorno, mi chiedo perché ci svegliamo soltanto quando vengono uccisi quelli come noi. Ma nemmeno. Perché se ci fosse stato un attentato, che so, in Polonia o in Albania, sono certo che non ce ne saremmo quasi accorti. A me questo fa veramente paura.

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    • postpank

      La notizia io l’avevo sentita (Gr1, credo). E’ che non ci indignamo per Beirut, la sentiamo lontana, pensiamo sia normale se lì accade qualcosa, c’è questa maledetta abitudine a saperli nei guai e a non distinguere tra un fatto e un altro…

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  3. fabio

    (anche) leggendo questi pochi interventi, la domanda che viene immediata è: come riannodare i fili? come unire analisi e discussioni in un modo che sia funzionale a promuovere nuove possibilità e non stanche ritualità? Se siamo ostaggi delle contraddizioni di questi trent’anni di democrazia occidentale e abbiamo nutrito già una generazione a pane e rimozione, come fare a recuperare conoscenze competenze critiche in grado di impedire le derive che Pancrazio paventa? Come essere per la pace, da qui e da qui evitare la guerra?

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  4. postpank

    in un modo solo, ma non saprei da dove cominciare: portando sviluppo nei posti più nell’occhio del ciclone, inaridendo alla fonte la vena del reclutamento, volendo davvero risolvere il problema, con le parole e con i fatti. Ho paura che siamo ancora ben lontani dal volerlo.

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  5. fabio

    Politicamente è un discorso sul quale non abbiamo mezzi diretti di intervento. Non possiamo costringere i nostri governi a cambi radicali di politiche estere ed economiche. Se fossimo stati in grado, avremmo evitato tante cose… Culturalmente possiamo fare molto, ma i tempi sono ristretti; mentre noi lavoriamo o lavoreremmo per una crescita generale del confronto e per una scelta radicale di pace, gli eventi incalzano e di fronte all’incalzare degli eventi la reazione sarà giustificazionista dei soliti metodi… E’ un bel dilemma ma bisogna sforzarsi tutti, hai ragione

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  6. fabio

    …Sono ora le notizie di falsi allarmi in Place de la Republique… Ora un petardo è uno sparo quando ieri uno sparo era un petardo… Sotto stress sarà difficile riprendere un discorso lucido su quanto noi opinioni pubbliche occidentali ci siamo adagiate e non abbiamo usato i nostri diritti e le nostre libertà per condizionare i nostri governi… Sarà difficile… sarà più facile sentirci assediati e in guerra….

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  7. postpank

    su questo conta chi ci vuole spaventare. ci vuole una grande mobilitazione dal basso, ha ragione Erri De Luca, intervenuto oggi al salone del libro a Montreuil. La mobilitazione crea coinvolgimento e consapevolezza del problema, riduce la paura, crea un senso di coesione, evita la delega in bianco a chi detiene il monopolio dell’uso della forza. Una mobilitazione pacifica ma ferma, a sostegno dell’autorità ma a presidio delle libertà individuali. L’11 settembre può insegnare tante cose.

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  8. fabio

    Giusto. Occorre una mobilitazione, ma occorreva da tempo e i contenuti di questa fanno, farebbero, avrebbero dovuto fare la differenza. Altrimenti le mobilitazioni finiscono per essere strumentalizzate da governi che con la loro insipienza, opportunismo e anche malaffare, in taluni casi hanno contribuito in gran parte a questa deriva. Non abbiamo bisogno di una mobilitazione populista, mediatica o a chiamata; abbiamo bisogno di una mobilitazione delle coscienze e delle intelligenze. Dobbiamo chiedere e pretendere dalle classi politiche svolte importanti in politica estera così come nella gestione della globalizzazione e di tutti i suoi effetti. Saremo capaci? E se sì da dove partire?

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  9. fabio

    Un aspetto inevitabile è questo della risposta francese. Io credo che sarà forte ma al momento è sopratutto di coerenza e di continuità. Non si fermerà qui però. Il G20 si è appena riunito; vedremo cosa i francesi chiederanno e quali conseguenze ne scaturiranno.
    In questo momento in ogni caso sono le popolazioni che debbono elaborare una risposta importante.

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    • postpank

      Sicuro. Hollande aveva preannunciato da subito una simile risposta. Vedremo quali saranno gli sviluppi, chi si stupisce o grida alla terza guerra mondiale in corso rifletta su questi 15 anni (per tacere di quelli prima) e ricordi quante azioni militari ci sono state, estemporanee o continuate. Non c’è bisogno di scomodare luoghi comuni o paroloni, al mondo sono sempre accesi focolai di guerra e questo non è diverso dagli altri.

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