Tutte le parolacce del mondo

Disclaimer: post pieno di turpiloquio gratuito, qua e là persino grave.

Umberto Eco ha messo insieme un po’ di parolacce antiche, in una specie di riedizione-spot della vertigine della lista. Leggendole mi si è riaccesa la memoria: quante parolacce ci siamo detti, o abbiamo ascoltato dire, in vita nostra? E quante erano tutte da ridere? Un’infinità. Da bambini a casa mia non dicevamo parolacce. Ci pareva una cosa bruttissima e proibitissima. L’esclusiva delle parolacce era riservata alla patria potestà, e non è che se ne ascoltassero tante. Le parolacce dei bambini sono, in genere, quelle dei grandi camuffate. Così i vaffancina, vaffallovo e vaffanbecca (usato da mia sorella, mai da me, mai piaciuto) condivano con una spruzzata di proibito le litigate tra fratelli, insieme al linguaggio scatologico standard. Fare la cacca (dei miei cugggini usavano uno strampalato fare la popò anche da grandi), fare la pipì o la piscia. Mai pisciare o cacare. Peggio che andare di notte il cagare, che insieme a sfiga segna la corruzione del vernacolo romano da parte dell’insidia meneghina.

Colpa delle radio cojone? Può essere, il turpiloquio sdoganato in diretta è un triste primato della radio privata stupida, anche se il primo fu Zavattini che tuonò in diretta a mezza mattinata un “per esempio: cazzo” che fece epoca. Ecco, cazzo non si poteva dire proprio. Cavolo, piuttosto. Al limite (mai usato in casa mia) caspio, più probabilmente cacchio. Poi, a Roma si usa dire li mortacci. Ora, per molti si tratta di un’offesa rovente: chi t’è mmurte, li mortacci tua, l’anima de li mejo eccetera eccetera. C’è gente che si offende a morte, s’accapiglia, s’accoltella, eccetera. Ma a Roma li mortacci sono usati in senso ampio e bonario, sono un effetto sonoro, un condimento sapido, una pacca sulla spalla che il tuo migliore amico ti appoggia dolcemente. Bona sta gricia? Li mortacci sua! Hai visto come piove? Li mortacci sua!

Un uso ampio e accettato, anche in famiglia, ma non tra padri e figli. Ahò, tacci tua, ansenti che puzza! Ecco, le puzze, le score, le loffe, le pere, da bambini sono sempre state narrate con divertimento e senza volgarità. Più fiorita la descrizione adolescenziale: tacci tua, te sei magnato li regazzini morti, con la variante dei cani morti, era il minimo che si poteva dire a un mio amico che non sto qui a mentovare, che usava sganciare delle cariche virulente nel mezzo di un tram affollato, e ogni volta sapeva stupire per la spaventosa putrescenza che emetteva dal sedere.

Culo! Culo, culo, il culo si poteva nominare, in modo un po’ birichino, ma si trasgrediva. Assolutamente off-limits i riferimenti sessuali, invece. Oltre ai riferimenti al sesso femminile. Niente da fare, gergaccio da caserma da usare a scuola o per strada, mai in casa, mai e poi mai a proposito di familiari, ingiuria massima esprimere apprezzamenti sessuali sulla propria madre.

Lo faceva un mio compagno delle elementari, che definiva la madre bocchi(censura), rea la povera donna di non comprargli le figurine. Lo stesso soggetto veniva spesso richiamato all’ordine dalla maestra, dietro protesta delle femmine della classe, che lui apostrofava in (sempre nuovi) modi orrendi. Ancor oggi il figuro mi invia quotidianamente immagini e filmati che definire pecorecci è il minimo, per il tramine del tristemente noto messenger WhatsApp.

Detto della scatologia, passiamo al sesso, tacendo dei finti inviti sessuali che soprattutto tra maschi la facevano da padrone. Fuori dal turpiloquio esplicito, erano all’ordine del giorno nei sordidi ambienti degli spogliatoi delle palestre scolastiche ogni sorta di apprezzamenti sessuali, tipo il “guadagnete ‘sto mezzo sacco” con cui s’invitava l’antistante compagno a omaggiare le parti innominabili di carezze lascive. Naturalmente il piccolo branco era omofobo per definizione: tutta la declinazione delle frociaggini veniva squadernata quotidianamente, conosciuta a menadito e agitata a mò di minaccia a ogni pié sospinto.

Di più, se si considera l’aggravante della “stira”, rituale fintamente violento con cui si spogliava un malcapitato e gli si dava una strizzatina alle parti intime, variante più laboriosa e toccacciona dell’asettico gavettone. Lasciare un povero disgraziato chiappe al vento nel bel mezzo di un prato dove di norma si giocava a pallone, denudarne un altro e trascinarlo sotto la fontanella (il nasone), privarlo delle mutande lanciandole dentro la chiesa erano solo alcune delle varianti più perfide.

Molto gettonato anche il tappo a conifera del bagno schiuma Vidal, ideale nelle torride docce post partita o post allenamento o post palestra, dove chi s’inchinava a 90 gradi era perduto. Roba da casermaccia. Tornando agli insulti, detto dei mortacci, va detto anche delle versioni edulcorate della stessa ridanciana battuta romanesca: li mortanguerieri, li mortaletti, li mortalli. Espressioni di fantasia varie, che coprivano tutto lo scibile delle imprecazioni: ti pigliasse un bene, và a morì ammaìto, e via così.

Le bestemmie, poi, non stavano mica bene: roba da osteria, da veneti, da toscani, ma anche roba da gente grande e grossa. Per un ragazzino erano una prova di età adulta raggiunta, come fumare le sigarette, bere il vino, trafficare con i giornali porno eccetera. Per camuffare le bestemmie, da timorati di dio o da persone che tentavano di rimanere compatibili col contesto sociale, si coniavano espressioni di grande fantasia. Il mitico porcoddena le batteva tutte. Diffuso il mannaggia quel porco, il porco dinci, il porcoddue, raro e inelegante il porcoddìoci, inflazionata la porca madosca, non usata in contesti romani la maremma maiala. Sentito da più parti il Viva Maria usato in modo sarcastico/spregiativo. Mannaggia cribbio era una sorta di outtake, mentre a Napoli si portava molto bestemmiare il padre turco.

Anche i santi di fantasia erano molto gettonati: San Pisterno era declinato in varie forme, fino a un comico San Pistello nano che sentivo spesso tirato in ballo. Per alcuni, però, si trattava di bestemmia comunque, perché proferita con l’intento di vilipendere la divinità (o il santo, indipendentemente dalla sua reale esistenza). In effetti la bestemmia dovrebbe essere prerogativa (eventuale) dei soli credenti: non si vede il motivo per cui un ateo dovrebbe insultare o maledire un’entità in cui non crede. Ma forse si tratta di una turpe piacere aggiuntivo, lo sfottimento ulteriore del credente già abbontantemente vilipeso con il panciuto e succoso “mannaggia il clero” che alcuni, con poco senso della musica, hanno derubricato in un poco agile e allitterante “porco il clero”.

Fuori dal campo minato delle credenze religiose, ci si sollazza con la metafora sessuale. La fa da padrone l’attributo maschile, che in italiano si usa diffusamente per rafforzare parti del discorso che potrebbero sembrare sciape al limite dell’esangue: che cazzo vuoi, che cazzo dici, chi cazzo sei, non vali un cazzo, non mi dici un cazzo, non conti un cazzo, non ho guadagnato un cazzo, che cazzo di lavoro, che cazzo di città, che cazzo di squadra, che macchina del cazzo… si potrebbe andare avanti per ore. Anche le altre “parti” dell’attributo maschile sono molto nominate: dire che palle è ormai considerato mainstream, appena più volgare la variante coglioni, sicuramente agibile quando si tratta di definire soggetti stupidi o fessi. Lo stesso di “cazzo” non vale per altre parti del corpo, men che meno per l’equivalente femminile, mentre si può agevolmente sostituire all’inflazionato termine un più discreto minchia che, nonostante significhi la stessa cosa, in ambienti non-siciliani è visto quasi alla stregua di un “cacchio” qualunque. Altri sinonimi “soft” sono ceppa o mazza, meno diffusi (anche se conosco congreghe che se ne fregiano indegnamente) nerchia, belino, fava.

Nel caso della verde leguminacea va segnalato il curioso caso senese: i miei vicini di casa, forti bestemmiatori e coltivatori di un deciso e fiorito turpiloquio, si vergognano di nominarla come d’uso in italiano “fava”. Usano, invece, un più pudico “baccéllo”, che dovrebbe preservarli dallo scurrile riferimento sessuale.

Nominare l’organo sessuale femminile, invece, è decisamente volgare, al limite dell’off-limits, con un paio di eccezioni quasi del tutto sdoganate: usare fica (figa alla milanese) come aggettivo, anche al maschile, per indicare un soggetto particolarmente avvenente, oppure un oggetto “cool”, che è di moda, che è trendy, che bisogna avere. Così è nato il gran fico, la ficata, giù giù fino alle varianti edulcorate del ganzo, dello sghicio o dello sghecio, inventate dalle bocche più pudiche.

Allo stesso modo il toscaneggiante “trombare”, anche per il noto tormentone di Bebo Storti, aka Conte Uguccione, è abbondantemente accettato e sostituisce le versioni più volgari che si usano per riferirsi all’atto sessuale. L’uso figurato della definizione volgare del rapporto anale, invece, è pienamente ammesso come sinonimo di fregatura, che si può dire “inculata”. Entrambi i significati sono sconvenienti, perché si riferiscono a significati sessuali “subiti”: chi ti frega abusa di te.

E si torna a girare intorno alla questione principale che anima il gergo da trivio, da caserma, da suburra, da bassifondo che attrae la marmaglia ma anche la gente più fina, quella che viene dai posti beneducati ed eleganti: i modi più fantasiosi e trucidi per raccontare, alimentare, condire, rappresentare la schermaglia sessuale…

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  1. postpank

    Dimenticavo: a Napoli si usa comunemente “sfaccimm'” che in italiano vuol dire sfaccime, cioè sperma. Credo non si usi da nessun’altra parte…

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  2. Pa-Gnogno Moscarelli

    I romani usavano l’imperativo “futue” molto più frequentemente di quanto lo facciamo noi col fottiti, e “mentula” era un intercalare ancora più comune del nostro “cazzo”.
    Non fossimo stati condizionati dai due millenni di sessuofobia cristiana che si sono arrogati il diritto di decidere “ad mentula canis” (tanto per restare in tema) cosa fosse “sporco” e cosa “pulito” non avresti avuto nessuna necessità di far precedere il post da un disclaimer. 😉

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