Una chiesa senza bellezza è destinata a svuotarsi

La settimana scorsa ho partecipato a una piacevole cerimonia: il battesimo del figlio di un mio carissimo amico, in una chiesa piuttosto bella e antica che si trova in un paesotto che ha visto tempiSanto_Volto_Torino__ migliori sul litorale romano. Il prete nell’omelia ha accennato a un tema interessante: non bisogna vergognarsi della propria fede, bisogna andarne, anzi, orgogliosi. Giusto, sacrosanto, ma anche rivelatorio di una sindrome d’accerchiamento che va avanti non da oggi. Le chiese sono vuote: ci metto piede saltuariamente ma le trovo sempre vuote, con qualche sparuta e silenziosa presenza. Gente anziana, perlopiù.

Chiese spesso brutte e piene di paccottiglia assurda, segno di una sciatteria che non può essere la causa principale dello svuotamento, ma certo non passa inosservata. Le statue a grandezza naturale di Padre Pio, la pubblicistica missionaria e gli opuscoletti finalizzati al drenaggio di qualche piccola e stracca elemosina, i terrificanti lumini elettrici che sostituiscono le candele, il senso di raccogliticcio, di vecchio e sbiadito che si fa passare per frugale e pio.

Le chiese “nuove” (vedi esempio in foto) meritano, poi, un capitolo a parte. Si costruiscono obbrobri con un accanimento tale che viene da pensare se la finalità del costruttore non sia blasfema, oppure autolesionista, volta a creare luoghi di culto che respingano gli ultimi fedeli. Non si capisce come la committenza delle magnifiche opere realizzate in secoli e secoli per la gloria dell’onnipotente si sia potuta trasformare nella fabbrica degli orrori contemporanei. Luoghi freddi, brutti e respingenti, rituali stanchi e lontani dal tempo, più un accentuarsi pericoloso della deriva settaria del noi contro gli altri che accomuna un po’ tutti i culti religiosi, non esclusa la religione dell’ateismo. Per quel poco che ne so, mi pare che i musulmani abbiano un senso del decoro molto maggiore, o forse per il fatto di non rappresentare immagini sacre si tengono lontani da certi obbrobri.

Viviamo un tempo in cui la bellezza viene apprezzata poco e declinata in ambiti diversi da quello dove si esercita la religione. Però c’è anche una trasformazione della fede, che si sversa in mille rivoletti, tra il relativismo, le derive millenaristiche, la new age che ormai è roba vecchia pure lei e le confessioni-azienda che sembrano godere di buona salute, in confronto al bolso arrancare della Chiesa Cattolica, scossa dal fervore di un Papa eccezionale ma infinitamente corrotta e del tutto incapace di mantenere un ruolo-guida.

Eppure basta entrare in una cattedrale o in una delle tante pievi, ce ne sono ovunque, per apprezzarne la bellezza e per farsi un’idea di quanto questa magnificenza abbia potuto incidere nell’immaginario dei fedeli. Quanto, soprattutto, abbia trasmesso valori che hanno a che fare col decoro perduto che fa stracciare le vesti a tanti cittadini smarriti, che si lamentano di aver perso tutti i punti di riferimento. In realtà una società inchiavardata al precetto cattolico come la nostra mostra un decadimento parallelo: una sorta di relativismo della rettitudine morale che è simmetrico a quello che ci ha abituato a sottrarci al precetto religioso. Un’autoindulgenza secondo la quale nessun peccato è talmente grave da non essere emendabile attraverso il pentimento.

Una redenzione fai da te a gratis, che ci suggerisce di scantonare ogni volta che ci conviene, tanto così fan tutti e non è da questi particolari che si giudica una persona retta. Invece i particolari contano: vedi, di nuovo, la foto dell’orrendo luogo di culto, che sembra pensato con l’unico intento di respingere. Quanto alla redenzione, la croce sta lì a significare che costa sangue, sudore e lacrime. Il che travalica il precetto religioso, per farsi regola di vita valevole per tutti, indipendentemente dalla confessione. Ma sangue, sudore e lacrime hanno smesso di incutere rispetto: l’indifferenza rispetto al dramma umano cui assistiamo quotidianamente, tra flussi migratori e guerre insensate, sta lì a testimoniarlo.

Bisogna comprendere che il mondo si salva salvando la bellezza. Non c’è altra strada. Le streghe di Macbeth cantavano “E’ brutto il bello, è bello il brutto”. Shakespeare rappresentava così la razionalità negata, attraverso personaggi complessi e ambigui che si prestano a più letture. In quel canto si potrebbe cogliere un invito a diffidare dal conformismo, ma forse è meglio soffermarci a una lettura più standard, che dice che la negazione della bellezza è la rappresentazione del male.

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  1. dmitri

    Questo si può estendere all’architettura tutta. L’ultimo tentativo di costruire qualcosa che fosse monumentale risale ormai a tre quarti di secolo fa, a parte le sculture di Gheno alla Garbatella: legnaie verticali. Effettivamente quella che hai pubblicato (la chiesa) non è male se paragonata a Santa Maria della Visitazione, a Casal Bruciato.

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  2. Pa-Gnogno Moscarelli

    I preti hanno sempre cercato di fare acchiappanza modificando la forma e, perdona la rima, lasciando inalterata la sostanza. Adeguandosi in tutto, dalla musica all’architettura, all’andazzo (anche sguaiato) del momento; con risultati a volta straordinari, vedi il barocco, a volte tutt’ altro, vedi il il piglio littorio della “tua” chiesa di san Felice da Cantalice, e a volte grotteschi come certe chiese-astronavi da filmetti di fantascienza di serie B.
    Col risultato che chi dovrebbe essere invogliato ad entrare, magari anche un miscredente come me, non ci entra nemmeno per vedere fino a che punto è stato scemo chi l’ha costruita.
    Giustamente, come dici tu, la mancanza di bellezza è solo una concausa dello svuotamento delle chiese, ma il fatto curioso è che la bellezza è venuta a mancare proprio a causa delle trovate messe in atto per riempirle.
    Per farti un esempio: io non frequento chiese, però a volte ci entro per considerarle dal punto di vista estetico, e ci resto per tutto il tempo necessario; ma mentre se ci entro durante la celebrazione una messa in gregoriano ci resto volentieri, se mi capita di farlo mentre stanno strimpellando una “messa rock” manco ci appizzo.
    Stamo assistendo ad un paradosso che non ha spiegazioni: quando non c’era bisogno di attratte gente, le chiese le facevano i Vignola e i Brunelleschi, ora che la gente latita le fanno fare agli epigoni dei Fuxas.
    E poi si lamentano pure. 😀

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