L’azienda chiude? La prendano i lavoratori. Ma facendo attenzione

Leggevo questo interessante post uscito su PopOff e ripreso da amici su facebook e non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia esperienza personale di Workers’ Buyout. Non so se è censita dentro le 252 di cui parla l’articolo, secondo il quale il 36% delle aziende rilevate dai lavoratori riuniti in Cooperativa è ancora attivo. Un dato rassicurante, che a orecchio mi pare superiore a quelli che si riferiscono alla speranza di vita per le Startup.

I lavoratori che rilevano l’azienda che chiude e salvano il proprio posto di lavoro: una bella cosa, che restituisce dignità a chi se la vede negata dallo smantellamento dell’azienda per cui lavora. Se tralasciamo per un momento il fatto che le aziende servono a far guadagnare soldi agli imprenditori, possiamo cogliere il senso nobile dell’aggregazione tra persone diverse per il raggiungimento di uno scopo, che riassume tutti gli ambienti di lavoro, o perlomeno quelli più sani.

In un’azienda si sviluppano competenze, si opera tutti insieme per produrre un risultato, qualunque sia, cercando di tendere al meglio. Il che, in un certo senso, ha a che fare col Lavoro, inteso come attività volta a migliorare la qualità di un uomo: in azienda un uomo può elevarsi se tende a fare al meglio il proprio lavoro, identificandosi. Essere quello che si fa mentre lo si fa (il che è diverso dall’essere nel lavoro 24 ore al giorno, che produce alienazione. Essere il lavoro quando ci si trova sul lavoro, la ricetta è semplice. Forse).

Fare sì che il lavoro sopravviva all’azienda è l’obiettivo del workers buyout. Perché questo accada, però, devono esserci delle condizioni che nell’esperienza che ho vissuto (Cooprint) mancavano quasi completamente. Mandare avanti un’azienda non è una cosa facile. Risollevarne una dalla crisi è ancora più difficile. Servono competenze per capire i motivi della crisi e per formulare la giusta ricetta per uscirne.

Serve pensare una strategia commerciale, organizzare la produzione, frenare l’istinto che porta il lavoratore che all’improvviso sente di aver voce in capitolo a travalicare le proprie reali capacità, pretendendo di decidere su cose che non comprende fino in fondo. Serve prendere le sembianze dell’imprenditore, che se da una parte ha i connotati spesso odiosi del padrone, dall’altra ha il polso dell’azienda e la capacità di farla funzionare producendo una sintesi delle forze e delle volontà che la compongono.

In un’assemblea orizzontale è difficile decidere, perché non c’è tempo di sviscerare le questioni a beneficio di tutti. Il problema è la carenza di conoscenze specifiche che porta a non saper gestire il flusso delle informazioni correttamente. In più c’è l’ostacolo dei soldi: un’azienda senza quattrini (quelle gestite dai lavoratori in genere lo sono) non è in grado di attrarre un management che possa risolvere il problema delle competenze che mancano e dell’incapacità di elaborare una strategia valida per il governo dell’impresa.

La ricetta è una: testa bassa e lavorare. Il che non sempre basta. Veniamo da una congiuntura micidiale, che non accenna a migliorare. Alcuni settori sono in preda a una crisi irreversibile, tipo quello in cui operava Cooprint (industria grafica). Viene in mente che le aziende che possono trasformarsi in cooperative gestite direttamente dai lavoratori sono quelle che hanno risolto in partenza, almeno in parte, il problema commerciale, magari perché dispongono già di committenti in uno scenario in cui è carente l’offerta alternativa sul territorio o nello specifico settore di produzione. In quel caso sono, in sostanza, i committenti stessi a sostenere l’azienda che rinasce grazie ai propri lavoratori.

In casi, cioè, in cui i lavoratori continuano a fare quello che hanno sempre fatto, magari rendendo più efficiente la struttura, portando qualche correzione dovuta all’esperienza e al cambiamento del punto di vista. Non è facile e occorre un grande impegno. E’ fondamentale non rimanere soli, e, purtroppo, quando un’azienda non riesce a decollare (o a ripartire) si è soli di fronte ai problemi da risolvere, che diventano ogni giorno più grandi.

Ci vuole lucidità per gestire la crisi. Se un progetto d’azienda non decolla, occorre fermarsi in tempo per evitare di fare danni. Il monitoraggio della situazione economica dev’essere costante, perché i soldi spesi male possono essere veleno e la disponibilità finanziaria va gestita e dosata per il meglio. Anche perché i soldi immessi in un ciclo economico tornano indietro soltanto se il ciclo funziona.

Sbagliare a scegliere i clienti, i collaboratori, i fornitori, i soci costa soldi che l’azienda non ha. E’ importante esserne consapevoli. Per difendere il lavoro, il reddito e la dignità, e perché certe parole non illudano, ma siano, anzi, lo sprone che fa crescere. I lavoratori che rilevano l’azienda hanno bisogno d’aiuto, deve esserci chi investe su di loro senza pretendere un ritorno immediato ma accompagnandoli in un percorso che è lungo e pieno di difficoltà e di trappole da superare.

Qualcosa che si può fare se si è solidali: lavorare senza badare ai soldi è possibile? Quanti se lo possono permettere? Per molti l’accesso agli ammortizzatori sociali è ossigeno, farsi anticipare la mobilità per mettersi in proprio esclude la possibilità di pagarsi un salario, almeno fin quando l’azienda riattivata non produce i primi introiti. Questo porta a una scrematura e a un indebolimento della compagine sociale, che perde i lavoratori che hanno più possibilità di ricollocamento immediato.

Bisogna valutare, insomma, la situazione: se ci sono gli elementi giusti e se c’è la possibilità di farsi aiutare, si può tentare, se non c’è la massima coesione e la condivisione dell’impegno è meglio lasciar perdere. Evitare boomerang e progetti velleitari che stritolano chi li mette in piedi, quando la soluzione più semplice rimane trovare un’altra occupazione. Valutare, insomma, le condizioni dell’azienda, senza pensare che rilevarla sia una ricetta che funziona in tutti i casi. Il che vale per qualsiasi attività imprenditoriale, soprattutto per quelle più complesse, che coinvolgono un numero elevato di lavoratori.

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