Bambini sulla spiaggia

I bambini sulla spiaggia dovrebbero andarci per giocare. Secchiello, paletta, formine, tappini, pallone, racchettoni, braccioli. Imparare a nuotare. Correre avanti e indietro, stare in acqua finché non si lessano i polpastrelli, stramazzare addormentati sull’asciugamano o sul sedile posteriore della macchina che li riporta a casa sfiniti e cotti dal sole.

Il mare questo lo sa. Il bambino di Bodrum, Aylan, tre anni, ha provato a restituirlo alla spiaggia, perché provasse a svegliarlo dolcemente, cullandolo con il frangersi della risacca. Ma lui non poteva più svegliarsi. Noi ci interroghiamo se sia stato giusto scattargli quella foto, mentre era senza vita, riverso, con tutto il suo corpicino piccolo di progetto d’uomo annegato per traversare il mare a cercare il pane e la pace.

Quella foto da annegato annoda il filo con la foto della bambina vietnamita che scappa, nuda, dal fuoco della guerra, la schiena ustionata. Quasi 50 anni fa. Allora come oggi usiamo le immagini per raccontare l’orrore. Perché sappiamo che l’orrore è indicibile e che un’immagine si può comprendere fuori dagli steccati formali del linguaggio, inadatti a dire. La foto ci arriva addosso come un treno in corsa. Non è come essere lì, ma quasi.

Obbliga a formarsi un’opinione almeno sensoriale. A pensare all’acqua, se era calda o fredda. Al corpo, se l’acqua lo muoveva ancora o si era definitivamente spiaggiato. All’intorno, se c’era qualcuno o no, Bodrum è una località di mare sempre gremita di turisti, piena di luci che si vedono nitide da Kos. Qualcuno c’era, avrà visto arrivare il corpo e i detriti, o sarà passato sulla spiaggia la mattina presto, per fare una passeggiata, pescare, prendere il sole, fare il bagno.

Un bambino piccolo è privo di difesa, che sia vivo o morto. A tutti verrebbe spontaneo tutelarlo. Avere cura anche della sua memoria. Proteggerlo nella sua somma sventura. Ma c’è anche altro da fare. C’è da significare qualcosa perché non si rimuova un dramma. Sappiamo che se non esibissimo le prove sulla Shoah prevarrebbe chi nega. Sul genocidio armeno anche peggio, è passato ancora più tempo. Sulla questione dei migranti c’è chi ha fondato un programma politico che nega la solidarietà e l’accoglienza, tirando una riga che cancella un secolo di storia europea scritta col sangue dei caduti di due guerre mondiali, della guerra dei balcani, della guerra civile spagnola e delle vittime inermi delle grandi dittature.

Tira una riga che nega la pace e la solidarietà di questa Europa che ha dimenticato il sangue e le rovine. Ci sono Paesi che fino a 25 anni fa speravano di guadagnarsi la libertà anche scappando e chiedendo asilo e oggi negano, ostacolano e schedano. Ci sono persone che si chiudono nell’egoismo. Ci sono politici che alimentano l’odio e l’indifferenza, etichettando il bambino di Bodrum come delinquente, predone clandestino che approfitta dell’orrore per nascondere il suo vero volto, quello di chi migra per venire qui a toglierci il benessere guadagnato col sudore della fronte.

La foto del piccolo Aylan non fermerà questa gente, nessuno di loro si sentirà in colpa o mosso a compassione. A muovere l’odio è l’interesse e la brama di potere. La benzina è l’ignoranza. Quindi ci sarà sempre chi farà spallucce di fronte a certe immagini e continuerà a odiare, a negare e a respingere. La foto serve a dire quello che non si può dire ma non si deve tacere. E’ il riconoscimento della salma che dobbiamo fare tutti, perché col bambino di Bodrum muore la solidarietà su cui è fondata, eccome se lo è, l’idea d’Europa in pace e prosperità che ci ha portato dove siamo.

Non ci siamo liberati, in questi 70 anni, della patina d’ipocrisia lasciata da una pace forzata, da un’amicizia voluta a tavolino, da un’integrazione programmata sposando una bandiera, ma avendone in mente un’altra. L’odio ribolle, nel frattempo, e talvolta tracima. L’immagine di quel bambino lontano deve restarci negli occhi, per capire che da noi si è ancora in tempo a prendere le distanze da un racconto del problema che è malato di sciacallaggio, prima che segnato dall’aberrazione del razzismo. Che nasconde interessi politici che calpestano questo corpicino inerte.

Dobbiamo capire che non c’è steccato che possa tenere lontano questo orrore. L’immagine di un piccolo naufrago spiaggiato sulla costa del mare della speranza, che è diventato prima paura, poi morte, racconterà con più forza, da adesso in poi, che c’è chi contrabbanda esseri umani in pericolo di vita per nemici della pace e del benessere della nostra società. E anche, ovviamente, che c’è chi contrabbanda esseri umani, punto.

Nel nostro salotto caldo, o anche al freddo della nostra cassa integrazione, sui banchi di una chiesa, seduti al bar o gridando di gioia allo stadio, non ce lo dobbiamo dimenticare. Solo noi potevamo salvare il bambino di Bodrum, e se è morto siamo coinvolti nella sua morte. Per la nostra incapacità di comprendere, per la nostra indifferenza, per la nostra voglia di non guardare, che offende per l’ultima volta la memoria di questo innocente, infierendo su di lui con lo strazio di una prima pagina titolata per sferzare chi di noi riesce ancora a rimanere inerte.

Niente asilo. Parole come pietre, ma le pietre tirano a fondo. Qui il mare, invece, riporta tutto a galla, depositandolo sulla riva, perché tutti vedano. Con questo, ci condanna. Senza appello, ma c’è ancora modo di riscattarsi. Non dimentichiamo questo piccolo corpo che ci sveglia dal torpore e ci muove a compassione. Soprattutto, coltiviamo questi sentimenti di pietà. Basta con l’odio e con l’indifferenza. Siamo l’Europa, un po’ cristiana e molto socialista, e sappiamo benissimo cosa c’è da fare. Basta ricordarselo.

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