Dachau

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Imboccando a Monaco la Dachaustrasse mi rendo conto di una cosa: Dachau è una cittadina. Non si esaurisce con il KZ, il Konzentrationslager, ma ha una sua vita, un centro cittadino, ci abita della gente, ci sono chiese, fabbriche, uffici, scuole, impianti sportivi. Ci sono oggi come c’erano allora. Fa impressione vedere il traffico che passa dietro al muro col filo spinato e le torrette bene in vista. Mi viene da pensare al fatto che la gente convive ancora con quello che è stato, i cui resti si confondono col paesaggio. Mi viene da chiedermi come sia possibile abitare in un posto in cui giri l’angolo e avvisti la torretta di un campo di concentramento nazista.

Al campo arrivo a piedi, superando strade polverose battute da un sole irreale per un posto come la Baviera a metà agosto. La macchina segna 35°, se va bene. Al sole sento le gambe venir meno, non ce la faccio. Avanzo pensando a quello che vedrò. Il freddo deve essere molto peggio.
Il cancello annuncia, beffardo: Arbeit macht frei. La gente si accalca, scatta foto, i sorrisi si spengono. Il posto chiede serietà. Lo apro e cigola, mi fa effetto sorpassarlo ed entrare nel campo. Mi aggiro per l’area ricostruita, leggo i pannelli del museo, guardo i poveri oggetti esposti, le foto, memorizzo qualche nome. Mi colpisce l’attualità del cartello che spiega la persecuzione di Rom e Sinti, che i nazisti definivano “asociali” e per questo degni di far parte della soluzione finale. Ci sono greci, italiani, ungheresi, francesi, tedeschi, ebrei, testimoni di Geova, slavi di tutti i tipi, oppositori, nemici, comunisti, omosessuali. Assisto alla proiezione del documentario in italiano, visito la ricostruzione della baracca, attraverso il campo, conto i basamenti delle altre baracche riempite di pietre, percorro la lagerstrasse. Sotto a un sole che brucia.

Visito il crematorio vecchio e quello nuovo, la sala delle docce, poi rimonto fino al bookshop. Guardo la gente triste, seria, attonita, compresa, che legge, tocca, s’interessa e fotografa. Tanta gente, da tutta Europa. Anche tanti tedeschi. Sento caldo. La ricostruzione è impressionante, ma mi soffio nell’orecchio che quel tavolaccio non è quello originale, che è tutta una ricostruzione, che sono veri solo i forni e che non ci sono prove che queste docce qui abbiano mai funzionato.
Non basta.

Veniamo qui in migliaia e avvertiamo le stesse sensazioni: chi pena, chi dolore, chi stupore, chi pianto o rassegnazione. Non sembra esserci spazio per l’odio. E’ un senso di pietà e di desolazione, semmai. Ma il campo ha una sua terribile dinamica, è stato pensato nei minimi particolari per essere quello che era. E ha raggiunto il suo scopo.
Le sensazioni che provo, in una giornata torrida, vestito in modo confortevole, bevendo ogni tanto un sorso d’acqua, proteggendomi all’ombra, sedendomi quando la schiena si fa sentire, sono normali. Fanno parte dell’umano e del comprensibile. Sono bisogni a cui rispondo: sete/acqua, stanchezza/riposo, caldo/ombra.

Qui dentro però è passata gente, centinaia di migliaia di persone, i cui bisogni sono stati negati. Il che mica spiega ancora niente, beninteso. Qui dentro è stata stipata gente in numero decine di volte superiore a quanto il campo avrebbe mai potuto sopportare, gente che è stata insultata, percossa, esposta al freddo e alle malattie, affamata, assetata, annientata. Ammazzata di botte, frustate, punizioni, fatica. Sottoposta a esperimenti medici. Torturata in modo sadico.

Sono cose che accadevano di continuo, tutte insieme, a gente costretta a lottare, uno contro l’altro, per rimanere in vita, di fronte a una  concomitanza di violenze e privazioni individuali e collettive che è impossibile anche solo immaginare.
Qualcosa a cui non si può resistere, se non facendo appello all’estremo potenziale umano, alle profondità più ime della resilienza e della capacità di sopportazione.

Il male, l’odio, la violenza, il sopruso: sono solo parole.

Quello che è accaduto a Dachau, campo di concentramento che è stato modello per lo sviluppo della macchina di sterminio, va al di là del descrivibile. Per questo, forse, la gente che in quel posto ci abitava non si è accorta di quello che succedeva. Era difficile anche solo immaginare che fosse possibile quell’orrore.

Guardo gli alberi del campo e penso che parte di quei corpi prima straziati e poi cremati vive in quelle piante, in quell’erba, in quel fiumiciattolo che passa. Ma niente spiega davvero, niente consola.

Mentre mi appresto a riaprire il cancello con su scritto Arbeit macht frei per uscire una voce davanti a me tuona: EINE MINUTEN. Mi fa trasalire, ma penso al caldo. Tutti si girano. Il tipo ha i baffi e i capelli bianchi, mi para davanti la mano sinistra, l’aria accigliata, un cappelletto in testa. Con la destra alza una macchina fotografica e scatta una foto al cancello chiuso, con noi dentro al campo.

Una voce che in tedesco ci ha intimato di non uscire. Non so reagire. Sono sorpreso.
M’incammino, passo accanto all’uomo con i baffi che in un chiaro parlato toscano (diciamo versiliese) sfotte l’amico: “guarda che ti faccio la doccia”, dice.
Vorrei dirgli qualcosa, ma il luogo chiede rispetto. E sospensione del giudizio, almeno in casi come questo. Ma al caldo e alla pena, così, si unisce la vergogna.

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  1. rachelgazometro

    Quando sono stata con i miei figli non trovavamo la strada con la macchina. Per fortuna avevamo con noi una brochure dell’albergo sulla quale era indicato il campo. Ci fermiamo per chiedere facendo vedere la brochure. Nessuno ha saputo indicarcelo, uno ci ha anche chiesto se si trattasse di un “parco a tema”. Migliaia di ebrei tedeschi, magari anche loro concittadini, internati e morti a due passi dalle loro case, ed ancora c’è chi non ne ha memoria.

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  2. postpank

    Una chiosa al racconto dell’episodio del cancello: non è detto che quel signore mancasse di rispetto al luogo o non capisse dove si trovava. Le reazioni della gente a simili stimoli possono essere le più varie e il fatto di trovarsi in gruppo può spingere qualcuno a esternare il proprio “stato confusionale”, perché di quello si tratta, anche in modo inadeguato. Per questo il giudizio, secondo me, va sospeso. E’ invece positivo e importante che quel gruppo di persone si trovasse lì.

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