Vizio di forma

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L’afa ha un po’ mollato la presa, ma ci abbiamo preso gusto col cinema rinfrescante, così continuiamo a trascinare gli stracchi calcagni sul ghiaino del forte mediceo e a poggiare le terga sulle orrende sedie di plastica, che regalano sudate copiose e subdoli mal di schiena. C’è sempre un bel po’ di gente e anche stavolta, che il titolo è ostico, vista la fama di Pynchon e nonostante Paul Thomas Anderson, che da solo ti dovrebbe far staccare le chiappe dalla sedia.  Comincia che Doc Sportello è un detective losangeleno pazzo, che arrolla e fuma spinelli uno via l’altro, si concia da hippy con i piedi luridi costretti in cianfarotte che ricordano sandali, e cappellacci, pantalonacci, camiciacce, basettonacci pieni di pitocchi.

E’ un meraviglioso Joaquin Phoenix, che ricorda un po’ Lebowski ma solo un po’, sennò poi Pynchon si offende. Doc riceve la visita di Shasta, sua vecchia fiamma, stragnocca ex hippy che gli affida una missione un po’ vaga. Impedire che il suo Mickey Wolfmann, re delle immobiliari cittadine, venga spedito al manicomio dalla moglie e dal suo ganzo. Doc ancora ci pende, e lei ci marcia.

Lui ha un ufficio condiviso con un dottore che ha poco del dottore e più del pusher di anfetamine travestite da vitamina B12. Occupa la stanza in fondo a sinistra dove trova Tariq, che fa parte della Black Guerrilla Family e cerca un membro della Fratellanza Ariana che gli deve dei soldi. Il nazistone è una guardia del corpo di Mickey.

La doppia ricerca parte da un bordello surreale, un baraccone nel deserto dipinto a tinte psichedeliche dove suoni al bancone e si apre lo spioncino a forma di gnocca, con la tipa che esce fuori a proporre una serie di offerte speciali incentrate sulla leccata della stessa. A prezzi ottimi per gli hippy, con dimostrazione “live” che distrae il detective fattone, che si allontana confuso e viene steso da una bella bastonata.

Si risveglia sdraiato vicino al tipo che stava cercando, morto stecchito. Il suo poliziotto nemico Bigfoot, aria da Big Jim e odio viscerale per gli hippy, è già sul posto, con un certo spiegamento di forze. Se lo beve e lo torchia in galera, poi lo rilascia su intervento del più improbabile degli avvocati, un tipo più sbroccolato di Sportiello che si occupa di diritto nautico. E’ tutta una sarabanda di gag, battute fulminanti e personaggi improbabili mentre la storia salta di palo in frasca e ha un andamento assurdo, scandito da una voce fuori campo non meno improbabile, che sul libro, se non ricordo male, non c’è.

Poi c’è Hope, un’ex tossica con i denti rifatti, che incarica Doc di trovare il suo Coy, sassofonista surf che sarebbe morto ma forse no. La tipa del bordello manda un messaggio di scuse per aver fatto finire Doc nelle mani della polizia e gli dice di stare attento alla Golden Fang (zanna d’oro). La Golden Fang è una specie di clinica odontoiatrica folle, dove Rudy Blatnoid, dentista tossico e pazzo, ne combina di tutti i colori.

Doc sniffa tutta la dotazione del dentista e s’imbarca in una nuova sarabanda di incontri e accadimenti, sempre con una scarpa e una ciavatta, spesso e ovunque incontrando il Coy che non è morto ma fa lo spione o qualcosa del genere, ma vorrebbe tornare da sua moglie e sua figlia. Per non parlare del poliziotto Bigfoot, con cui ogni tanto si incontra per fare il punto sulle inchieste, assistendo ai suoi strampalati comportamenti.

Lui intanto trova anche Mickey, mentre Shasta sembra sparita. Poi torna e lo trova fattissimo. Non che sia una novità. Lei s’ignuda, lo provoca e gli racconta di come e perché l’ha lasciato. Lui si riha, reagisce e la tromba. Ma non vuol dire che si torna insieme, convengono. La situazione poi precipita e Doc s’infila nella tana dei trafficanti della golden fang. C’è un colossale picchiatore nazista che lo lega e vuole ammazzarlo con un’overdose.

Lui si libera e riesce a stordirlo con una botta in testa, poi lo fa fuori iniettandogli la dose alla giugulare. Trova Bigfoot che gli riempie la macchina di droga, scambia la droga con la libertà di Coy, lo rimanda a casa e torna con la sua Shasta, ma non vuol dire che stiano insieme, convengono.

Il film è uno spasso, la gente si diverte, non capisco le recensioni che parlavano di noia quando è uscito, io me l’ero perso perché da me era passato alla chetichella, una botta e via. Il libro di Pynchon era più che potabile, decisamente il meno impervio. La sceneggiatura è spettacolare, gli attori molto bravi con un Phoenix superlativo. Anderson mi piace sempre tanto…

Alla fine arranco dietro a mia moglie nelle mie ciabatte, mi accorgo simili a quelle di Sportello. Appena rientro a casa, giuro, mi lavo i piedi.

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