Festa Medievale

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Come ogni anno, la kermesse è finita, anche con il piccolo contributo del Vostro blogger di fiducia. Le dame e i cavalieri hanno battuto in lungo e in largo la piazza del Castello, mentre mangiafuoco, giullari, saltimbanchi, trampolieri e musici si sono divertiti come ragazzini a mascherarsi e a fare i loro spettacoli, spersi in mille rivoli, tra crocchi di gente che garrula salutava il volo del falco, ammirava i trampolieri e rideva alle legnate menate sul groppone del gobbo finito nella rete dei cavalieri che si burlavano di lui e lo additavano, con fare poco politically correct, al ludibrio della folla. Ma si sa, lo storpio può essere pure un trastullo.

Ci sono due livelli di divertimento nella festa: quello dei figuranti, molti dei quali amano mascherarsi e presentarsi in pubblico, per una volta, vestiti da draghi, diavoli, guerrieri, fantesche, maghe, madonne, indovine e cavalieri. Quello dei visitatori, che si dividono tra bambini che fanno ooh, genitori che fanno chi boh e chi bah, ragazze belle che si comprano coroncine di fiori e girano agghindate come manco a Woodstock, giovani in eccesso di testosterone perenne che scortano o rincorrono le ragazze agghindate con i fiori. I giovani, poi, trincano. Qualunque cosa. Paioli di vini speziati e mescolati alla frutta. Litri e litri di birra fresca beverina. Vino chianti di bassa qualità, bianchi e rossi che il tavernello rifiuterebbe di chiudere nel suo tetrapak umile ma onesto.

Un’arsura dovuta alla calura, che libera per tempo il demone della danza, propiziatoria delle congiunzioni carnali che restano pie intenzioni per l’ottundimento che la curva dell’assorbimento di liquidi alcolici a un certo punto produce. Mentre la curva ascende, il gusto per lo spettacolo musicale si fa meno selettivo. Qua entrano in gioco le squadre di stamburatori furiosi, che suonano ognuno per i cazzi propri, tanto più anarchici quanto più sale il ritmo. Tutto introduce al sabba finale delle ciaramelle e delle cornamuse, tripudio di pive e melodie pecorare finto britanniche che scalzano dalla piazza il percuotere fuori sincrono di tammurriate, sambe e saltarelle, per immergere tutti nel brodo danzereccio che mischia gighe, mazurche, colonne sonore hollywoodiane e echi della memoria di fienili marchigiani dove si ruzzolava al tempo di Neil Young o di Nicola di Bari, ciascuno secondo i propri gusti.

Il tutto condito col botto finale dello spettacolo pirotecnico che c’illumina, stretti e felici dentro le mura maestose, chi ciondoloni per il vinaccio ingurgitato, chi vigile nella speranza di una deriva mutandara che sopraggiunga, insperata, col calare delle tenebre e il tirar delle somme del mischione indiavolato della festa. L’organizzazione fa tintinnare, felice, il sesterzio. Il livello basso non è un problema: c’è la qualità dello scenario che tiene su la baracca, e quando si mette in piedi un carrozzone in costume è meglio non prendersi troppo sul serio, a meno che non si sia in grado di prodursi con rigore e ricchezza adeguati alle proprie aspirazioni.

Qua, si aspira al divertimento e al guadagno. C’è chi guadagna, chi si diverte, e chi un po’ fa tutte e due le cose. Quindi, tutto bene. L’anno prossimo ci si ritrova, tutti pronti in costume a mescere e pascere l’orda assetata di vino e di paccottiglia, che salirà festante al portone della fortezza, nelle mani un fiorino, modica spesa per la felicità.

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