Da che parte stare

Ho guardato in televisione la finale di Coppa America di calcio che si è svolta a Santiago del Cile, nello stadio Nacional, che è stato un campo di concentramento dove sono morti in tanti per mano degli sgherri di Pinochet. A rappresentarli tutti, il volto e la voce di Victor Jara, vedi video, che lì venne ucciso dopo essere stato torturato e mutilato. Nello stadio, a ridosso del memoriale dedicato alle vittime della tortura del dittatore, trovavano posto per la finale anche i minatori sopravvissuti all’incidente accaduto qualche anno fa nella miniera di San José.

Per la cronaca, ha vinto il Cile, battendo ai rigori l’Argentina. Con i cileni mi è venuto facile parteggiare, per il desiderio di vederli gioire che provo, infantile e incontrollato, da quella mattina di settembre (1973) in cui uscii da casa, a undici anni, e vidi sul muro di fronte una grande scritta fatta con la vernice rossa: “Allende vive”, diceva, ne ricordo ancora le colature. Era qualcosa che ti saltava al collo e ti obbligava a capire chi fosse Allende e perché ci fosse la necessità di tributargli l’onore di una scritta, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza.

Per lo stesso motivo, magari in modo infantile, parteggio oggi per i greci, che ho conosciuto e apprezzato quando ho passato (parecchie volte) le vacanze sulle loro spiagge. Non sono in grado di ricostruire le tappe della crisi greca, non ho gli elementi a portata di mano, non riuscirei a dividere il grano dal loglio e rivendico il diritto all’ignoranza “tecnica” sulla vicenda.

Sapere chi sia il creditore e chi il debitore e perché si sia creata questa situazione può essere importante, ma più importante mi sembra capire chi siano le vittime di questa brutta storia e perché siano meritevoli della mia solidarietà e simpatia.

Il fatto che un Paese possa far parte di un sistema come quello dell’Unione Europea senza avere la forza economica necessaria è un mistero sul quale non intendo fare luce. Non mi interessa qui. M’interesserebbe di più capire quale miracolo potrebbe compiersi se, assecondando il preteso slancio riformista, la Grecia potesse improvvisamente recuperare l’allineamento alle richieste dell’Europa.

Non percepisco la questione come una mera faccenda di soldi, mi sembra che si tratti più dell’invito ad allinearsi a un sistema di pensiero, fatto con maniere sempre più spicce. Un inaccettabile esproprio di sovranità. E questo mi spinge a parteggiare “al buio” per i greci, come parteggiai da ragazzino per i cileni. E’ diverso, ma è uguale. C’è una dignità che non si può negoziare, non è ristrutturabile come debito, non va via né a rate né in contanti, anche se non si è in grado di rifondere il prestito a un creditore.

Quale che sia il motivo dell’insolvenza del loro Paese, i greci (la gente normale, intendo) meritano rispetto. Perché sono responsabili fino a un certo punto della situazione, e solo nella misura in cui abbiano espresso un voto incauto delegando rappresentanti politici inadeguati. Perché della situazione sono le sole vittime. Perché fa ridere la barzelletta dei loro presunti privilegi diffusi. Tutti sanno che erano di gran lunga quelli messi peggio nell’Unione, almeno prima dell’ingresso dei Paesi dell’ex blocco sovietico, e le loro condizioni non possono certo essere migliorate.

Merita rispetto Tzipras, che si è posto come negoziatore dignitoso, che non ha abdicato al diritto al rispetto. Niente cappello in mano, il che col buon senso che si sente invocare non c’entra niente: piegarsi all’arroganza del più forte non è buon senso, anche se si può uscire con le ossa rotte se si ha a che fare con interlocutori fuori dalla propria portata. Non abbassare lo sguardo in un contesto simile è ancora più meritevole di rispetto e di empatia.

Io sto con i greci, come stavo con i cileni. Dalla parte dei più deboli, ma mica per buonismo, pauperismo, gusto per le cause perse. Perché mi sento uno di loro, solo per questo. La mia unica ricchezza è la dignità, questo vale per me, per loro e per tutti quanti. Tutto quello che ci riconosce dignità di fronte a chi ci calpesta, ci piega o vuole normalizzarci, omologarci e ridurci a un pensiero che non è frutto della nostra esperienza, va sostenuto con forza e coraggio.

Poi, sarà quel che sarà: i soprusi non li hanno inventati i Pinochet o le Unioni Europee, sono lì che punteggiano la storia dell’umanità e continueranno a compiersi. Ma ci sarà sempre chi avrà il coraggio di resistere.

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