E così vorresti fare lo scrittore (disclaimer: post con amaro inutile strascico autobiografico)

duchamp2

Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere, 
non farlo.
se devi startene seduto per ore a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai per soldi o per fama,
non farlo.
se lo fai perchè vuoi delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori, non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori, non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento, e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.
non c’è altro modo.
e non c’è mai stato.
(Charles Bukowski)

Ne leggo tanti, ne leggerò tanti. Regalati, prestati, comprati. Scritti da amici, parenti, conoscenti, sconosciuti, uomini anziani, donne giovani, impiegati con sogni nel cassetto, disoccupati che meditano un ribaltone. Gente con un lavoro che insegue il suo sogno di libertà.
Scrivere non è come leggere. Puoi andare in libreria e comprare qualunque cosa: romanzi, saggi, raccolte di racconti, fumetti, riviste, cose per bambini. Ti siedi o ti sdrai e assorbi, fantastichi dietro a una storia, resti deluso o ti esalti e provi a immaginarti a scriverla. Questo lo facevo anch’io, tale e quale alla reazione/riflesso condizionato del profano che alcuni provano al cospetto dell’allestimento apparentemente banale dell’arte contemporanea. Vedi Duchamp nella foto sopra.
Mi piace leggere i libri che scrivono i miei amici, mi piacciono i libri in genere. Cerco di indovinare brandelli d’esistenza altrui che sguazzano nel brodo del testo, sapido o insipido che sia. Ho letto parecchi scrittori romani, di recente, quasi tutti giovani, quasi tutti bravi, quasi nessuno, credo, che sia riuscito a uscire allo scoperto come un Francesco Piccolo baciato dalla grazia, che uno lo legge e rimane come quando guarda l’opera di Duchamp. Questo lo scrivevo anch’io.
Il talento emerge dopo aver percorso strade tortuose e complicate, spesso si perde per strada, qualche volta aiuta a comunicare qualcosa a qualcuno. Tutti hanno un libro nel cassetto. Dopo che l’hai scritto il più è fatto, pubblicarlo è facile: vai su uno dei tanti service che ci sono sul web, ti metti a fruzzicare con l’interfaccia, scegli una copertina, impagini il testo, lo fai stampare, lo vendi on line, te ne fai mandare un numero congruo di copie per darlo a tua zia e a tuo cuggino. Se ti va ti prendi il tuo codicillo ISBN, così puoi fingere di aver pubblicato un oggetto classificato come si conviene. Se hai forza e idee ma non brilli con la penna ci sono editor per tutte le tasche, servizi che ti correggono, ti blandiscono, ti lusingano, ti pubblicano, ti promuovono. Difficilmente ti vendono, ma quello è un problema generalizzato. I libri non li leggono in tanti, sono più quelli che li scrivono, forse, di quelli che li leggono. Scrivere un libro e promuoverlo anche solo nell’ambito ristretto di amici e parenti è un gesto di grande coraggio/sconsideratezza. Ti esponi al giudizio di lettori che, per pochi che siano, sono perfetti sconosciuti, oppure persone che sanno cose di te che cercano di rintracciare nel libro, per forza autobiografico, perché attinto da un immaginario finito, dove nuotano ricordi, mostri e fantasie inconfessate. Il lettore può pensare di te e della tua opera quello che vuole e, perfidamente, non dirtelo, oppure offrirti un giudizio condiscendente che è ancora peggio di una stroncatura irridente. Ma ci sono strade alternative. Puoi scrivere il tuo libro e offrirlo a editori veri che lo pubblicheranno se riterranno che valga la pena farlo. Senza chiederti soldi, senza scrivertelo loro. Come superare un esame.

Se il desiderio di scrivere è tanto, il web è un’ottima valvola di sfogo. C’è Facebook, c’è Twitter, uno microblogga dei pensierini, delle note annoiate, delle battute salaci. Si unisce al Rio delle Amazzoni dell’ironia cinguettata, dove c’è gente che si lambicca il cervello quanto un plotone di copywriter per fulminare l’uditorio cinguettando l’arguzia più originale, rimediando la gloria di passaggi radiofonici e televisivi. Il quarto d’ora di twitterità.

Oppure c’è il blog, che accoglie pensieri articolati, foto e testi e li consegna alla rete, inutili come parole gridate aspettando di udirne l’eco. Non ci vuole niente: vai su wordpress.com, ti prendi un account gratis, metti un titolo, scegli un tema e scarichi il tuo fiume di parole. Scrivi il tuo editoriale quotidiano, butti giù il tuo sonetto, sceneggi il primo atto della vita che vuoi raccontare agli altri per crederci un po’ pure tu. E quando digiti il tuo nomecognome su Google, zac, ecco lì centinaia, ma che dico, decine di occorrenze. Occhio a non rileggerti, però, ché spesso non ti piaci.

Fare lo scrittore non è per tutti. C’è chi lo fa. Chi avrebbe potuto farlo e non lo ha fatto, oppure si decide troppo tardi e cerca di colmare il gap. E chi non lo fa. Uno scrittore per essere tale deve scrivere. E’ l’abc. Chi ti dice che saresti un bravo scrittore non tiene conto di questo fatto elementare: non può essere un bravo scrittore chi non scrive.

Fare lo sforzo di creare e condividere non è da tutti, infatti il grosso delle opere inflitte al mondo vengono dal mondo ignorate, finendo regalate a imbarazzati conoscenti o a passanti presi per la giacchetta da scrittori/piazzisti che ricordano i Testimoni di Geova con la Torre di Guardia.

Non tutte le parole scritte sono necessarie, non tutto si può leggere, di quasi tutto si può fare a meno. Però c’è una ricchezza nel gesto positivo di chi crea, e qualche volta l’opera sgraziata e lasciata alla mano pietosa di un editor porta, incastrato da qualche parte, un messaggio positivo, l’abbozzo di una storia che ti mette in moto la fantasia, il particolare che ti ricorda qualcosa.

Dice Aldo Busi: “facevo cose che normalmente ai bambini non interessava fare, leggere tutto, dalle targhe automobilistiche ai titoli di coda delle locandine dei film, quelle mansioni di tecnici del suono e della luce così inconsuete nei centri rurali, alle istruzioni sui bugiardini dei medicinali, quei nomi così impronunciabili e misteriosi di origine greca e, se posso, un bel po’ stronzica. Ero affamato di lettere, onnivoro, delle cartoline ammiravo gli indirizzi e i saluti sul retro“. Questo succedeva anche a me e tutto quello che da questo ho ottenuto è una farragine di nozioni che non sono utili, forse, ma servono a descrivere una tensione, una fame di sapere.

Una fame che non ha prodotto, al momento opportuno, delle performance scolastiche adeguate, perché all’ansia onnivora di letture non corrispondeva la disciplina necessaria a seguire con rigore gli stimoli cadenzati della scuola. Così è ancora oggi, un desiderio bulimico di apprendere che non scarica a terra tutti i cavalli che potrebbe, anzi, si rivela inutile fardello che non si riesce a mettere a frutto. La mia palestra dell’ardimento, insomma, è il blog: venti righe da una parte, un appunto dall’altra, uno scritto un po’ più pesante, come oggi, che volevo scrivere un pezzo su Warren Zevon e poi ho pensato: ma a chi cazzo vuoi che possa interessare la storia di un cantante che non era fico come Jackson Browne, non aveva il talento di Neil Young né l’energia dirompente di Bruce Springsteen ed è morto prematuramente per un mesotelioma una dozzina d’anni fa, a 56 anni, dopo aver scritto una manciata di belle canzoni che nessuno ricorda? Zevon con quelli bravi ci ha dialogato: era amico di Letterman, lavorava con i REM, con Ry Cooder, con Neil Young, con Bruce, con Jackson Browne. Ma era uno che le case discografiche licenziavano, un alcolista redento, il figlio di uno che campava giocando a dadi e facendo il gambler in giro per gli Stati Uniti.
Un loser, uno sfigato.
Come molti di noi che muliniamo le dita su una tastiera, a notte alta, cercando la strada per buttare fuori qualche secchiata di parole che ristagna, saturata la spugna dell’inutile brodo di notizie, filtrate dalle tapparelle esposte al diluvio d’informazioni che ci  arriva addosso ogni giorno. Niente di che.

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  1. Frusta

    Scrivere è come giocare a pallone: lo possono fare tutti ma nessuno come Maradona e addirittura pochissimi come Capocchiano.
    Tuttavia a pallone ci giochiamo tutti, perfino io, 🙂 però, più che giocare, è importante essere consapevoli che farlo da professionisti, (anche solo stando in panchina) è un’altra cosa.

    Mi piace

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