Charles Bukowski: Tutti grandi scrittori

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ronzio del citofono interno.
(Henry Mason) sollevò il ricevitore.
“c’è un certo signor Burkett, un certo James Burkett…”
“può dirgli che gli abbiamo rispedito i manoscritti? glieli abbiamo rispediti ieri per posta. ci spiace, eccetera.”
“ma insiste per vederla di persona.”
“non riesce a toglierselo dai piedi?”
“no”
“va beh, lo spedisca qui.”
un mucchio di maledetti estroversi. erano peggio dei rappresentanti di spazzole, erano peggio di…
entra James Burkett.
“mettiti a sedere, ‘Jimmy’.”
“solo i miei amici mi chiamano ‘Jimmy’.”
“si accomodi, signor Burkett.”
bastava guardarlo per capire che Burkett era pazzo. uno smisurato amore per se stesso lo copriva come vernice sul neon. impossibile grattarla via. la verità non serviva. non sapevano mica cos’è la verità.
“senta,” disse Burkett, accendendosi una sigaretta e sorridendo tutto intorno alla sua sigaretta come una troia capricciosa e stupida, “ma com’è che non le è piaciuta la mia roba? la sua segretaria lì fuori dice che me l’avete rispedita, come mai me l’avete rispedita, amico? eh? come mai me l’avete rispedita?”
allora il signor Burkett fece partire il diretto, lo sguardo diretto nell’occhio, giocando ad averci SENTIMENTO. bisognava aver AMORE per lavorare, per lavorar così duro, e soltanto il signor Burkett non lo capiva.
“insomma non andava bene, Burkett. tutto qui.”
Burkett cominciò a dare colpettini alla sigaretta nel posacenere per spegnerla. a quel punto per spegnerla la conficcò lì dentro, schiacciandola e strizzandola nel posacenere. poi s’accese un’altra sigaretta e tenendo il fiammifero davanti a lui, acceso, disse:
“ehi, ascolti, amico, non crederà mica che la beva?”
“era scritta in modo orribile, Jimmy.”
“le ho già detto che solo i miei amici mi chiamano Jimmy.”
“era roba di merda, signor Burkett, almeno secondo noi, naturalmente.”
“senta, amico, io conosco il giochetto! lecca al posto giusto e vinci il premio. ma prima bisogna LECCARE! e io non LECCO, amico! le mie opere reggono da sole!”
“ma certo, signor Burkett.”
“se fossi ebreo, frocio, comunista o nero non ci sarebbero storie, sarei già nel giro.”
“ieri c’era qui uno scrittore nero che mi ha detto che se avesse la pelle bianca a quest’ora sarebbe milionario.”
“d’accordo, e i froci?”
“ci sono dei froci che scrivono bene.”
“come Genet, eh?”
“come Genet.”
“devo succhiare cazzi, no? debbo scrivere qualcosa sui bocchinari, no?”
“non le ho detto questo.”
“senta, amico, io ho bisogno solo di una piccola azione promozionale. una piccola azione promozionale e decollo. la gente si prenderà una COTTA per me! devono solo VEDERE la mia roba!”
“senta signor Burkett, questa è un’attività commerciale. se pubblichiamo ogni scrittore che ci chiede di farlo perché la sua roba è grande, non resisteremmo molto qui. dobbiamo dare dei giudizi. se ci sbagliamo troppo spesso abbiamo chiuso. semplice come l’acqua. pubblichiamo dei buoni scrittori che vendono e dei cattivi scrittori che vendono. siamo nel mercato delle vendite. non siamo la San Vincenzo e, onestamente, non stiamo molto a preoccuparci del miglioramento dell’anima o del miglioramento del mondo.”
“ma la mia roba sarà una BOMBA, Henry!”
“signor Mason, la prego! solo i miei amici…”
“ma cos’è che cerca di fare, vuol mica fare lo STRONZO con me?”
“senta, Burkett, lei è uno spacciatore. come spacciatore lei è grande. ma perché non spaccia strofinacci, assicurazioni o roba del genere?”
“ma cos’è che non funziona nei miei scritti?”
“non è possibile spacciare e contemporaneamente scrivere. soltanto Hemingway era in grado di farlo, e poi perfino lui si è scordato come si fa a scrivere.”
“ma insomma, amico, cos’è che non le piace in quel che scrivo? cioè sia PRECISO! non ho nessuna voglia di bere quelle stronzate su Hemingway, chiaro?”
“1955”
“1955. che vuol dire?”
“voglio dire che lei era in gamba ma poi l’ago le è rimasto in vena. lei non fa che ripetere il 1955 senza mai cambiare.”
“maledizione, la vita è la vita e io scrivo ancora sulla VITA, amico! non c’è proprio nient’altro! cosa vuol darmi da bere?
Henry Mason emise un lungo e lento sospiro e si appoggiò allo schienale della sedia. gli artisti erano insopportabilmente noiosi. e miopi. se sfondavano credevano alla loro grandezza anche se valevano poco. se non sfondavano, la colpa era di qualcun altro. e non perché non avevano talento; per merdosi che fossero credevano nel loro genio, potevano sempre tirar fuori Van Gogh o Mozart o altre due dozzine di artisti che erano finiti sotto terra prima che la Fama gli leccasse il sederino. ma per un Mozart c’erano 50.000 idioti insopportabili che continuavano a vomitare opere schifose, soltanto quelli in gamba mollavano – come Rimbaud o Rossini.
Burkett si accese un’altra sigaretta, teneva ancora il fiammifero acceso davanti a sé mentre parlava.
“senta, voi pubblicate Bukowski. ma lui è una bufala. lei lo sa che cos’è una bufala. lo ammetta, amico. non è forse una bufala Bukowski? o no?
“è così, è una bufala.”
“scrive delle STRONZATE!”
“se le stronzate vanno noi le vendiamo. senta, signor Burkett, noi non siamo l’unica casa editrice che esista perché non prova con qualche altra? si rifiuti di accettare il nostro giudizio, ecco tutto”.
Burkett si alzò. “a che cavolo serve? voi siete tutti uguali. voi non sapete come usare gli scrittori bravi. il mondo non sa come usare gli scrittori AUTENTICI, non riuscite a distinguere un uomo da una mosca! perché siete dei cadaveri! CADAVERI ha sentito? SIETE UNA MASSA DI CADAVERI STRONZI! ANDATE AFFANCULO! ANDATE AFFANCULO! ANDATE AFFANCULO! ANDATE AFFANCULO!”
Burkett gettò la cicca accesa sulla moquette, girò i tacchi, s’incamminò verso la porta, la SBATTE’ e uscì.
Henry Mason si alzò, raccolse la cicca, la mise nel posacenere, si mise a sedere e se ne accese una delle sue. non è possibile smettere di fumare facendo un lavoro così, pensò. si appoggiò allo schienale e inalò, felice che Burkett se ne fosse andato – ‘sti tipi sono pericolosi – totalmente pazzi e pericolosi – specie quelli che scrivono sempre d’AMORE, di SESSO o di un MONDO MIGLIORE. gesù, gesù. lasciò uscire il fumo. il citofono interno ronzò.
(…)
Charles Bukowski, Compagno di sbronze, “Tutti grandi scrittori”, frammento.

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  1. dmitri

    Dovrò decidermi ad avvertire quei tre che ogni tanto mi visitano, una sera li inviterò a cena e spiegherò loro la situazione. Magari potrei invitare anche il garante, hai mica il suo numero?

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  2. postpank

    succede!
    Bukowski direbbe: il blog giusto non esiste. E se c’è non serve. Ho incontrato mille bloggers e non ho riconosciuto in loro un essere umano 😉

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    • dmitri

      La mattina sono meno lucido del solito, avevo più schede aperte e il caffè sul fuoco, comunque qualche giorno fa ho postato un commento acido e antipatico sotto un articolo senza averlo letto tutto, ho tolto il cappello con le orecchie d’asino il giorno successivo e non credo che avrò mai il coraggio di ricommentare.

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