Tram (Tranve, 12, 19, 14, 30, circolare)

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Quando caricava le batterie il tram faceva un rumore caratteristico che da ragazzini cercavamo di imitare, ma non ci riuscivamo. Erano rumori soffusi, non come quelli del bus, che erano scoppi  di motori e sbuffi di marmitte, fischi di freni e grattate di freno a mano.
Il tram, da fermo, faceva questo rumorino, come di qualcosa che gira su se stessa e si svolge e si riavvolge, come di archetto che struscia sulle corde e le libera, poi, quando marcia. E il suono della campana al posto del clacson, quel clang metallico, e lo sferragliare delle ruote e dei freni sulle rotaie, più lo sfrigolio delle scintille del pantografo sui fili della corrente.

Un mondo di rumori che non ti lasciava mai: la notte si sentiva, dal letto, il verso del tram che girava intorno a Piazza dei Gerani, per prepararsi a ripartire. C’erano quelli corti, con l’interno tutto di legno, che facevano soprattutto il 13, da Prenestina, e il 30, che era una vecchia circolare che arrivava a Monteverde. E c’erano quelli lunghi e articolati. Il 19 ti portava da Centocelle ai Parioli, fino a Piazza Risorgimento o a Piazza Mancini, a un passo dallo stadio. Ci andavi all’Università, al Verano, allo Zoo.

Il 12 arrivava alla stazione, come il 14 che partiva da Quarticciolo anziché da Centocelle. Un rituale che scandiva migliaia di vite, sferragliando stracarico su e giù per buona parte di Roma, collegando i borgatari ai quartieri alti, il centro con le zone più popolari, l’est con l’ovest, il sud di Piramide e il nord dell’Olimpico.

A ogni ora la sua fauna di viaggiatori: i turnisti, i baristi e gli operai la mattina prestissimo, le domestiche, gli studenti e gli impiegati più tardi, le vecchiette dirette al cimitero, pochi turisti, gente indaffarata che si teneva il posto e chiacchierava delle cose sue per il lungo tempo che ci passava a bordo. Perché il tram era lento, andava piano, senza fare rumore. E qualche volta rimaneva fermo, perché un incidente, un guasto, una macchina parcheggiata male gli impediva di passare, bloccando tutta la linea in modo seriale.

Chi stava sopra rimaneva fermo, chi aspettava più in là si accalcava in fermata o si avviava a piedi, pensando a come dirlo al capo o al prof spazientito per il ritardo, che, si sa, è sempre a carico del ritardatario, che sia innocente o colpevole. Chi lo prendeva tutti i giorni e chi saltuariamente, uniti in un rituale che è sempre quello: il raccordo centrale che ruotava in curva e affascinava i bambini, che si divertivano a tenere un piede da una parte e un piede dall’altra facendosi spostare dal meccanismo, i fattorini che strappavano biglietti arancioni da 50 lire, scambiando qualche battuta o scandendo il solito avanti c’è posto.

Ha accompagnato migliaia di romani all’ospedale, dal generico Policlinico al sinistro Regina Elena al doloroso Eastman. Dove il cuore e gli interni, dove l’ortopedia, dove i tumori, dove i denti. Viaggi d’andata tesi e preoccupati, viaggi di ritorno rasserenati o affranti e disperati. Ha attraversato le lotte all’università, guardando dal fondo Via Cesare De’ Lollis, costeggiando e poi tagliando come il burro San Lorenzo, arrivando a San Giovanni e girando giù verso Piazza Vittorio, buttandosi verso il Colosseo.

Gente portata a Caracalla, al Circo Massimo e alla Piramide, a Testaccio, a Porta Portese, a Trastevere e a Monteverde, sculettando davanti al Cinema di Nanni Moretti, o al Celio, ogni tanto una curva sinuosa dove ci si reggeva agli appositi sostegni, sbirciando il giornale di un signore seduto o scambiando sguardi con la tipa/il tipo in fondo al vagone, e c’era chi guardava ostentatamente fuori, facendosi spettinare dall’aria che, quando filava a pieno regime, il tram sapeva spostare.

Fino a Piazza San Giovanni Di Dio o, nella variante moderna dell’8, davanti a Largo Argentina, con la teoria dei deragliamenti e della sfica, e i turisti, al centro sì, e la babele di lingue che piano piano è arrivata e ha condito il meltin’ pot di Roma, prima appenninico, centroitalico e meridionale, poi, cominciando da Piazza Vittorio, cinese, polacco, senegalese, albanese, marocchino, latino, cristiano, ortodosso e musulmano.

Il tranve è ovunque e racconta storie, di gente che lì sopra ci si è conosciuta, s’è presa e s’è lasciata, ci ha portato i figli allo zoo, a scuola o dal pediatra, allo stadio, al campo sportivo. Tanto tempo fa i biglietti avevano un costo diverso, a seconda dell’ora in cui si saliva sopra. Poi i bigliettai sono stati sostituiti dalle obliteratrici, perché i biglietti mica si timbrano, si obliterano. Le scritte a bordo sempre le stesse: vietato fumare, vietato sputare, sorreggersi agli appositi sostegni, non parlare al conducente, lasciare i posti a sedere agli invalidi, alle persone anziane, alle donne.
Suonare per prenotare la fermata.
Noi, scendiamo qua.

Sul 19 c’è da leggere un bel racconto di Edoardo Albinati: si può trovare qua: http://www.lafeltrinelli.it/libri/edoardo-albinati/19/9788804498414, oppure lo si trova ristampato qua: http://www.librimondadori.it/libri/ai-confini-della-realta-edoardo-albinati, insieme al racconto della missione dello scrittore in Afghanistan. Da non perdere.

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