Siamo i più razzisti d’Europa, ma anche un po’ troppo antirazzisti

Su Repubblica cartaceo di oggi la sociologa Chiara Saraceno commenta il sondaggio di Pew Research di cui parlavo una decina di giorni fa (verrebbe da dire che stanno sulla notizia, ma glissons).
C’è un commento della Saraceno che mi fa trasecolare:
“Possiamo allora chiederci se, accanto all’esistenza di partiti politici che hanno cavalcato e cavalcano il disagio enfatizzando il ruolo di capro espiatorio di alcune minoranze particolarmente visibili, non ci sia la responsabilità di una contro- narrazione che si salva la coscienza denunciando il razzismo piú bieco e insopportabile (facendogli da cassa di risonanza), ma non entra in merito alle condizioni di disagio in cui questo si genera. L’esasperazione degli abitanti delle periferie è l’esito della concentrazione di disagi  –  abitativi, nei trasporti, nei servizi, nella semplice sicurezza  –  ad opera sia di politiche intenzionali che dell’assenza di politiche. Mentre alcuni partiti e gruppi sono molto bravi a soffiare sul fuoco e a trovare nei rom piuttosto che negli immigrati musulmani la causa di tutto, chi grida al razzismo spesso ha chiuso gli occhi sul degrado, e usa la denuncia di razzismo per nascondere le proprie responsabilità.

Una roba che fa accapponare la pelle, perché salda la “narrazione” (sic) razzista e quella antirazzista in un pacchetto unico, andando a sottolineare il degrado come punto di discriminazione, senza minimamente ragionare su cos’è che genera questo degrado. Così si ingloba nel problema chi denuncia la xenofobia, privando il discriminato dell’ultimo straccio di difesa d’ufficio, mentre si ritiene che sia lo stesso antirazzismo oltranzista a gonfiare le fila di quelli che soffiano sul fuoco dell’intolleranza.

Un’apertura di credito alle istanze (sacrosante) di chi domanda legalità e decoro, ma anche un voltare le spalle agli aspetti più delicati di un’emergenza che è prima di tutto umanitaria, che s’innesta nel deterioramento della qualità della vita innescato dal completo corto circuito delle istituzioni. In questo Paese non si combatte la criminalità organizzata, la corruzione e l’evasione fiscale, come non si assicurano alla popolazione i più elementari servizi: la nettezza e la polizia urbana, la sanità, i trasporti.

L’emergenza-degrado coinvolge i cittadini più di riflesso (parti lese) che come responsabilità diretta, ma mentre non si riesce a elaborare una strategia per non finire sommersi dalla catastrofe umanitaria che preme ai confini dell’Unione Europea, si addita chi sottolinea la questione-razzismo come irragionevole e complice della deriva becera di questi giorni. Il passo successivo qual è, dopo la giustificazione così palese delle istanze più intolleranti? Un affondamento umanitario nel canale di Sicilia, forse, ché se per loro è questione di sopravvivenza, per noi è questione di prevenire il degrado.

E con questo, magari, spuntiamo qualche arma che la destra userà, al solito, dopo aver gettato benzina sul fuoco dell’emergenza, per garantirsi consenso. Dài, che il gioco vale la candela, la cadrega si difende anche così.

(E poi basta con ‘sta “narrazione”, esprimiamoci siccome ci nutriamo), .

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  1. postpank

    Ma ancora ci ripenso: perché il degrado che fa montare la percentuale di italiani intolleranti ha a che fare esclusivamente con la questione delle minoranze rom, musulmane, etniche in genere (perché è di questo che si parlava nell’indagine americana)? Se chi reagisce al degrado non può essere tacciato di razzismo, vuol dire che il degrado è innescato da minoranze etniche in quanto tali, c’è poco da fare. Cioè, senza minoranze non c’è degrado. Il che ci porta su territori ancora più scivolosi, meglio pensare che Saraceno abbia preso un abbaglio. Del resto, con quel cognome ha di sicuro un antenato immigrato, qualche generazione fa.

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  2. frustalupi

    Argomento spinoso.
    Se lo affronti in un modo sei buonista, se lo affronti in un altro sei razzista.
    Si potrebbe risolvere con uno stage collettivo facendo vivere i buonisti alla Boldrini da disoccupati in una periferia degradata a contatto con un campo rom e i cattivisti alla Salvini in un campo rom o nella stiva di una carretta di mare in fuga dalla fame.
    Scommetto che alla fine dello stage i primi sarebbero un po’ meno buonisti ed i secondi un po’ meno cattivisti.

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