I social, Eco e gli imbecilli

imbecille agg. e s. m. e f. [dal lat. imbecillis (variante del più com. imbecillus) «debole» fisicamente o mentalmente]. – Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio fam., titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo da irritare: è un perfetto i.; non fare l’i.!; taci, imbecille! ◆ Dim. imbecillòtto; accr. imbecillóne (f. -a).
(Treccani)

Che l’umanità sia composta prevalentemente da imbecilli è storia vecchia, che preesiste all’ironia colta di Umberto Eco. Questo per una normale sedimentazione della grana grossa al livello più basso della piramide, mentre la grana fina, quella che sta al vertice, è più rara e brilla nel genio di intellettuali come il Nostro, squisito affabulatore che ne sa da solo quanto una biblioteca intera, ma di quelle ben fornite.

E’ ovvio anche il fatto che chi sta sotto capisca poco chi sta sopra, dunque è normale che l’imbecillotto si senta preso di mira dal Prof e reagisca con lazzi e cachinni. Ragionando per luoghi comuni, però, non ci rendiamo un bel servizio, e se è vero che Eco ha ammesso alcune applicazioni che da sole rendono l’idea dell’enorme importanza dei social network (l’uso di twitter come mezzo di comunicazione orizzontale, in tempo reale, in situazioni critiche legate a conflitti o a disastri naturali), è anche vero che di inesattezze sull’uso di internet se ne dicono troppe e sarebbe ora di voltare pagina.

Intanto, non ha senso continuare a fare riferimento all’informazione disponibile in rete col filtro del giornale di carta. Perché se si ragiona del giornale di carta la rete c’entra poco, e se di bufale il giornale di carta si nutre, o, peggio, nutre la rete, i social network c’entrano ancora meno e non sono certo i depositari ultimi della cialtroneria. Leggi qua che dice Luca Sofri per approfondire.

Quindi, diamo il giusto risalto ai facitori di bufale, senza esagerare, e ricordiamo che non sono nati, nemmeno loro, su internet. Per esempio, quella del finto sbarco sulla luna risale agli anni ’70, e i social network erano di là da venire. La disponibilità di palcoscenici virtuali ci ha reso liberi di concionare e di esprimere i nostri irrinunciabili pareri, consentendoci di dispensare perle di conoscenza e saggezza al vasto popolo delle nostre cerchie, ritti sul nostro palchetto. Il quarto d’ora di googleità che non si nega a nessuno. La platea: venti, trenta sfigati di numero, che ricreano dinamiche da comitiva, dove c’è uno che sobilla e altri che gli vanno dietro e si danno di gomito.

Le sequele di svomitazzate becere che si leggono a margine dei Grandi Temi che scuotono la penisola fanno ribrezzo, ma sono vecchie, trite e ritrite. Hammurabi aveva teorizzato il suo occhio per occhio quasi cinquemila anni fa. Niente di nuovo, dunque, se la signora Carmela vuole amputare le mani alle ladruncole rom, o se il giovane Kevin vuole bruciare i centri sociali, magari, che so, con la pora Boldrini dentro.

E’ il basso ventre che trova sfogo e libera flatulenze mediatiche che non avrebbero tutto questo spazio, se non fosse che c’è chi riempie il suo inutile portale d’informazione con tutta questa paccottiglia ramazzata in giro per i social, fatta di notizie decotte, bufale, risse verbali tra sfigati e/o tra vip passati di cottura, culi, tette, pornografie d’accatto professionali, amatoriali o involontarie, fuoriclasse veri o presunti, gattini, cagnolini, procioni, koala, pupazzini che prendono bacini e carezzine da mammine che hanno appena colato a picco con un clic del mouse un barcone di ragazzini in carne e ossa, gente che passerebbe la vita a torturare politici dopo averli magari votati, e poi la sera imberta parte dell’incasso sul posto di lavoro.

I portali d’informazione di cui sopra, molti dei quali sono estensioni dei giornali di carta, sono pieni di questa spazzatura perché la gente ci clicca sopra e se c’è il traffico arriva il magro introito pubblicitario. Il Prof Eco vorrebbe un giornale in grado di educare i lettori, ma se un giornale insegnasse ai lettori come si fa a riconoscere le bufale se li troverebbe poi pronti a svelarne le bufale. Nessuno arma volentieri la mano che lo ucciderà.

La qualità dell’informazione è scaduta, le notizie non valgono niente e si pubblica di buon grado quella che porta un notevole riscontro di clic. Nessuno si accorgerà di niente, e anche se succedesse si alimenterebbe il filone dell’ironia obbligatoria da social, quella che serve a chi scrive per dimostrare di essere capace a sfornare battute seriali, ciniche e fulminanti, che sarebbero state in grado di arrivare come una fucilata sulla scrivania di un David Letterman, se non fosse che a noi ci ha rovinatoa malatia (cit.).

Siamo un Paese che, oltre a diverse decine di milioni di commissari tecnici, allinea schiere infinite di editorialisti, commentatori, censori, depositari della verità. Gente che ritiene che amministrare un’istituzione sia facile quanto gestire l’economia di una famiglia, mentre digita ingobbita su una tastiera incurante dell’ufficiale giudiziario che batte i pugni alla porta per pignorargli il Macintosh e saldare il debito con Sky. Gente che pensa che fare casino su Facebook con le coraggiose condivisioni cattiviste sia abbastanza per dire del proprio impegno sociale e della propria dirittura morale e finanche vertebrale. E si legge tutto quello che è emerso, figurarsi se ci si immergesse nel deep web delle comunicazioni interpersonali.

Sono altre manifestazioni delle chiacchiere della bocciofila, dei giardinetti, del muretto, dello stadio, del centro anziani, dei microfoni aperti alla radio per la diretta, degli sms nei centocinquanta salotti televisivi che replicano il modello del processo del lunedì che trentacinque anni fa doveva rappresentare l’ultima frontiera del trash televisivo coniugato al calcio. Al peggio non c’è mai fine, ma non è perché è arrivato l’internèt.

Al peggio non c’è mai fine perché siamo qui che razzoliamo nella grana grossa, limitati dalla natura e dalla sfiga e costretti a masticare amaro e a ruminarci il fegato, sguazzando nel trogolo della nostra ignoranza, mentre un titano come Umberto Eco ci regala battute argute sulle mezze stagioni che non esistono più. Lui, almeno, se lo può permettere.

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  1. frustalupi

    “Sto incazzato nero perché non avete fatto quello che avreste dovuto fare per compiacermi, ed io, pur sapendo che non lo avreste fatto, per placare la mia ira, nasco da una vergine diventando figlio di me stesso, mi faccio crocifiggere per placare la mia ira e vi do in pasto il mio corpo ed il mio sangue per salvarvi da ciò che vi farei per aver fatto ciò che già sapevo che avreste fatto”

    Certo, meravigliarsi degli imbecilli che diffondono la minchiata delle scie chimiche è giusta cosa, ma un pensierino su quelli che da più di duemila anni diffondono il Verbo di cui sopra ce lo vogliamo fare? 😉

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