Noi che abbiamo “fatto” il ’77

08-11-1974-Movimento-Studentesco-part.-Ant-Sciopero-Gen.-Fab.-Pal

C’è un racconto ufficiale degli anni ’70, fatto sgranando il rosario dei fatti storici, delle stragi, del sangue nelle piazze, delle lotte ferocissime, della violenza che deborda e affonda tutto quello che c’è stato di buono. Anni terribili di cui si ricordano i protagonisti, spesso in negativo: chi si è lasciato sedurre dalla lotta armata, chi ha creduto nel mito della rivoluzione, chi si è impegnato per un mondo migliore.

Dietro arrancavamo noi, ragazzini confusi, troppo giovani per capire fino in fondo il momento, immersi fino al collo, frequentando la scuola, nella sequenza convulsa degli eventi. Era difficile stargli dietro: scioperi, manifestazioni, occupazioni, assembleee, adunate spontanee nei momenti di maggior tensione. E noi lì, sballottati nel vortice.

Si capiva qualcosa, non tutto. Si ascoltava questo e quel discorso, ci si faceva un’idea  col passaparola. Soprattutto, si assisteva a scene impressionanti. Pestaggi nel cortile della scuola, improvvisi e imprevedibili, che spesso colpivano gente che non avresti mai pensato potesse essere coinvolta in una cosa del genere.

Questo era il punto: eravamo tutti coinvolti, anche i più distanti, distratti e distaccati, anche quelli che pensavano al pallone, alle ragazze e di politica sapevano poco e niente. Era in atto un gigantesco meccanismo omologante: si stava da una parte o dall’altra, il che significava muoversi, agire, pensare, parlare, vestirsi, essere in un modo oppure in un altro. Simpatizzare. Che non è lo stesso che prendere le armi contro un mare di guai: ci sono molte sfumature, c’è chi è stato vicino al fuoco e si è scottato, e chi dal fuoco è rimasto lontanissimo, respirando, però, quella stessa aria.

Così, c’era chi andava in piazza, chi faceva attività politica, chi sparava, chi picchiava, e, naturalmente, chi subiva. Oltre a chi se ne stava a casa pensando di condurre un’esistenza normale, rapportandosi con la scuola, con la società e con la famiglia in termini non conflittuali. E c’era un grande fermento, soprattutto nei quartieri di periferia, dove viveva chi se la passava peggio, dove nascevano le lotte che si saldavano alla protesta studentesca, precipitando in mille rivoli di esistenza.

La vita di tutti i giorni. L’applicazione pratica di quel periodo. C’erano scioperi, occupazioni di scuole e atenei, ma c’erano anche e soprattutto le lotte per il salario, con l’occupazione delle fabbriche, quelle per la casa, con l’occupazione degli alloggi sfitti e delle case popolari, quelle per i diritti fondamentali dei cittadini. Spese proletarie dimostrative, punitive verso chi sfruttava il personale, cose che sconvolgevano i quartieri e aprivano mondi inesplorati prima. Canali in cui si fondeva l’azione generosa e un po’ velleitaria degli studenti con quella terribilmente più concreta di chi cercava risposte ai propri bisogni attraverso la lotta, o attraverso qualche espediente/scorciatoia.

Nei quartieri la politica era ovunque, impossibile starne fuori: le scritte sui muri, le situazioni pericolose improvvise, i lacrimogeni, gli inseguimenti, gli spari. Ma anche una presenza continua nelle strade: le attività più fantasiose, i cineforum, gli spettacoli teatrali (Il Living Theatre a Centocelle…), le radio locali, impegnate o meno che fossero, le televisioni, le fanzine ciclostilate. Un continuo ribollire, un rimodellamento di codici che ci travolgeva, volenti o nolenti. Qualcosa di irripetibile: oggi è omologante il rifiuto della politica, semmai. La presa di distanza dall’impegno di quel tipo, come fosse una cosa brutta. E lo era, nelle sue degenerazioni.

Lo sbocco “naturale” verso la lotta armata e la clandestinità di alcuni ha creato una visione in bianco e nero, dove i contrasti dividono facilmente chi spara da chi non spara. I terroristi hanno saltato il fosso partendo da rapporti quotidiani con gente che non lo ha fatto, mantenendo viva la condivisione che c’era fino a un giorno prima. Esistevano molti modi di simpatizzare, dal chiuso della propria casa, magari disegnando le stelle a cinque punte sul diario, giù giù fino ad assistere al passaggio alla lotta armata dei propri compagni, amici, conoscenti. Così anche a chi, come me, non era minimamente coinvolto nella politica, è capitato di sapere del figlio del fornaio o del figlio del barbiere o dei fratelli di tizio e caio arrestati perché tenevano armi, pubblicazioni, contatti.

C’è gente che ha passato guai grossi perché conosceva terroristi, senza saperne la condizione.  Magari ci giocavano a pallone insieme, o abitavano nello stesso palazzo da sempre. E non è qualcosa che si poteva evitare, perché si sguazzava tutti nello stesso brodo, si era tutti esposti agli stessi rischi. Sotto casa mia fu ucciso dalla polizia un giovane fascista. Succedeva ovunque, tutti i giorni. Era tutto intorno a noi. Che siamo, perciò, reduci, anche se non abbiamo mai fatto parte di un movimento politico, anche solo per caso, o per l’età.

In classe mia o in quelle di amici ci fu chi smise di studiare per andare a fare l’operaio di proposito, non perché bocciato. Come sbocco naturale. Ci fu chi tirava le molotov, o almeno così dicevano di loro. Ci fu chi di fronte al crollo di tutti i punti di riferimento seguito al ’77 optò per l’eroina, anziché per la lotta armata. E proprio l’eroina fu una delle medicine usate per disperdere l’enorme potenziale di quella piazza ingovernabile. Un’altra medicina fu la paura. Tutti noi che c’eravamo, tanto o poco coinvolti, pensavamo che quello che accadeva fosse qualcosa di positivo, il segno di una società viva, che andava incontro a un cambiamento irreversibile. Il cambiamento, in realtà, avrebbe poi virato verso il peggio.

Quando guardiamo gli adolescenti di oggi facciamo paragoni assurdi con quello che eravamo noi. Le sollecitazioni degli anni ’70 furono micidiali, soprattutto per come cambiava lo stile di vita. Niente fu più come prima: non lo studio, non il lavoro, non l’amore o l’amicizia, non la famiglia, non la politica, non lo sport. Quello che accade oggi è soltanto il frutto di quel cambiamento e della sua evoluzione nei decenni successivi.

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  1. frustalupi

    L’eterogenesi dei fini è il destino ineluttabile di tutte le utopie, 😉 religioni comprese.
    Dovrei fare l’esegesi di “Coda di lupo” per commentare questo tuo post.

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