Tre versioni di Giuda

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Di Jorge Luis Borges – tradotto da Valeria Noli

There seemed a certainty in degradation
T. E. Lawrence: I sette pilastri della saggezza, CIII

In Asia Minore o Alessandria, nel secondo secolo della nostra fede, quando Basilide scriveva che il cosmo era una temeraria o scellerata improvvisazione di angeli imperfetti, Nils Runeberg avrebbe potuto dirigere, con singolare passione intellettuale, uno dei conventicoli  gnostici. Dante gli avrebbe destinato, forse, un sepolcro di fuoco; il suo nome avrebbe allungato i cataloghi degli eresiarchi minori, tra Saturnino e Carpocrate; qualche frammento delle sue predicazioni, al netto dei danni, sarebbe sopravvissuto nell’apocrifo Liber adversus omnes haereses o sarebbe scomparso quando l’incendio di una biblioteca monastica divorò l’ultimo esemplare del Syntagma. Invece Dio gli assegnò il secolo ventesimo e la città di Lund. Qui, nel 1904, pubblicò la prima edizione di Kristus och Judas; qui, nel 1908, uscì il suo libro più importante Den hemlige Frälsaren. (Del secondo esiste una versione in tedesco, tradotta nel 1912 da Emili Schering; il titolo è Der heimliche Heiland.)

Prima di iniziare l’esame delle predette opere, urge sottolineare che Nils Runeberg, membro dell’Unione Evangelica Nazionale, era profondamente religioso. In un cenacolo di Parigi o anche a Buenos Aires un letterato potrebbe ripercorrere molto facilmente le tesi di Runeberg; queste tesi, proposte in un cenacolo, sarebbero lievi e vani esercizi di negligenza o blasfemia. Per Runeberg furono la chiave capace di decifrare uno dei misteri centrali della teologia; furono materia per meditazione e analisi, controversia storica e filologica, di superbia, giubilo e terrore. Giustificarono e sconvolsero la sua vita. Chi legge questo articolo deve sapere che vi troverà solo le conclusioni di Runeberg, non la sua dialettica, né le sue prove. Qualcuno osserverà che le conclusioni hanno indubbiamente preceduto le “prove”. Ma chi si presta a cercare prove di qualcosa in cui non crede o la cui argomentazione non gli interessa?

La prima edizione del Kristus och Judas portava questa epigrafe categorica, il cui senso, anni dopo, sarebbe stato mostruosamente dilatato dallo stesso Nils Runeberg: Non una sola, ma tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false (De Quincey, 1857). Seguendo le orme di alcuni tedeschi, De Quincey speculava sul fatto che Giuda avesse consegnato Gesù Cristo per costringerlo a dichiarare la sua divinità e per accendere una vasta ribellione contro il giogo di Roma; Runeberg suggerisce un’argomentazione di tipo metafisico. Inizia abilmente ad evidenziare la superfluità dell’atto di Giuda. Osserva (come Robertson) che per scoprire un maestro che predicava quotidianamente nella sinagoga, e operava miracoli alla presenza di migliaia di uomini, non serve il tradimento di un apostolo. E queste cose, senza dubbio, accaddero. Ipotizzare un errore nella Scrittura è intollerabile; non meno intollerabile è ammettere un fatto casuale nella più preziosa manifestazione della storia del mondo. Ergo, il tradimento di Giuda non fu casuale; fu un fatto prefissato che trova un luogo misterioso nell’economia della redenzione. Prosegue Runeberg: Il Verbo, quando fu fatto carne, passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla pienezza senza limiti alla mutazione e alla carne; per corrispondere a tale sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio altrettanto degno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. Giuda, unico tra gli apostoli, intuì la segreta divinità e il terribile proposito di Gesù. Il Verbo si era abbassato alla mortalità; Giuda, discepolo del Verbo, poteva abbassarsi al ruolo di delatore (il peggior delitto sostenuto dall’infamia) e a diventare ospite del fuoco che non si placa. L’ordine inferiore è uno specchio dell’ordine superiore; le forme della terra corrispondono alle forme del cielo; le macchie della pelle sono una mappa delle incorruttibili costellazioni; Giuda rifletteva in qualche modo Gesù. Da qui i trenta denari e il bacio; da qui la morte volontaria, per meritare ancora di più la Riprovazione. Così Nils Runeberg svelò l’enigma di Giuda. I teologi di tutte le confessioni lo rifiutarono. Lars Peter Engström lo accusò di ignorare o di travalicare l’unione ipostatica; Axel Borelius, di rinnovare l’eresia dei doceti, che negavano l’umanità di Gesù; l’inflessibile vescovo di Lund, di contraddire il terzo versetto del capitolo 22 del Vangelo di San Luca.

Questi svariati anatemi influirono su Runeberg, che in parte riscrisse il biasimato volume e modificò la sua dottrina. Abbandonò agli avversari il terreno teologico e propose oblique ragioni di ordine morale. Teorizzò che Gesù, «che disponeva delle considerevoli risorse offerte dall’Onnipotenza», non aveva bisogno di un uomo per redimere tutti gli uomini. Ribatté subito a quelli che affermano che nulla sappiamo dell’inspiegabile traditore; sappiamo, disse, che fu uno degli apostoli, uno degli eletti per annunciare il regno dei cieli, guarire infermi, purificare lebbrosi, resuscitare morti e far fuori i demoni (Matteo 10:7-8; Luca 9:1). Un simile uomo, che ha scorto il Redentore in un simile modo, merita da noi la migliore interpretazione dei suoi atti. Imputare il suo crimine alla codardia (come hanno fatto alcuni, accreditando Giovanni 12:6) è rassegnarsi al movente più grossolano. Nils Runeberg propone il movente contrario: un iperbolico ascetismo, quasi illimitato. L’asceta, per la maggiore gloria di Dio, avvilisce e mortifica la carne; Giuda fece lo stesso con il suo spirito. Rinunciò all’onore, al bene, alla pace, al regno dei cieli, come altri, meno eroicamente, al piacere (1). Premeditò le sue colpe con terribile lucidità. All’adulterio di solito partecipano la tenerezza e l’abnegazione; all’omicidio, il coraggio; alle profanazioni e alla blasfemia, un certo fulgore satanico. Giuda scelse quelle colpe non frequentate da alcuna virtù: l’abuso di fiducia (Giovanni 12:6) e la delazione. Operò con smisurata umiltà, si credette indegno di esser buono.

Paolo ha scritto: Chi si gloria, si glori nel Signore (I Corinzi, 1:31); Giuda trovò l’Inferno, perché la perfezione del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino e che gli uomini non devono usurparlo (2).

Molti hanno scoperto, post factum, che nei ragionevoli inizi di Runeberg si trova traccia della sua fine stravagante e che Den hemlige Frälsaren è una mera perversione o esasperazione di Kristus och Judas. Alla fine del 1907, Runeberg terminò e revisionò il testo manoscritto; quasi due anni trascorsero senza che venisse dato alle stampe. Nell’ottobre del 1909, il librò fece la sua apparizione con un prologo (debole fino all’enigmatico) dell’ebraista danese Erik Erfjord e con questa perfida epigrafe: Nel mondo stava e il mondo è stato fatto per lui, e il mondo non lo conobbe (Giovanni 1:10). L’argomento generale non è complesso, seppure la conclusione sia mostruosa. Dio, arguisce Nils Runeberg, si abbassò ad essere uomo per la redenzione del genere umano;  bisogna dedurre che fu perfetto il sacrificio da lui operato, non invalidato o attenuato da omissioni.  Limitare ciò che patì nell’agonia di una sera sulla croce è blasfemo (3). Affermare che fu uomo e fu incapace di peccato contiene una contraddizione; gli attributi di impeccabilitas e humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poteva sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; anche bisogna pensare che potesse peccare e perdersi. Il famoso testo Germoglierà come una radice da un arido suolo. Non è in lui bella parvenza né bellezza: disprezzato e ultimo degli uomini;  uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza (Isaia 53:2-3), secondo molti è una previsione della crocifissione, nell’ora della morte; per alcuni (cioè Hans Lassen Martensen), rappresenta il rifiuto della bellezza che il consenso popolare attribuisce a Cristo; per Runeberg, è la profezia puntuale non di un momento ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio si fece totalmente uomo, fino all’infamia, uomo fino alla riprovazione e all’abisso. Per salvarci, poté scegliere uno qualunque dei destini che tramano la rete attonita della storia; poteva essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.

Invano questa rivelazione fu promossa dalle librerie di Estocolmo e di Lund. Gli increduli la considerarono, a priori, come un insipido e laborioso gioco teologico; i teologi la disdegnarono. Runeberg intuì in questa indifferenza ecumenica una conferma quasi miracolosa. Dio ordinava questa indifferenza. Dio non voleva che si diffondesse sulla Terra Il Suo terribile segreto. Runeberg comprese che non era giunta l’ora: sentì che su di lui stavano convergendo antiche maledizioni divine; ricordò Elia e Mosé, che sulla montagna si coprirono il volto per non vedere Dio; Isaia, che si atterrì quando i suoi occhi videro Colui la cui gloria ricolma la Terra; Saul, i cui occhi restarono accecati sul cammino di Damasco; il rabbino Simon ben Azal, che vide il paradiso e morì; il famoso mago Giovanni da Viterbo, che impazzì quando giunse a vedere la Trinità; i Midrashim, che abominano gli empi che pronunciano il Shem Ha-Mephorash, il Nome Segreto di Dio. Non era lui, forse, colpevole di questo crimine oscuro? Non era questa la blasfemia contro lo Spirito che non sarebbe stata perdonata (Matteo 12:31)? Valerio Sorano morì per aver diffuso il nome occulto di Roma; quale infinito castigo sarebbe stato il suo, per aver scoperto e divulgato l’orribile nome di Dio? Ebbro di insonnia e di vertiginosa dialettica, Nils Runeberg errò per le strade di Malmö, pregando a gran voce che gli fosse concessa la grazia di condividere l’Inferno con il Redentore.

Morì per la rottura di un aneurisma, il primo marzo 1912. Gli eresiologi forse lo ricorderanno; aggregò al concetto di Figlio, che appariva esaurito, le complessità del male e della sventura.

(1) Borelius si chiede, celiando: Perché non rinunciò a rinunciare? Perché non a rinunciare di rinunciare?

(2) Euclides da Cunha, in un libro ignorato da Runeberg, annota che secondo l’eresiarca di Canudos, Antonio Conselheiro, la virtù «era una quasi empietà». Il lettore argentino ricorderà analoghi passaggi nell’opera di Almafuerte. Runeberg  pubblicò, nella pubblicazione simbolica  Sju insegel, un’intensa poesia descrittiva, L’acqua segreta; le prime strofe narrano i fatti di un giorno tumultuoso; le ultime, il ritrovamento di uno stagno glaciale; il poeta suggerisce che il ritrovamento di quest’acqua silenziosa corregge la nostra inutile violenza e in qualche modo la consente e la assolve. La poesia si conclude così: L’acqua della selva è felice; possiamo essere malvagi e dolorosi.

(3) Maurice Abramowicz osserva: «Gesù, secondo questo scandinavo, ha sempre un bel ruolo;  le sue défaillances, grazie alla scienza dei tipografi, godono di una reputazione poliglotta; la sua permanenza lunga trentatré anni tra gli umani non fu, insomma, che una villeggiatura». Erfjord, nella terza appendice della Christelige Dogmatik rifiuta questo passaggio. Annota che la crocifissione di Dio non è finita, perché ciò che è accaduto una sola volta nel tempo si ripete senza tregua nell’eternità. Giuda, ora, continua a incassare le monete d’argento; continua a baciare Gesù Cristo; continua a gettare le monete d’argento nel tempio; continua ad annodare il cappio della corda nel campo di sangue. (Erfjord, per giustificare questa affermazione, richiama l’ultimo capitolo del primo volume della Vendicazione dell’eternità, di Jaromir Hladík).

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