Giornata di un elettore

IMAGE_FILE_103006Questo fine settimana si agganciava a un ponte. E domenica c’era da andare a votare per le regionali. Il che non sarebbe stato un ostacolo insormontabile, se uno avesse voluto andarsene via per una breve vacanza: non votare, per una volta, mica sarebbe stato un problema. Avrebbero fatto senza di noi. Che poi, a pensarci bene, manco ci si era preparati per le elezioni, in nessun modo: non si conoscevano candidati né programmi, a parte il governatore uscente, e non c’era alcuno slancio verso il voto, nessun desiderio di affermare qualcosa o di respingere qualcos’altro.
L’assenza totale di sentimenti positivi. Il fastidio appena palpabile. La disillusione. Il senso d’inutilità. La sfiducia nella politica. Il massimo del trasporto si poteva rinvenire nell’odio per la brutta facciazza del leghista, e nel disprezzo che quelli della Lega predicano, abbraccicati con i fascistoni Fratelli D’Italia, che si dovrebbe capire perché un partito che si riaggancia orgoglioso a Mameli e predica Dio, Patria e Famiglia dovrebbe fare comunella con quelli del dio Po, della patria padana inventata di sana pianta, del Va Pensiero come inno, col pensiero che ascolta, ubbidisce e va, lasciando appunto il vuoto di pensiero, o il liquor-liquame residuo di pensiero limaccioso e violento, becero e intollerante, razzista e rozzo, incivile, incolto, ignorante, provocatore e basso.
Quando ci si coniuga con persone responsabili, però, si finisce per rimandare le eventuali partenze, svegliarsi presto la mattina con l’unico obiettivo di andare a scaricarsi la coscienza nell’urna elettorale, benché ci sia tempo fino a quasi notte per farlo. Come se a non andarci subito si potesse disperdere quel carico d’intenzione che riecheggia nella cabina e arma la mano dell’elettore successivo, inebriato dagli effluvi dell’inchiostro della scheda e armato di matita d’ordinanza, il cui suono inconfondibile accompagna il graffio della croce sul simbolo giusto. Zac, zac e zac. Caschiamo perciò dal letto, trangugiamo il caffè-ciofeca del circolo e ingeriamo il po’ di zucchero e burro di una pasta infornata di malavoglia da qualcuno in pantaloncini bianchi, canotta, berretto e infradito, la notte chissà dove, senza nemmeno un telefono a portata di mano per terrorizzare qualche genitore che ordina torte e poi non disdice né ritira, magari perché il figlio, nel frattempo, ci ha rimesso le penne e non c’è più niente da festeggiare.
Come ogni volta, la scena si ripete: caccia alle tessere elettorali, messe in un posto che consenta di ritrovarle facilmente, talmente sicuro da non ricordarselo mai.
E quindi parte la ricerca della tessera, che genera l’ansia che si somma alla fibrillazione mattutina, che deriva dal sapere aperto il seggio elettorale senza che si sia fatto il proprio dovere, generando le onde positive di cui sopra, che orientino gli indecisi e chiamino i recalcitranti a compiere il proprio dovere nel sicuro recinto della scuola elementare, al chiuso comodo di un cubicolo dove abbandonarsi a una riflessione profonda sul senso della vita, quel tanto che si può nei pochi istanti di raccoglimento assoluto che si generano nel segreto della cabina, con la luce soffusa al punto giusto e il piano di legno caldo all’altezza giusta per poggiare gli avambracci e spingere avanti la fronte fino sulla parete, il contatto amichevole del legno della matita che carezza la mano e riporta alla mente i tempi delle elementari, i lapis mordicchiati e il sapore di legno in bocca, lo spunto della grafite sulla punta della lingua, il tratto morbido e sensuale lasciato sul foglio. Caccia perciò alla tessera che non si trova, scartabellamento di ogni foglio contenuto in una casa piena soprattutto di fogli che sedimentano in decine di ripari strategici dove vengono inzeppati ogni qualvolta arriva qualcuno senza che si sia rassettato, cioè tutte le volte che arriva qualcuno.
Fogli che sedimentano ammucchiati senza distinzioni: bollette, cartelle esattoriali, responsi medici, libretti d’istruzioni, inserti del venerdì, fatture del meccanico, ricevute del dentista, certificazioni reddituali, dichiarazioni, volantini pubblicitari, spartiti di chitarra, fotografie, cartoline, flyer, segnalibri, mappe di città straniere, pagelle scolastiche risalenti agli anni ’70, dispense universitarie, verbali di consigli d’amministrazione, curriculum in bozza, copie di patenti, riparti cervellotici di spese condominiali, richieste d’attenzione di giovani testimoni di Geova, biglietti di ringraziamento dei parenti di un defunto, tessere del bus, tessere del tifoso, tessere del circolo, biglietti dello stadio, tutto ma niente tessere elettorali. Passare al setaccio ogni metro di casa partendo dal nord per finire al sud l’uno, iniziando dal sud per finire al nord l’altra, senza cavare un ragno dal buco. Inveire contro le divinità che si giura non esistano e rassegnarsi con fare melodrammatico alla corsa presso gli uffici del Comune a chiedere la grazia di un duplicato tardivo, lo sguardo mortificato, gli occhi bassi, le risposte evasive che sottintendono giudizi definitivi autoinflitti. Mi duplichi la tessera, la prego, sono incapace di tenermela da conto.
L’ultimo sguardo prima di uscire da casa è nel primo cassetto dove l’uno aveva guardato e nell’ultimo guardato dall’altra. Le tessere schizzano fuori facendo cucù. Si può finalmente dirigersi verso la scuola della vicina frazione da trentasei anime, con le tre uniche strade incrociate in un dedalo inestricabile di sensi unici per cui si gira per dieci minuti, si richiama ancora l’attenzione dei numi negati in precedenza  e si finisce per compiere ventotto infrazioni sotto gli occhi vitrei  dei carabinieri che presidiano la piazza. Entrare, consegnarsi agli scrutatori, sorridere al presidente, ricevere scheda odorosa e matita rassicurante, infilarsi nella cabina, pensare, grattare sul foglio, ripiegare e tornare indietro con piglio deciso e sorriso affabile. Azzeccare la scheda nell’apposita fessura, ricevere indietro documento e tessera. Anche stavolta è andata. Dammi le tessere che le metto in un posto dove non possiamo non trovarle. Guardami: le metto qui. Ricordiamocene, la prossima volta.

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